Negli ultimi anni, a novembre, il meteo ci regala delle belle nevicate. Servono per illuderci che il cambiamento climatico non esista e che la stagione sciistica sarà un portento, con metri di neve fresca fino a maggio. Poi arriva dicembre con le sue siccità, le stazioni sciistiche collassano e sui giornali si legge che andare a sciare non ha più senso e che farsi una bella passeggiata a piedi procura la stessa adrenalina che scendere dentro il Canalone di Madesimo.
Le nevicate di novembre
Il sentirsi felici quando nevica non ha spiegazioni razionali. Semplicemente, succede. E se nevica a novembre, la felicità si trasforma in struggimento, perché siamo agli inizi dell’inverno, con le atmosfere più crepuscolari e romantiche, quando sai che deve ancora succedere tutto. È come una promessa. È il solito concetto che Leopardi rese in maniera geniale con il suo Sabato del Villaggio. Deve ancora arrivare il Natale, con le sue atmosfere che ci ricordano il periodo più bello dell’infanzia.

Nel novembre del 2023 ci fu una signora nevicata e ce la godemmo in Bergamasca, andando ai Piani dell’Avaro, a quelli di Artavaggio e sulla Costa del Palio.
E non dimentichiamoci del foliage
Ancor più delle nevicate precoci, tuttavia, novembre è il mese delle foglie d’oro o arancioni. È un momento magico che non dura troppo a lungo: il massimo si ha quando le foglie dorate sono sia sull’albero sia a terra.

Te lo puoi trovare anche dove non te lo aspetti, come in questa villa alle porte di Milano (Villa Litta a Lainate).
Quindi le nevicate precoci di novembre hanno una cosa che le rende magiche: il mix tra l’oro delle foglie e il bianco della neve. Altrettanta magia accade con le nevicate di tarda primavera, quando i prati sono verdissimi e gli alberi in fiore.
Coincidenza vuole che proprio nel week end in cui avevo deciso di fare un giro in moto a caccia di foliage si sia messo a nevicare a quote sorprendentemente basse per essere novembre, dai 400 m in su. Non ci potevo credere! Adesso la missione era fare foto che mettessero insieme le foglie autunnali con la neve. Ma la cosa mandava in fibrillazione anche i miei amici, per cui mi sono trovato a dire di sì a tre persone che non si conoscevano tra loro.
Stabili Piccolini, con cui avevo già fatto la Vigevano-Monferrato, voleva fare enduro con la monocilindrica e io ci stavo, avendo ripreso a usare, dopo secoli, la mia vecchia Suzy DR-Z400. Lorenzo Salgaro di Moto Trotter voleva andare all’Oltrepotreffen, un raduno sul Passo del Penice e Willy Wonka, compagno di mille avventure, ha organizzato una due giorni facendo perno a Bettola (PC), dove ha una casa. Ho peccato di ingordigia e detto di sì a tutti, navigando nell’oceano dei compromessi.
Essendo quello di Bettola particolarmente improvvisato, Willy Wonka definiva il giro Bettola Surprise.
Con Moto Trotter non ho mai girato. Lo conoscevo per i suoi video, mi sta molto simpatico e condivido le sue idee sul motociclismo, ma non so se è un pilota normale o se va come Kevin Gallas. Ha un’Aprilia Tuareg 660 Rally con gomme tassellate non specialistiche, quindi non era compatibile con le velleità di Stabili Piccolini. Fare “enduro da monocilindrici” durante un novembre di maltempo significa trovare fango in basso e neve in alto, è davvero roba più commestibile con un mono.
Diversificare
L’unica era dividere il percorso a fette e dedicare ogni settore a un amico diverso. Avrei fatto con Piccolini il pezzo tra Milano e il Po, che comprendeva una strana zona collinare in mezzo alla Pianura Padana, quella di San Colombano al Lambro (MI), attraversata da una fitta rete di sentieri.

Non ci mettevo piede da oltre dieci anni. Ai tempi non c’erano divieti.
Ricordavo diverse salite ripide e fangose. Poi saremmo andati verso il Po e anche lì c’era il rischio di trovare fango. Ma ci stava fare questi pezzi senza Moto Trotter, perché lui abita vicino a Pavia, quindi veniva comodo dargli appuntamento dopo il Po. Con lui avremmo fatto pezzi scorrevoli, se non interamente asfaltati, fino al Passo del Penice.
Mototendate mordi e fuggi? No, dai
Ma sorgeva un problema psicologico: ci sono tre modi per partecipare a un raduno di più giorni appartenente alla categoria delle mototendate.
1. IN TENDA. È il più giusto e coerente, altrimenti non sarebbe una mototendata.
2. IN ALBERGO. Molti vogliono vivere l’atmosfera conviviale del raduno ma trovano la tenda fredda e scomoda, quindi vogliono andare in albergo. In teoria sarebbero kzz loro, ma c’è un problema: se tutti facessero così, la mototendata non esisterebbe.
3. MORDI E FUGGI. Ma poi ci sono quelli che fanno un salto in giornata. Arrivano lì, stanno un paio d’ore e se ne tornano a casa. In genere lo fa chi tiene famiglia, quindi vuole comunque esserci ma non può stare via due giorni. Non ho nulla in contrario, basta che non lo facciate fare a me. Non ce la faccio ad arrivare lì, vedere le tende e dire “Ciao, torno a casa”. Sarebbe come guardare Iginio Massari impastare una delle sue mitologiche colombe, sentirne l’aroma ma non poterle mangiare. Piuttosto non ci vado proprio. Quindi a Moto Trotter proponevo un Passo della Caldarola e poi ci saremmo divisi.

Nel frattempo, Moto Trotter mi ingolosiva con foto dell’Oltrepotreffen che facevano rimpiangere ancora di più il non volerci andare (è tutto una contraddizione, lo so).
Ma che culo hanno avuto gli organizzatori? Non è così facile che nevichi in Appennino a novembre…
Ma perché non restavo lì anche io? Perché avevo detto di sì a quelli di Bettola. Per cui la terza parte della traversata sarebbe stata andare a Bettola, attraverso il Passo della Pia, in tempo per la cena.
Monocilindrici contro bicilindrici
Decidevo che avrei fatto un trasferimento asfaltato fino a Inverno (PV), che è un piccolo paese della Pianura Padana dal nome evidentemente evocativo.

