True bike stories. Not serious

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MOTO VS TRENO 2: LA GARA

Dopo lo scouting tocca alla gara: 54 km per il treno, 60 per noi e l'obbligo, per vincere, di fargli le foto in 13 punti prefissati. Scopriremo che, talvolta, va più forte di 30 km/h

Indice dei Contenuti

Appena siamo tornati a casa dallo scouting abbiamo studiato un percorso più “attillato” alla ferrovia e siamo così scesi da 70 a 60 km, con un calo della media richiesta per battere il treno da 32 a 28 km/h.
A tentare questa storica impresa, di cui avrebbero cantato aedi e cantastorie per i secoli a venire, saremmo stati gli stessi tre dello scouting, visto che eravamo rodati, in più io e Albertash questa volta saremmo stati collegati via interfono.

La mente della spedizione, Albertash, con la sua Honda CRF300L dotata di sospensioni Öhlins: la dual sport del momento. Ultimamente questa moto ha subito violenti attacchi dalla concorrenza ma, da molti punti di vista, è ancora la migliore tra le tuttofare.

Alfredino passava dalle maniche corte a quelle lunghe e dalla Yamaha TT600RE alla Beta Alp 200. Perché il percorso lungo la ferrovia era facilissimo, ma il ritorno sarebbe stato pieno di mulattiere.

Vabbe’, io ero con la solita T7.

Per una cosa simile, con gli orari contati, meno si è meglio è, ma invitavo una quarta persona, Paolino Sanna, presidente del MC Africa Twin Italia, che abita vicino a me. Gli spiegavo brevemente di cosa si trattava. Lui non poteva ma, sul sottile filo del rasoio per cui uno non capisce se viene invitato per puro piacere o perché serve, mi mandava un sostituto, Bigliardino, con cui non avevo mai girato prima, ma che mi incuriosiva perché ha un’Africa Twin fighissima.

Si chiama Andrea Bigliardini, quindi si fa chiamare Bigliardino. Bella la sua Africona, vero?

Bigliardino, di questa cosa, non sapeva niente. Gli spiegavo che all’andata avremmo dovuto gareggiare contro un treno a vapore su sterrati scorrevoli, quindi il percorso era facile ma noi dovevamo fare in frettissima, mentre il ritorno sarebbe stato più rilassato, ma su un percorso più impegnativo, con vere e proprie mulattiere.
“Sai com’è, se non le fai da un paio d’anni potrebbero essersi devastate e diventare incommestibili” gli spiegavo. Lui era simpatico e rilassato e rispondeva: “Vediamo come va, altrimenti giro la moto e prendo l’asfalto”.

Che gente strana c’è a Novara

Il 12 ottobre 2025 le previsioni sono così così. Se dovesse piovere, andremmo più piano, quando già con l’asciutto non siamo sicuri di riuscire a battere un treno che va a 30 kmh.
Iniziamo subito sbagliando lato della stazione. Informazioni sbagliate ci dicono che il treno partirà da uno dei binari più a est, così parcheggiamo le moto e andiamo in un bar per montare gli interfoni. Ma troviamo gente assurda, forse anche pericolosa.

Da dove saltano fuori ‘sti due? Sicuramente sono più eleganti di Albertash.

Lì per lì penso che siano due pazzi, ma dentro il bar ci sono signori e signore vestiti anche loro in maniera assurda.

Poi vedo che, nel bar, è appesa questa locandina e capisco. Albertash non mi aveva detto che, a bordo del treno, i passeggeri sono vestiti come un secolo fa!

Ma è fantastico! Ciò rende questa avventura ancora più interessante. E mi dice che ha ancora più senso salire sul treno a fare le foto all’interno. Questo arriva, ma è sui binari del lato opposto. Sarebbero 150 m a piedi, ma poi rischierei di avere la moto bloccata da un passaggio a livello, quindi vado sull’altro ingresso. 150 m a piedi diventano, in moto, un chilometro e mezzo con due semafori. Perderò mica il treno?

No, faccio in tempo, lo stanno ancora lubrificando. La motrice è una FS 640, quindi ha almeno 115 anni.

I macchinisti sono simpatici. Notano che, tra i cosplayer, c’è uno che in teoria non ha capito niente (io: sono travestito da motociclista), ma poi capiranno, perché per tutta la tratta ci vedranno sbucare di qua e di là in sella alle nostre enduro.

Salgo a bordo. Le carrozze sono le Corbellini, quindi ci sono tra i 40 e i 50 anni di differenza tra motrice e vagoni.