Nel febbraio del 2004 decisi di andare alla Cavalcata della Lungiana, ad Aulla (MS) facendo solo strade statali e si rivelò una traversata appenninica piuttosto tosta, per via del meteo (in foto, il Passo della Crocetta, 871 m). Ciò che più mi colpi è che attaccò a nevicare proprio mentre passavo per il paese di Inverno, tipico caso di nomen omen. In quegli anni non esistevano ancora i divieti di circolazione per i motocicli, in caso di neve.
La faccenda si complicava quando Moto Trotter annunciava che si sarebbe aggregato anche lui a Inverno e non dopo il Po. Ottima cosa dal punto di vista della compagnia ma, non avendo idea di come guidasse e sapendo che aveva una maxi con le gomme NON da fango, si ricadeva nelle questioni di cui parlavamo nel pezzo della Vigevano-Monferrato, ovvero dello squilibrio pratico-filosofico di quando in un gruppo ci sono moto diverse. Perché è chiaro che se apri l’armadio e scegli la monocilindrica leggera con le gomme cattivissime, è perché vai a impestarti, quindi nel gruppo non dovrebbero esserci bicilindriche da 200 kg con tassellate intermedie. Ma il bello della moto è che il gusto di girare in compagnia fa passare sopra queste fredde considerazioni tecniche.
Ma poi Moto Trotter mi informava che sarebbe venuto anche un suo amico, Luca Corbari, noto sul web come Cercatore di Strade, che siccome abita a 3 km da casa mia sarebbe passato a prendermi e avremmo fatto il trasferimento su asfalto insieme fino a Inverno. Nonostante fosse quasi un mio vicino di casa, non lo conoscevo e domandavo: “Ma fa fuoristrada?”. “Certo!”. Classico caso di appuntamento al buio.
A questo punto, è giusto che parlino gli UomoMezzo.

Inizio da me con questa foto al tramonto sul Passo della Pia, con il Monte Rosa all’orizzonte, per far capire il tipo di fondo stradale di certi tratti. In realtà più che un problema di mono contro bicilindrici è una questione di gomme adeguate o meno.

Ecco quindi Stabili Piccolini, per gli amici SP, con la sua Kawasaki KLX250 comprata a poco prezzo e di cui è entusiasta.

Moto Trotter segue la nuova moda di farsi l’UomoMezzo mentre hai la moto inghiottita dalle sabbie mobili.
Ha l’Aprilia Tuareg Rally, moto piuttosto carismatica, ma si vede già da qua che le gomme non sono l’ideale per fango e neve.

E veniamo al Cercatore di Strade, l’oggetto misterioso della Inverno-Bettola. Honda CRF1000L con gomme stradali. Ahia.
Quando domandi se qualcuno fa fuoristrada e ti viene risposto di sì, non puoi sapere quale sia il suo livello, ovvero:
a) quanto sia abile;
b) che cosa intenda per fuoristrada, che tipo di percorsi faccia;
c) come reagisca quando le cose si fanno difficili.
In fuoristrada l’abito non fa il monaco o, almeno, non sempre. Può capitare quello bravissimo anche se ha le gomme da strada o l’imbranato in sella a una moto pronto Dakar. Però se organizzi un giro per le monocilindriche con gomme tassellatissime e arriva un’Africa Twin gommata stradale, qualche apprensione è comprensibile.
Quando il Cercatore è arrivato a casa mia, i saluti sono stati cordiali e nessuno ha commentato il fatto che stessimo usando due moto diversissime per fare lo stesso giro. Però lui diceva una frase che mi gelava: “Ormai ho 50 anni e ho smesso da un pezzo di andare a impestarmi in fuoristrada”. Aiuto! Cosa sarebbe successo a San Colombano, quando avremmo infilato un canalone in salita con un metro di fango?
Pensieri e piccioni
I 50 km tra Cisliano e Inverno li abbiamo fatti con un grado sotto lo zero: è stato il primo giro invernale della stagione 2025-26. Per tutto il tempo, pensando a che gruppo bizzarro avevamo messo su, ho pensato: “Com’è potuto succedere?”. Di solito i giri in moto si organizzano con persone che si conoscono e con moto compatibili, tranne una volta tipo 15-20 anni fa che un tipo organizzò un giro per bicilindriche e si presentò con una moto da trial. Il Cercatore di Strade (CdS), per i pochi minuti che ci siamo parlati, sembrava molto simpatico, ma cosa sarebbe successo alla prima fangaia?

Si giungeva così a Inverno, dove notavamo sei milioni di piccioni dimorare su quel tetto. Doveva essere bello caldo…
C’era un bar strategico, perché è lì che ci siamo trovati tutti. A SP dicevo che ero preoccupato, perché non conoscevo CdS, non avevo idea di come andasse, non sapevo che carattere avesse, ma era certo che avesse una moto enorme, gomme da strada e quasi 50 anni, per cui con il fuoristrada tosto aveva chiuso.
Nel frattempo, CdS si beveva un caffè sereno e NON diceva frasi tipo “Ma come mai avete monocilindriche con tasselli cazzuti? Mi devo preoccupare?”.
Strani divieti
Finivamo di fare colazione, montavamo in sella e andavamo verso le colline che avrebbero segnato l’inizio del fuoristrada. Speravo che fosse tutto secco, col fango duro come il marmo, ma figuriamoci, aveva piovuto fino al giorno prima…
Non giravo da queste parti da dieci anni. Quando siamo arrivati al primo sterrato, notavamo uno strano cartello di divieto: moto, bici e pure pedoni. Che roba era? Ci portavamo su asfalto allo sterro successivo, stesso cartello. Poco più in là passava un cocchio con dei cavalli.
Mi sentivo sollevato: era vietato, non potevamo andarci, dovevamo andare via. Ci stavamo salvando da chissà che casini, con la moto stradale di CdS. Così abbiamo preso una stradina asfaltata e siamo passati allo spot successivo.

Bella questa stradina, vero? Laggiù ci sono le due Grigne (impallate una contro l’altra) e il Legnone (2.609 m), che da qui si vede a destra, mentre da Milano si vede a sinistra.
Verso il Po
Per raggiungerlo c’erano i classici sterratoni padani, quelli che di solito fanno schifo agli italiani che hanno la fortuna di essere nati tra le colline e le montagne, ma che ai milanesi piacciono perché ogni scarrafone è bell’a mamma sua.

In realtà io ho trovato la Padania noiosa solo negli anni dell’adolescenza. Adesso mi piace molto, è poetica.
Poi, più viaggi in posti fighi del mondo facevo, più capivo che il Bello si trovava anche dietro casa e io adesso la Pianura Padana la trovo bellissima. Gli sterrati che l’attraversano, sulla carta, sono facilissimi.

Ma non quando piove, se il terreno è paludoso. E qua lo era.


Quando il fondo diventa così, non è nulla di estremo, ma tra una monocilindrica con gomme specialistiche e una vaccona con gomme stradali c’è un abisso incolmabile. In realtà è soprattutto una questione di gomme, ma è raro che uno che utilizza la moto a 360° metta le gomme specialistiche sulla bicilindrica.
Quelli con le mono passano senza problemi in seconda o terza marcia. Gli altri zampettano faticosamente a passo d’uomo, in prima e con la frizione in mano, sperando di non cadere. Se sei un fotografo, come me, avere la moto più adatta degli altri è un’ottima cosa: puoi andare avanti e fare le foto a quelli dietro, con calma, senza che gli altri ti sputino in faccia.
La cosa buona è che i due non se la prendevano. Non penso che si stessero divertendo, ma non si arrabbiavano e portavano a termine la missione.