Uh, guarda, il tipo del bar.

Scendo dal treno, torno alla moto, bisogna partire al volo, ma gli altri tre non ci sono. Sono rimasti dall’altra parte, non ci siamo capiti e non rispondono al telefono. Iniziamo malissimo! Finalmente arrivano e non serve che io stia fermo a insultarli, perché si può fare guidando, grazie all’interfono.
Ma le mie sono paturnie inutili: dopo 11 km arriviamo al WPF 2, ovvero la stazione fantasma di San Bernardino, in vantaggio sul ciuf ciuf. Un punto per noi!

Da qua si vede tutto: treno, stazione e motociclette.

Non siamo soli. L’idea di fotografare il treno l’hanno avuta anche altri. Ci sono persone con fotocamere “vere” e cavalletti, ma c’è anche chi va di smartphone. Alcuni si accontentano di un solo passaggio, altri no e li incontreremo qua e là, fino alla fine. Ma sono in auto e si appostano solo sulle strade asfaltate.
Dopo che il convoglio è passato, metto via la fotocamera e ripartiamo. Ci sono da fare 6,5 km di strada sterrata sulla Roggia Mora, mentre il treno deve farne 6 tondi. Non ho dubbi che vinceremo noi.
Dopo pochi minuti raggiungiamo il treno, lo affianchiamo, lo superiamo, lo lasciamo indietro. Cerco di tenere gli 80 km/h di tachimetro. Albertash mi si incolla alle chiappe. È la prima volta che usa l’interfono e gli piace molto. Mi incita: “Dai, su, apri il gas, dai che arriva il treno”. “Ma lo stiamo staccando! E siamo già a 80 orari. È pericoloso andare a 80 orari in sterrato”. Si tratta dello stesso genere di sterrati dove Jarno Boano va a 150 orari con la Ténéré 700, facendo salti da 60 metri, ma io non sono lui.

Ma quel treno va veramente a 28 orari?


A un certo punto compare un tipo che sta a bordo strada, con l’auto posteggiata e una reflex sul cavalletto. È evidente, sta aspettando il treno, vuole fotografarlo anche lui. Ma il nostro passaggio lo fa incazzare, perché solleviamo polvere. Ha ragione. Tutto preso dalla nostra gara, e avendo fatto altre volte la Roggia Mora senza mai incontrare anima viva, non mi ero fatto il minimo scrupolo sul passare di qui a 80 km/h.
Di colpo, il terreno cambia. C’è una fangaia piuttosto lunga, un mix di cacca e pipì, ovvero fango e pozze d’acqua color bile. Chiudo il gas, ma ormai manca poco e sono sicuro che faremo in tempo a scattare la foto. Invece no. Quando arriviamo al punto fatidico, ci ritroviamo il treno accanto. Maledizione! Come cacchio è successa ‘sta cosa?

Il WPF 3 è questo, fotografato durante lo scouting di luglio. La foto del 12 ottobre avrebbe dovuto avere anche il treno, oltre al motociclista.

C’è qualcosa che non torna. Ok, nella fangaia ho rallentato e il treno ci ha preso, ma avrebbe dovuto essere molto più indietro. Se guardo la traccia Gps, vedo che quei 6,5 km li ho fatti a una media di 48 km/h, con punte di 76 e una minima di 13 km/h, chiaramente nel fango. Sono partito dietro al treno perché dovevo mettere via la fotocamera, ma c’ho messo un attimo. L’unica spiegazione che mi viene in mente è questa: quel treno non va a 28 km/h, ma molto di più.
Il macchinista si vede affiancare da quattro moto sbucate all’improvviso, tipo assalto degli indiani alla diligenza e forse nota pure che quello della Ténéré lo sta mandando al diavolo. Sono io: non ce l’ho con lui, ma non poter fare questa foto mi devasta, quindi mando al diavolo il treno che sta andando troppo forte.
WPF 3 fallito. Siamo uno pari, che palle. E se il treno continua a correre così, roba che arriva primo anche nei WPF successivi.
Nei successivi 2 km ci sono 4 curve ad angolo retto e li facciamo a 43 km/h di media, ma…

…vinciamo noi. Facciamo in tempo ad arrivare alla stazione di Fara Novarese, WPF 4, parcheggiare, entrare e il treno arriva in quel momento. Adesso siamo due a uno per noi, ma non capisco come abbia fatto a batterci, prima.