E così, passata Santa Cristina e ormai a Costa de’ Nobili, sempre in provincia di Pavia, arrivavamo a vista del Monte Penice (1.460 m), oltre il quale si trovava l’accampamento dell’Oltrepotreffen.

Uh, ottimo, uno sterrato a fondo duro e delle montagne innevate da scalare, dai che si pranza in qualche rifugio.
La Fanga
Invece comparivano degli sterrati che potrebbero venire adottati dal dizionario Devoto-Oli alla voce strade fangose. Più che sterrati, questi erano sfangati. Aderenza zero, a meno di non avere tasselli tasselled very much. Il Cercatore di Strade, con grande serenità, annunciava che avrebbe cercato alternative asfaltate. “Dove potremmo ricongiungerci?”. “Alla discoteca fantasma di Pieve Porto Morone”.


Moto Trotter invece affrontava una sezione di zampetting dove erano più le pedate che i giri delle ruote.
Per me era fantastica questa situazione: partivo, navigavo nella palta con la sicumera del tassello racing, mi fermavo, aspettavo con comodo Moto Trotter in modo da fotografarlo. Invece Stabili Piccolini mi stava incollato alle chiappe e non facevo in tempo a immortalarlo.
Quindi guidavo, mi fermavo, scendevo, estraevo la mirrorless e aspettavo che in lontananza spuntasse il tipico muso col faro a V dell’Aprilia Tuareg Rally.

Eccolo: le Aprilia sono inconfondibili, quel frontale ce l’hanno solo loro.
In realtà si trattava di una Kove 800X Pro, non sono rincoglionito. Solo che io sono abituato a essere sempre da solo con i miei amichetti, quando faccio il cosiddetto fuoristrada alla milanese. La città è enorme – un milione e mezzo di persone nel Comune, quattro milioni mettendo insieme i sobborghi – quelli che fanno fuoristrada in moto non sono poi così tanti e gli spot a portata, in un raggio di 50 km in tutte le direzioni, sono così tanti che è quasi impossibile che milanesi di gruppi diversi si incontrino, quando fanno delle gite. In più, quando inquadro con il teleobiettivo, ho una percezione alterata della realtà. Per cui il mio cervello era convinto di vedersi arrivare un’Aprilia e, quando è arrivata una Kove, è andato in tilt.
E poi ne è arrivata un’altra, 800X Rally, quindi una KTM 390 Adventure R.
E giù botte
Come sempre succede quando due gruppi di biker si incontrano, è partita la rissa. Io ho spinto per terra una delle Kove, con l’intenzione di farla finire a cascata sulle altre, solo che ho sbagliato qualcosa perché in realtà è cascata sulla mia, facendo esplodere il serbatoio da quasi trenta litri. Comunque io ero armato, avevo un Uzi perché ho sempre paura di incontrare gente violenta, per cui prima che la lancetta dei minuti facesse un giro c’erano già quattro corpi a terra (uno era di Stabili Piccolini, l’ho preso per errore, ma solo chi non fa non sbaglia).

No, dai, in realtà ci siamo fatti festa. E abbiamo scoperto di avere conoscenze comuni, nonostante vivessimo in un agglomerato urbano da quattro milioni di persone.
Quello con la Kove rossa era dichiaratamente membro della gang milanese dei Ridden Riders, capitanato da Antonio Todisco, detto Tony Tody, noto spacciatore di gite. Probabilmente anche gli altri due ne facevano parte.

Quello con la Kove 800X Rally non so come si chiami, ma congiunzioni astrali incredibili fan sì che le nostre strade si siano incrociate già tre volte.

La faccenda è che se sei appassionato di Dakar fin dalla Abidjan-Nizza del ’77 e Yamaha fa uscire una versione speciale della Ténéré 700, la Rally Edition color Sonauto, Gauloises o Puffo che dir si voglia, non c’è niente da fare, esci di casa per comprarne una, senza se e senza ma.
Era l’estate del 2020 e quella moto era stata importata in Italia con il contagocce. I concessionari ne avevano una al massimo e la vendevano all’istante. Ma Twinsbike di Milano ne esponeva una in vetrina, così sono entrato e ho detto subito, indicandola con un dito indice lungo 49 centimetri: “Voglio quella”. “NO”, mi hanno risposto. Pare che un tipo fosse entrato un quarto d’ora prima e avesse ordinato per sé quella meraviglia.
Ho passato un po’ di tempo a domandarmi dove avessi perso tempo, per un totale di un quarto d’ora, in modo da arrivare secondo nella giornata in cui dovevo arrivare primo.
Il fortunato acquirente è tornato dentro poco dopo, così ci siamo conosciuti ma non era stato il momento migliore per fare amicizia. Così non gli ho chiesto come si chiamasse. Qualche giorno dopo ho trovato una bella T7 celeste da Icomoto di Galliate (NO), quindi ho fatto bene a non tirare fuori l’Uzi dalla giacca, quel giorno da Twinsbike.

Nel 2021 ho partecipato a una HAT Pavia-Sanremo particolarmente fangosa e, in un bosco-palude dove i GS erano piantati e non avanzavano, di lato si sporgeva un tipo su una T7 color puffo, adeguatamente tassellata.
Superava la colonna di pachidermi immobili, mi vedeva, si fermava, diceva “Io ti ho soffiato questa Ténéré” e se ne andava. Neanche quella volta gli ho chiesto il nome, mannaggia.
Quando provi la Kove
Anche questa volta è stato lui a spiegarmi chi è. “Sono quello che ti ha soffiato la Ténéré”. “Ma adesso hai una Kove 800X Rally”. “Ovvio. Guidala e dimmi se non prenderesti lei per tutta la vita”.
Di questo incontro e di come lui (al quale ho dimenticato di domandare il nome) abbia modificato la Kove 800X avevo accennato qui. Oggi molte moto cinesi arrivano regolate per la legislazione del loro Paese, ma non per l’Euro 5+. Vengono adeguate qui da noi per poter essere omologate e il risultato è che spesso ai bassissimi regimi, tipo andare a gas costante e aperto pochissimo, come si fa sulle radici bagnate o in mezzo al traffico, sono irregolari e fastidiose da usare.

Probabilmente è per questo che, tra due moto dotate dello stesso motore come la CFMOTO 450MT e la Moto Morini Allthrike, di cui una è sviluppata in Cina e l’altra in Italia, la Morini è regolare ai bassissimi regimi (il cosiddetto filo di gas), l’altra no. Per lo meno sulle moto che abbiamo avuto modo di provare.
La Kove 800X oltretutto si spegne di continuo. Per risolvere il problema, qui sono stati tolti il catalizzatore ed è stato anche cambiato il cavo del gas con uno dotato di un diverso rapporto di forza. Probabilmente si è lavorato anche per adeguare le centraline. Fatto sta che si guida come piace a me: un filo di gas in seconda sul viscido, poi apri e la moto si arrampica in salita con una spinta bella pulita. Però se il catalizzatore serve per inquinare di meno, io preferirei che fosse la Casa a fare un motore che funziona bene senza decatalizzarlo, piuttosto che un privato spendendo soldi, facendo esperimenti e rendendola più sporcacciona.
Fatto sta che passare dalla Suzuki DR-Z400 alla Kove 800X è stato meno traumatico che passare da questa all’Aprilia Tuareg Rally perché, già che c’ero, ho fatto lo stesso anellino in fuoristrada anche con quelle due. La Kove, ogni volta che la guido, mi fa impressione. Sembra più bassa e immensamente più leggera di qualsiasi altra bicilindrica, compresa l’Aprilia. Ovviamente un corto anellino fangoso fatto in due minuti non può farti decidere se una moto è globalmente migliore di un’altra ma, in quel contesto, la differenza in termini di maneggevolezza è notevole.

Per un po’ si andava avanti insieme. Moto Trotter zampettava così tanto che si sarebbe meritato di diventare la mascotte di questo sito, con tanto di merchandising e Moto Trotter zampettante di peluche.

Anche il possessore della KTM 390 Adventure R aveva conoscenze comuni: mi si presentava come “Io sono quello che ha venduto la moto a Federica Stradella”.
E qua siamo in pieno “mono vs bicilindrici”
La KTM 390 Adv R, che è molto orientata verso il fuoristrada, esce di serie con gomme poco più che stradali, peggiori di quelle montate sull’Aprilia di Moto Trotter, inoltre viene accusata di pesare troppo per essere una 400, perché dichiara 165 kg. Eppure, il suo pilota non zampetta, a differenza di Moto Trotter. Questo perché per quanto la Kappa pesi tanto per essere un 400 mono, di fatto sono pur sempre una trentina meno dell’Aprilia Tuareg, ovvero un abisso. Un tempo risolvevamo la questione pesi in fretta: a Motociclismo avevamo una bilancia coi controcazzi e quella era l’unità di misura per tutte. Le pesavamo complete, ma senza benzina. Adesso, senza quella bilancia, è più difficile capire quanto pesi una moto veramente. I dati dichiarati spesso sono ottimisti in maniera scandalosa e scopri che, non di rado, le moto vengono pesate senza olio, specchietti, pedane passeggero, batteria… Sono impressionanti le differenze di peso dichiarate tra CFMOTO 450MT (“massa a vuoto 173 kg”) e Moto Morini Allthrike (“peso a secco 190 kg”). 17 kg di differenza sono un abisso, ma a guidarle e spostarle da fermo le due moto sembrano uguali (del resto, motore e telaio lo sono). Di fatto la 450MT, sulla nostra bilancia, risultò essere 184 kg senza benzina e 197 kg con il pieno. La Moto Morini… eh, non lo sappiamo.
Se ci fidiamo della bilancia della rivista In Moto, la KTM dovrebbe pesare un buon 166 kg reali senza benzina.

Questo ci spiega perché il signore della foto prima ha venduto la sua CFMOTO 450MT alla nostra amica Federica Stradella, per prendere una KTM 390 Adventure R.
L’opinione prevalente, quando si chiacchiera tra appassionati di quelle due moto, è che la CFMOTO sia da preferire in quanto bicilindrica. Punto, stop. Mentre chi ama il fuoristrada in genere preferisce il mono. A far pendere la bilancia (nomen omen) verso la CF è anche la questione dei pesi dichiarati La “massa a vuoto” di una e il “peso col pieno” dell’altra, dichiarati, sono di 173 kg per una e 176 per l’altra, quindi c’è veramente chi pensa che la cinese pesi 3 kg di meno, mentre sono 18 in più.
Finalmente, del foliage come si deve
Per i Ridden Rider questo era il capolinea della gita. Li salutavamo mentre andavano a cercare un posto dove mangiare.

Addio, Ridden Boy.
Noi si proseguiva per il dancing Lido Po, che si trova vicino a Pieve Porto Morone (PV), in riva al Grande Fiume.

Questo posto non l’ho mai capito. Ogni volta che ci passo – estate, inverno – lo trovo chiuso, sprangato. Sembra abbandonato, roba da urbex. Ma in rete se ne parla come se fosse attivo.
Il Cercatore di Strade è arrivato fin qui su asfalto, quindi con un vantaggio abissale in termini di orario. Ma il posto era piacevole, per cui non gli è pesato aspettarci, era molto rilassato.

Il foliage perfetto è quello in cui insieme al tappeto abbiamo anche l’esplosione di foglie ancora sugli alberi. Quindi qui è un po’ tardi, ma l’effetto è comunque suggestivo.

Stabili Piccolini è chiaramente diventato il Cercatore di Foglie.
Tocca alla neve
Al di là del Po, era inevitabile, siamo andati a sbattere sulle montagne. Ci siamo arrampicati per un passo appenninico che adoriamo, il Caldarola, alto 747 m sul mare. Si tratta dell’alternativa intima al Passo del Penice (1.149 m). Due strade parallele, che portano dalla Pianura Padana alla Valle Trebbia, ma completamente diverse.
Il Penice si arrampica molto più su, tanto che in cima c’è una piccola stazione sciistica. Ci sono gli alberghi. C’è il rifugio-bar ritrovo dei motociclisti. Ci sono le curve larghe per fare i piegoni con le moto sportive.
Il Caldarola invece ha la carreggiata stretta, premia più le moto maneggevoli che quelle potenti. Non ha nulla di turistico, solo piccoli gruppi di cascine troppo timidi per essere chiamati paesi. Il Caldarola sta al Penice come Heidi sta a Raffaella Carrà.
In primavera si sale in mezzo a colline verdi fosforescenti, con monumentali alberi isolati qua e là. Ma adesso era autunno, aveva appena nevicato e, a partire da quota 300 m sul mare, c’era la neve, mentre gli alberi erano ancora arancioni. Stiamo parlando della tempesta perfetta!

Ecco quindi il mix foliage/neve che speravo di trovare. Vediamo in azione Moto Trotter.

Il Cercatore di Strade.