Adesso ci sono 6 km fino al prossimo WPF, il quinto, il più bello, quello dell’aceto Ponti a Ghemme.  Nel senso che si passa accanto alla fabbrica del famoso aceto, prodotto fin dal 1787. La fabbrica è incastrata tra le rotaie di qua e la Roggia Mora di là, in un punto di chiuse spettacolari.
Siamo messi bene, perché il treno ha appena iniziato i cinque minuti di sosta in stazione, per cui arriviamo con calma e posso appostarmi quasi in mezzo alle rotaie.

Fantastico! A sinistra l’aceto, in mezzo il treno, a destra gente che festeggia il tre a uno.

Il WPF 6 è quello che passa sotto l’autostrada, a Breclema e dista solo 2 km, con 8 curve. Non abbiamo speranze. Facciamo soltanto i 38 km di media e, quando arriviamo al sottopassaggio, del treno troviamo solo il fumo.  Siamo tre a due.
Ci sono 4 km prima del WPF 7 della stazione di Romagnano Sesia, quella con lo Chalet di legno con su le svastiche. Non riusciamo a raggiungere il treno neanche qui. Due sconfitte consecutive! Tre pari, maledizione. E ci va bene che adesso lui deve fare 5’ di sosta.

Questo ci permette di passare al quattro a tre al WPF 8, sul ponte di ferro sopra la Roggia Mora oltre Romagnano. Siamo al km 34 da Novara.

Si passa all’asfalto ma, a Prato Sesia, sono incuriosito da un motoraduno e mi fermo a fotografarlo, Dio solo sa perché, visto che abbiamo una gara da vincere. È la sedicesima edizione del moto/autoraduno della Sagra della Castagna, dove si partecipa con mezzi anni ’80.

Via, a manetta! C’è un treno Hayabusa da prendere. Passiamo all’asfalto, perché il percorso in fuoristrada divagherebbe e noi si deve quagliare. Son circa 13 km fino alla stazione di Borgosesia.

Stazione di Borgosesia, 46° km, WPF 9, adesso siamo cinque a tre. Il treno è indietro e anche qui c’è gente stupenda.

Tunnel di Vanzone, km 49, WPF 10: dovevamo scegliere se fare la foto all’ingresso o all’uscita e abbiamo scelto la prima ipotesi. Siamo sei a tre per noi. Mancano 11 km e 3 WPF: se dovessimo perdere, da qui in poi, gli scratch rimanenti, finiremmo vincitori parimerito.

Roccapietra, WPF 11, vinciamo pure questa. Siamo sette a tre. Siamo matematicamente vincitori.

Però… D’accordo, abbiamo vinto, ma non sarebbe un bel finale se il treno arrivasse a Varallo Sesia, la meta finale, prima di noi. A questo punto vorremmo stravincere. Ma potrebbe esserci un ostacolo: il passaggio a livello di Giare di Varallo, che si trova 750 m prima della stazione conclusiva. È il WPF 12, il più insidioso.
Ragioniamo. Se arrivassimo e le sbarre fossero abbassate, significherebbe che il treno non sarebbe ancora arrivato, che saremmo arrivati primi, che potremmo fargli la foto che vale il punto. Ma c’è il grosso rischio che, una volta alzate le sbarre, il treno sarebbe ormai prossimo alla stazione, in dirittura d’arrivo.
Se invece arrivassimo con le sbarre ancora alzate, saremmo sì arrivati primi, ma ci converrebbe passare oltre, non fare la foto al WPF 12 (quindi niente punto) e salvare quella dell’arrivo del treno.

In realtà non abbiamo scelta. Quando arriviamo, le sbarre sono già abbassate. Quindi prendiamo il punto per il WPF 12, ma per il WPF 13 la faccenda è disperata.

Si alzano le sbarre, ripartiamo, facciamo l’ultimo chilometro, arriviamo in stazione, molliamo le moto ed entriamo, convinti di avere perso l’ultima manche. Non è così: probabilmente il treno rallenta moltissimo nell’ultimo tratto, perché quando entriamo non c’è ancora. Poi arriva e la discesa dei passeggeri è uno spettacolo straordinario.

Il grande show di Varallo

Guardate che roba…

Non è solo una questione di costumi… Sembrano veramente personaggi di fine Ottocento, anche se il treno è dei primi del Novecento. Da dove arrivano? Cosa fanno, quando non stanno su questo treno? Non riusciamo a immaginare questi galantuomini vestiti come nel 2025.

Questa signora balla il charleston!

La gita non è ancora finita perché bisogna attraversare i binari per la foto di gruppo.