Infine Stabili Piccolini.
Manca la foto di me che smotazzo in quella meraviglia, ma il destino dei fotografi è non venire fotografati. Moto Trotter stava producendo contenuti, ma è un uomo dei nostri tempi e quindi fa solo video.
La sfida trazione non deve mancare mai

Abbiamo trovato una strada sterrata, in salita ripida, che presentava il fondo ideale per una sfida trazione: argilla scivolosissima ricoperta di neve.
Si tratta di un’altra situazione in cui monocilindrici e bicilindrici non riescono a convivere. In realtà è solo un discorso di gomme, ma le moto pesanti soffrono ancora di più i battistrada poco artigliati. Morale, qui Moto Trotter e CdS non ci hanno provato neanche. La Kawasaki KLX250 di Stabili Piccolini aveva su una Pirelli MT21 Rallycross, che è una delle migliori gomme da dual in termini di trazione sul fango quando è nuova. Poi gli spigoli si usurano in fretta e quindi la trazione cala. Invece sulla mia Suzuki DR-Z400ES avevo una Bridgestone Battlecross-E50, che non è una gomma da dual, ma da enduro specialistico. Sulla carta, la mia gomma avrebbe dovuto andare molto meglio.

Sì, è così che andava. Ecco un caso in cui le cose vanno come dovrebbero andare. Io arrivavo in cima, lui si fermava lì. In foto quella sembra una radura, invece è una salita ripida.
Pietra Perduca
Oltre il valico della Caldarola la neve era sparita, per via dell’esposizione al sole. Il mio umore crollava, ma sapevo che mi aspettava un altro passo innevato, prima di sera. Dal Caldarola, infatti, si vedeva bene come sul Monte Osero ci fosse tanta neve anche in basso.

Ecco il Monte Osero (1.301 m) visto dal Passo della Caldarola. Per andare a Bettola ci sono due passi posti alla sua sinistra: il Cerro (750 m) e quello della Pia (720 m) e si vede bene come la neve ci sia anche in basso.
Che bella visione! In primo piano abbiamo il versante nord della Valle Trebbia (PC), con i prati verdi e i boschi ramati: un mix di primavera e autunno davvero strano. In secondo piano il versante sud della stessa valle, con l’inverno e la neve. Quello è il Monte Osero (1.301 m). Credo però che una foto come quella sopra potrei farla tranquillamente restando a casa, usando l’intelligenza artificiale. Il che, dal mio punto di vista, equivale al suicidio dei principi in cui credo.
Sul Caldarola la strada asfaltata si biforca. Qualunque scelta tu faccia scenderai in Val Trebbia. A destra si scende diretti su Mezzano Scotti. A sinistra si prende una strada ondulata meravigliosa, che raggiunge Travo passando accanto a due montagne stranissime, la Pietra Parcellara e la Pietra Perduca.
Quando leggo delle loro origini, non capisco molto. Sarebbero ofioliti, cioè due pezzi di fondale marino schizzati verso l’alto: una cosa successa molti anni fa, ancora prima degli anni ’70. La causa sarebbe stata una spaventosa eruzione vulcanica avvenuta in fondo al mare 250.000.000 di anni fa, capace di portare ad altezze stratosferiche parti del fondale roccioso.

La Parcellara è questa. I due in moto sono Moto Trotter e Cercatore di Strade, che posano per il saluto, dato che la loro meta è l’Oltrepotreffen sul Passo del Penice e se non ci vanno adesso non ci andranno mai più.
La Parcellara (836 m) è fatta di roccia magmatica carica di ferro che, col passare del tempo, è ossidato, per questo è rossiccia e sembra una montagna arrugginita. Resiste all’erosione in mezzo a un mare di colline fatte di argilla appiccicosa.
Siamo rimasti soli io e Stabili Piccolini (SP) e ho scoperto che lui non conosceva né la Parcellara, né la Perduca.
E la Perduca è ancora più interessante. Posta a quota 548 m, è fatta di roccia basaltica di serpentino nero e ha un aspetto scuro e minaccioso. È frequentata dai free climber (vanta una parete verticale da 70 m di dislivello) e dagli ufologi, in base a strani avvistamenti avvenuti nel corso degli anni.

Quassù qualcuno ha scavato dei gradini nella roccia e delle vasche quadrate (i Letti dei Santi) che, una volta riempite di acqua piovana, sono state popolate di tritoni. Si dice che siano stati i celti, per celebrare il culto delle divinità legate alle acque.
Si dice anche che le rocce ofiolitiche abbiano il potere di tenere lontane le potenze demoniache. Ed è vero, perché tutte le volte che ci sono stato non ho mai visto demoni.
I tritoni sono di tre razze: alpina, crestata e punteggiata. “Ma ci sono veramente i tritoni, Mario?”. “Certo. Vengo qua da anni, in tutte le stagioni e ce li ho sempre trovati. Li ho visti nuotare sotto il ghiaccio, d’inverno”.

“Mario, non vedo un solo tritone”. “Hai ragione, non so cosa dire”.

Questa è una delle foto che ho scattato ai tritoni della Pietra Perduca, in una delle gite precedenti ma, questa volta, non ne abbiamo visto nessuno. Questo è alpino, crestato o punteggiato? Non ne ho idea.

L’oratorio di Sant’Anna è sorto sui resti di un tempio dedicato alla dea Minerva e di una chiesetta del X secolo ed è stato costruito dai Monaci dell’ordine di San Colombano. Nel 1117 un terremoto lo ha distrutto, ma è stato rifatto. Le forme attuali risalgono al 1400.
Il Passo della Pia, che mi aspettava come prossimo spot, nella foto sopra si trova tra Stabili Piccolini e il campanile. A destra del campanile c’è il Monte Osero di cui parlavamo prima.
All’ingresso c’è una trave con incise parole in lettere prima latine e poi celtiche. All’interno ci sono degli affreschi e una pietra con l’impronta del piede della Madonna. Non siamo mai riusciti ad avere spiegazioni a riguardo, quindi le ipotesi sono tre:
- La Beata Vergine, che era povera in canna e viveva a Nazaret, a un certo punto s’è fatta una bella gita in Val Trebbia.
- Non è lei che si è spostata, ma qualcuno ha preso una pietra con l’impronta del suo piede e l’ha portata in Italia.
- Qualcuno ha preso una pietra con una rientranza, trovata sulla Perduca e ha gabbato i contadini della zona dicendo che quell’impronta era di Maria.
Chiaramente ci viene da propendere per la 3. Riguardo alla 1. ci sono studi storici che indicano in Gerusalemme o Efeso (Turchia) i luoghi degli ultimi anni di vita di Maria. La 2. non sarebbe così assurda, se si considera che pare che, nel 1294, una famiglia nobile chiamata Comneni Ducas Angeli portò, aiutata dai Crociati, le pietre della casa della Vergine da Nazaret a Loreto e qualche birichino potrebbe essersi “intascato” la pietra col piede per portarla sulla Perduca.
Poi ci sarebbe da capire come possa un piede lasciare un’impronta su una pietra, eh! Tipo fango che poi si è indurito. C’è anche un sito che studia questa impronta, ma non rivolge la sua attenzione a una pietra dentro la chiesa, bensì a delle conchette incise nella roccia vicina a una delle vasche dei tritoni.
Girare da soli è bello
La mia idea era trasportare Stabili Piccolini fino a Bettola e farlo dormire nella casa dei miei amici, ma lui voleva andare in bicicletta al mattino presto, l’indomani, per cui una volta calati in Val Trebbia mi ha salutato ed è tornato a Milano, arrivando dopo il tramonto e scoprendo che, se viaggi sotto lo zero con i guanti da moto estivi, ti congeli le mani. “Ma perché avevi quei guanti?”. “Non sono freddoloso, pensavo di resistere”.

Scendendo in Valle Trebbia dalla Pietra Perduca, passando per Montà, Corbellino e arrivando a Perino, si ha questa visione: a destra la Parcellara, a sinistra un’altra montagna ofiolitica, la Pietra Marcia, alta 722 m.
Bene! Si passava all’ultima fase di questa gita a strati: il Passo della Pia, cercando di agganciare il gruppo che stava facendo un giro in Val di Nure e che quella sera mi avrebbe ospitato a Bettola, nella casa di Willy Wonka, l’amico che gira con le tavolette di cioccolato. Ma quel gruppo era impegnato su stradelle nevose in zone senza campo, per cui non riuscivo a parlare con loro.


Caspita che percorso interessante che si erano andati a beccare! Ma queste foto me le avrebbero mostrate solo in serata, una volta tornati in zone con campo telefonico.
Insomma, per fare la Pia ero senza amici. Io non penso mai a fare dei giri in solitaria, cerco sempre compagnia ma, quando mi capita di essere da solo, la cosa finisce sempre per piacermi tantissimo. C’è un sapore particolare, soprattutto quando un posto mi piace e mi ci fermo, ho un rapporto più intimo, lo vivo più profondamente.
Un aspetto negativo del girare in solitudine è che se fai fuoristrada e ti fai male puoi seriamente finire nella merda. Per arrivare sulla Pia, io avevo tracciato un percorso su uno sterrato che non conoscevo. Non sapevo se avesse fango, gradini, pietre smosse, alberi caduti da superare, neve. C’era un altissimo potenziale di caduta pericolosa: può anche essere banale, da fermo, ma di quelle che ti rompi una caviglia e non riesci più a proseguire, a rialzare la moto, a guidare in fuoristrada. Per cui, saggiamente, decidevo di salire su asfalto. Una decisione saggia, eseguita in maniera non saggia.
Sarebbe bastato usare il navigatore del telefono, ma non ne avevo voglia, volevo andare a naso, ero convinto di sapere la strada.

Perché lo sterrato e l’asfalto per arrivare sulla Pia sono due versanti opposti di una stretta valle.
Ma io non lo sapevo e mi sono messo a cercare la strada asfaltata sul lato sbagliato, finché il naso non mi ha fatto arrivare a un minuscolo villaggio chiamato Martini, quello cerchiato nella foto. Se lo cercate su Google Maps manco lo trovate, ma è normale, quella app è davvero scarsa. Trovate solo la strada che ci arriva (Località Martini) e si capisce che è senza uscita. Martini è un villaggio minuscolo posto a 530 m di quota e non ci si passa per caso, ci si va apposta. Ma non ha alberghi, probabilmente non ha neanche un bar o un solo negozio. Sono una decina di case, attaccate una all’altra. È il classico posto talmente isolato che, se senti il rumore di un veicolo in arrivo, ti preoccupi e scendi in strada, per affrontare l’intruso: qua non passa mai nessuno, la mia T7 è un avvenimento, forse un problema.
Il Passo della Pia
Mi sono così trovato a fronteggiare due uomini e una donna che mi aspettavano all’ingresso del paese, con espressione preoccupata. Uno dei tre aveva dei grossi orecchini, strani, ero curioso. “Che cerchi?” mi domandava l’altro. “La strada del Passo della Pia, mi sa che mi sono perso”. “No, va bene. Sali su di qua” e indicava una strada in ripida salita, con fondo erboso, coperta di neve. Ahia. Non era l’asfalto che volevo fare in quanto da solo. “Sei sicuro?” domandava il tipo con gli orecchini strani. “Ma sì – rispondeva l’altro – ha una cross!”.
Avevo una cross, non potevo spiegare che ero da solo e non volevo fratturarmi in un buco di culo. Niente, era destino che io sul Passo della Pia ci arrivassi in fuoristrada. Solo che stavo facendo una strada erbosa e innevata di cui non c’era traccia nel mio GPS: secondo lui stavo navigando in assoluto fuoripista. E c’era pure un bivio. Ho preso a sinistra, finiva in un campo. Allora ho preso a destra e, dopo un po’, il mio tratturo si è andato a infilare proprio nello sterrato che avevo disegnato a casa, col computer, senza avere idea di come fosse.

Ecco com’era. Non era neanche innevato. Se fossi stato in gruppo con gli amici, avrei detto che era un’autostrada.
Se fossi stato da solo, col timore di cadere e rimanere bloccato fino a morire di freddo, allora non sarei stato tranquillo. Quante volte ho sentito dire “Sono caduto, stavo andando pianissimo, non so come sia successo, ma mi sono spaccato questo e quell’osso”. Succede anche ai più bravi. Io stesso mi sono ritrovato per terra, alcune volte, senza capire come mai. In più su questa strada, ogni tanto, c’erano dei pezzi ripidi con tanti sassi smossi. Pensavo: ma se fossi da solo e con la Ténéré? Beh, me la sarei fatta addosso. In quel caso ci sarebbe stato anche il rischio di cadere, di non farmi niente ma di non riuscire a rialzare la moto. Non ci sarebbe stato campo, non sarebbe passato nessuno, sarebbe arrivato il buio, avrei dovuto mollare lì il ferro e cercare aiuto a piedi, braccato dai licantropi.
Altra situazione in cui il monocilindrico vince dieci a zero sul bicilindrico.

Però era una strada bellissima. Una parte di me non era preoccupata e stava godendo.

Le pozze fangose in mezzo alla neve. Peccato non avere alcuno da fotografare.

Ed eccomi sul Passo della Pia, quota 720 m. Momento fantastico, eccezionale.
Ero arrivato in cima senza cadere. La parte di là era facile e pulita dalla neve. Stava tramontando il sole e quello là in fondo era il Monte Rosa. Era bellissimo essere qua!
I tramonti invernali in autunno
Lo so, come frase suona strana. Ma ha senso: eravamo a novembre, cioè in autunno, però il clima era invernale. I tramonti invernali in autunno sono i miei preferiti perché rappresentano l’apice del sabato del villaggio. Come dicevo, era bellissimo essere quassù, al cospetto del Monte Rosa, col cielo arancione sopra di lui e la consapevolezza che mi aspettava una bella serata con i miei amici, in un paesino di montagna, al caldo, mentre fuori andava sotto lo zero.

Tra l’altro oltre al Rosa si vedeva anche il Cervino. La foto sembra finta per via del cielo pixelato, ma non so come mai sia venuto quell’effetto. Oltretutto ho usato una fotocamera fullframe, non un telefono.

Dagli Appennini il Rosa si vede facilmente, il Cervino no. Ma dalla Pia si vede!

Bene, ora giù, a Bettola!
Quasi in cima alla Pia c’è Ebbio, un altro villaggio simile a Martini, nel senso che anche lui ha pochissime case ed è isolato, però questo ha la chiesa. Anche qui però le gente vive nel sospetto, ovvero non è abituata al passaggio di gente estranea e se qualcuno passa è subito allarme. Da Ebbio si vede il panorama sul versante opposto a quello da cui sono salito, quindi mi fermavo a fare foto: così la porta di una casa si apriva e un uomo si metteva a fissarmi, con le braccia conserte. Finivo di fare la foto e me ne andavo.

Ecco Bettola, la Terra Promessa, la meta di questa giornata, sovrastata dal Monte Santa Franca 1.321 m. L’edizione 2014 della Cow Adventure passò per la cima di quella montagna.
Mi scaldava il cuore vedere quel paese accendersi casa dopo casa. Era tutto il giorno che stavo all’aperto, non avevo neanche pranzato, avevo proprio voglia di scendere verso quelle luci, piazzarmi dentro a una pasticceria riscaldata e devastarla.
Bettola
È un posto strano, perché è formato da due paesi, San Giovanni e San Bernardino, che hanno sempre avuto vite proprie dato che uno stava al di qua del fiume Nure e l’altro al di là. Erano luoghi di sosta per i commercianti che si muovevano tra Piacenza e Genova, anche se la via meno impervia passava per la Val Trebbia e non per la Val di Nure. Poi, nel 1878, sono stati uniti da un ponte, unificati e chiamati Bettola.
La casa di Willy Wonka è a San Giovanni. La piazza principale è più bassa rispetto alla strada che risale la Val Nure, come se questa sia stata costruita su un argine.

In questa piazza c’è il santuario della Beata Vergine della Quercia, che è stato costruito a fine Ottocento con le pietre del fiume Nure.
Proprio in questa piazza c’era una pasticceria, chiamata con poca fantasia Bar Sport, con parcheggiate davanti due Yamaha Ténéré 700 e una KTM 890 Adventure, ricoperte di fango. I miei amici! In realtà avrebbero dovuto essere di più, ma in diversi hanno preso la via di Milano per tornare a casa per cena.
Mi sono fatto una bella mangiata, ho chiacchierato, mi sono fatto raccontare che giro avessero fatto. Sono stati in alto, han passato la giornata in mezzo alla neve, su entrambi i lati della Val Nure.
Relax. Poi siamo andati a casa. Certo, in tenda su qualche passo sarebbe più romantico, ma andare in una casa ha i suoi vantaggi: è riscaldata e ci si può fare una doccia bollente di 8 ore che, quando passi le giornate invernali in moto, è un vero piacere della vita.
I piaceri della vita
Willy Wonka ha una villetta a tre piani nella zona alta di Bettola. Ci annunciava che era la casa delle vacanze estive della sua famiglia. D’inverno non ci vanno. Quindi ci spiegava che in casa mancavano la luce, il riscaldamento e l’acqua calda. Nel frattempo, la temperatura era scesa a 4 gradi sotto lo zero. Qualcosa mi diceva che la doccia bollente sarebbe rimasta un sogno.
Arrivavamo, parcheggiavamo. Willy estraeva un generatore: avevamo quindi la luce e potevamo caricare gli smartphone. C’era un camino, ma sembrava ostruito. Il piano di sopra, dove avremmo dormito, era infestato dalle cimici.

E così Carugo, che viene chiamato Karutto per motivi facilmente immaginabili, si faceva un giro sul tetto per liberare il camino. Diceva che c’era un nido di qualche animale, probabilmente caribou.

Una volta liberato il camino, Willy Wonka lo riempiva di legna e poi le dava fuoco. Ma la cappa era ancora ostruita, per cui un bel fumo nero invadeva il salotto, per poi salire verso l’alto.
Ci stavamo intossicando. L’unica cosa da fare era spalancare tutte le finestre, in tutti i piani, per purificare l’aria. Quindi eravamo in una casa senza riscaldamento, con tutte le finestre aperte e con 4 gradi sotto lo zero. Continuavo a desiderare una doccia bollente. Per consolarmi, pensavo all’assedio di 900 giorni che i nazisti inflissero a Leningrado, durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli abitanti dovettero affrontare tre inverni in case prive di riscaldamento e con buchi vuoti al posto delle finestre, che erano state smantellate: e lì pare che arrivarono ai 30 gradi sotto lo zero.

Alla fine, il posto più caldo di tutta la casa era il balcone, dove la griglia faceva da stufa.
Si potrebbe dire: ma se queste cose le fai in tenda, che non è riscaldata, perché qua la meni tanto con ‘sti 4 gradi sotto lo zero senza riscaldamento? Perché è una questione psicologica. Il Mario Ciaccia che esce di casa sapendo che passerà tre nottate in tenda sulla neve non è lo stesso, a livello mentale, che si pregusta un fine tappa con la doccia calda e la cena accanto al camino.

Anche andare in bagno era un’esperienza diversa da quella che ci aspetta dentro una casa.
Qualche animale aveva riempito il sanitario di foglie, lasciando quelle buffe impronte sul bordo. A occhio e croce, potrebbe trattarsi di una giraffa.
Mille modi di orientarsi

Domenica: sveglia col sole e un bel -5°.

Selle ghiacciate, fantastico per gli zebedei. Ma la mia DR-Z, essendo carburata grassissima (non per mia volontà), partiva al secondo tocco di pulsante, senza neanche tirare l’aria.
Gli altri dormivano fino a mezzogiorno e passa, quindi mi aspettava un ritorno a casa tutto solo. Dovevo farlo su asfalto e senza metterci troppo, quindi vagliavo tutte le possibilità di orientamento.
a) Chiedere alle persone. Appena vedo un passante gli chiedo la strada per Milano.
b) Mappa cartacea da consultare. Mi diverte sempre usare le cartine stradali, come si faceva nel paleolitico.
c) Mappa cartacea da cui prendere i nomi. Scrivi su un foglietto i nomi di tutte le località da attraversare e te lo incolli sul serbatoio. Ti orienti con i cartelli stradali.
d) Navigatore. È il sistema più comodo e lo usano tutti, ma è anche quello che dà meno gusto.
e) Traccia inviata da un amico. Anche questa è comoda e magari passa per posti interessanti, ma non ho amici che abbiano pronta una Bettola-Milano su asfalto sfiziosa.
f) Whip. Questa app è impressionante da quanto lavora bene. Le dici tutto quello che ti serve e ti cucina un itinerario con i fiocchi, anche se in fuoristrada, da quello che ho visto, certe volte ti fa finire dove non dovresti.
g) Traccia disegnata da me. È il sistema che preferisco, mi diverto proprio. Il grosso problema è che io so farlo solo al computer, qua non ho il computer e mi sono clamorosamente dimenticato di disegnare una traccia di ritorno, nei giorni precedenti.
h) GPS e naso. Altro sistema che trovo molto divertente. Sul GPS imposti la mappa con una piccola scala, in modo da vedere un’ampia porzione di territorio. Dopodiché vedi in quale direzione devi andare e lo fai controllandola con il cursore a freccia. La mappa Openmtbmap che ho sul dispositivo mi permette di scegliere tra le stradone trafficate e le stradine intime.

Sceglievo la h) e prendevo subito il Passo del Cerro. Stupore: eravamo in novembre, la quota era di soli 750 m, non nevicava da due giorni, eppure la strada era innevata.

Là in fondo si vedono le casine del Passo del Cerro. Quanto mi piacciono i villaggi sui passi, che si barcamenano in bilico tra due versanti, dove la neve è la norma…

Scendendo verso la Valle Trebbia, il Poggio Alto (1.237 m).

Altra visione scendendo dal Cerro verso Perino: da sinistra Monte Bogo (840 m), Pietra Marcia (722 m) e Pietra Parcellara (836 m).
Sci anni Sessanta
Il giochino della Direzione Da Seguire (DDS) mi induceva ad andare sul Passo del Penice, probabilmente il valico più frequentato da motociclette della zona. Ma non con questo clima. Tuttavia, incontravo diverse moto, reduci dal raduno. Moto belle bagagliate, alcune vecchie di decenni, persino sidecar. Guida guardinga, perché in alto la strada era innevata.

Il Penice è un passo-villaggio alto 1.149 m sul mare. Si tratta di una stazione sciistica risalente al boom degli anni Sessanta e l’architettura degli alberghi sul valico lo dimostra.
Sul Penice avverto sempre quel senso di struggimento, quasi da urbex, di quando si capisce che un posto un tempo era rigoglioso e pieno di turisti e oggi vive di ricordi, un po’ come la scena finale di Shining. Del resto in zona ci sono proprio luoghi da urbex, ovvero alberghi che, finito il boom, sono decaduti fino a venire abbandonati (vedi il vicino Passo del Giovà, 1.368 m).
Il Penice vantava tre impianti sciistici, che permettevano di sciare tra Casa Matti (960 m) e il Monte Penice (1.460 m). 500 m di dislivello non sono niente male, per una località appenninica così vicina alla Pianura Padana.
Oggi però è attivo solo l’impianto centrale, che è uno skilift lungo appena 290 metri, con 60 m di dislivello e che serve tre piste lunghe 400, 300 e 360 m, per un totale di 1.060 m: è uno dei più piccoli comprensori sciistici del mondo.

La “pista in scatola” di Dubai ha una seggiovia lunga 310 m: 20 m più del Penice.

In un colpo di teleobettivo, dal Passo delle Tre Strade si vedono le piste occidentali del Penice.
Per quanto piccolissimo, questo comprensorio ha due caratteristiche che lo rendono interessante: lo skilift funziona anche di notte ed è interregionale, perché parte dalla Lombardia ed entra in Emilia Romagna.
Romagnese
Nello scendere dal passo verso la Pianura Padana usciva il sole, la temperatura superava gli zero gradi e mi veniva una botta di euforia. Ero contento di girare da solo, mi divertivo a guidare la mia piccola monocilindrica, mi sentivo molto on the road.

Così, vedendo Romagnese dominata dal suo castello, andavo a farci un giro.
Siamo in Lombardia (PV), in una zona dove si incrociano i confini di Emilia (PC), Piemonte (AL) e Liguria (GE).
Nel 218 a.C. Annibale sconfisse i romani sul fiume Trebbia e un parte dell’esercito romano in fuga si accampò qui, a quota 630 m, sotto il Penice. Mise su il suo solito accampamento a scacchiera, col cardo e il decumano e questo diventò un villaggio.

Una cosa strana, alla quale scienziati di tutto il mondo non hanno saputo dare una risposta, è come mai dall’accampamento dell’Elefantentreffen non sia ancora sorta una città.

Romagnese è tutta in salita, a cavallo di una cresta ed è difficile riconoscere la pianta di un antico accampamento romano. In fondo a sinistra si vedono il Passo e il Monte Penice.

L’attuale castello risale al XV Secolo, quando il borgo venne regalato a un condottiero del Duca di Milano chiamato Jacopo Dal Verme.

Questa zona degli Appennini, compresa nelle quattro regioni citate prima, durante la Seconda Guerra Mondiale faceva da rifugio ai partigiani durante l’occupazione nazista. Non c’è villaggio di montagna che non abbia una targa simile a questa.
Col giochino della DDS sono sceso fin quasi al lago di Trebecco che, negli anni del boom del windsurf, era diventato una delle mete acquatico-ventose più vicine a Milano. Ma lì ho girato a sinistra per il Passo del Carmine (600 m), puntando su Broni. Poi ho capito che sarei finito troppo vicino a Pavia e, volendo fare stradine, ho deviato per Stradella. A questo punto iniziava la traversata della Pianura Padana, per buona parte nella provincia di Pavia. Il Po l’ho superato a Spessa, quindi ho risalito l’Olona passando per Genzone, Copiano e Vistarino.

Tra Vistarino e Roncaro ho percorso quella che potrebbe essere la più stretta strada asfaltata che abbia mai trovato in Pianura Padana.
Poi, sempre per stradine lungo i canali, son passato per Ceranova, Vidigulfo, Siziano, Binasco, Noviglio, Gaggiano fino al mio paesello, Cisliano.

Quando navighi per le stradine padane, hai il Deserto, l’Albero Isolato, la Cascina e l’Azienda Agricola simile a una fortezza.

Trezzano sul Naviglio (MI) e le Alpi viste da Gaggiano (MI).

Prospettiva curiosa: le cascine delle campagne milanesi in primo piano, i grattacieli di City Life in mezzo e le Alpi sullo sfondo.
Purtroppo, questo articolo finisce qua. Mi rendo conto che è cortissimo, ma in fondo sono stati solo due giorni di moto e non è successo quasi nulla. Speriamo in qualcosa di più avvincente, per il futuro.
2 risposte
Che gioia ritrovare la magia del tuo raccontare la moto dopo anni di astinenza dai famosi “raccontini”. Grazie!
Meraviglioso.
Grazie.