Al centro spicca il sindaco di Varallo Sesia, Pietro Bondetti.

Viene il dubbio che queste foto verrebbero meglio in bianco e nero…

Il museo storico dentro la stazione è molto piccolo e ha poche cose da vedere, ma ci ha colpito la varietà dei libri esposti.

Lo vedete “Binari tra risaie e Monferrato”? C’è un aggancio con l’articolo che abbiamo pubblicato sul giro monocilindriche-bicilindriche da Vigevano al Monferrato. Là abbiamo scoperto i resti di una Casale-Asti che meriterebbero un’esplorazione.

Bene! Siamo felici, abbiamo vinto la gara, ci siamo divertiti, è stato bello vedere questi personaggi vestiti come ai tempi dei nostri bisnonni (tra noi quattro io sono il più giovane, 59 anni, quindi abbiamo avuto tutti bisnonni nati a fine Ottocento).
Per mangiare e per tornare a casa il programma è completamente diverso rispetto allo scouting. La pappa la facciamo in un agriturismo imbucato in cima a un monte che si chiama Valdigoja e che si raggiunge con una strada asfaltata così stretta, ripida e tortuosa che diversa gente parcheggia prima e fa l’ultimo chilometro a piedi. Ovviamente in moto è divertentissima, ma non se sei uno di quelli che si sdraia sullo Stelvio.
Una volta lassù troviamo un cuoco molto gentile che ci fa un menù fisso con svariate portate, belle abbondanti. A un certo punto basta, non ce la facciamo più. “Ma che stiamo facendo? Un pranzo di matrimonio con tutte le mulattiere che ci aspettano?”. “Non ce la faccio più, se non mi caccio due dita in gola per vomitare non riesco a salire in sella”.
Il ritorno avviene per un itinerario completamente diverso, rispetto a quello di luglio. In quel caso eravamo stati a est della Sesia, adesso si viaggia a ovest.

Cadere nei fossi

Segue la salita asfaltata per il Monte Tovo (1.210 m). Al 12 ottobre c’è già un tappeto di foglie arancioni per terra, ma sugli alberi sono ancora verdi: è ancora presto per il foliage.

La discesa è tutta sterrata, 8 km bellissimi nel bosco con tratti ripidi e sassosi. Ma Bigliardino ci cuoce il freno posteriore, quindi di colpo smette di divertirsi.

Segue la traversata di Cima Croce, quota 572 m, 6 km di sterrato tra salita e discesa. Nell’uscire da un tornante Bigliardino allarga e cade praticamente da fermo, finendo nella scarpata. Lo vedo cadere e mi viene da urlare una cosa tipo “Oh, no, cazzo” ma ho l’interfono, Albertash è davanti, sente il mio urlo nel casco, si gira, perde l’avantreno e cade. Mi trovo quindi tra due moto sdraiate per terra, una davanti e una dietro, ma nessuno si è fatto male e si riparte.
Il prossimo spot è la mulattiera più bella del Leventino, che è una delle nostre cavalcate preferite. Abbiamo anche invitato i due organizzatori ad aggregarsi, ma non possono.

Doppia foto: a sinistra Cima Croce, a destra la mula bella del Leventino.

Si tratta di un sentiero a gradoni di granito con invito a 45°, fattibile anche con le bicilindriche, ma lo facciamo solo io e Albertash. Sarebbe un tratto obbligato, senza alternative, eppure…

…eppure succede che i taglialegna ne hanno tagliata tanta, così che si è venuta a creare un’autostrada. Uno scempio. Come andare al Louvre e disegnare i baffi alla Gioconda o montare il variatore sulla BMW HPN Marlboro di Gaston Rahier.

Si prosegue per sterrati fino a Gattinara, poi a Romagnano si riprende fino alla pista da cross di Fara Novarese. È un percorso stupendo prima per vigne, poi per boschi e brughiere: ci fa da guida Alfredino, questa zona è il suo pezzo forte.

Ma tocca a me cadere dentro un fosso. Picchio la spalla sinistra e, per contraccolpo, mi esce quella destra: mi mancava, un infortunio simile. Di solito, a uscire è la spalla su cui casco, non l’altra. È una seccatura, perché mi sono già fatto operare 7 anni fa.

Eppure io conosco un modo per avere le spalle sane: è non andare in moto, ma mi dimentico sempre di metterlo in pratica.

Speriamo che tu non ti sia perso l’articolo in cui raccontiamo lo scouting del percorso su cui abbiamo sfidato il treno.


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3 risposte

  1. Giro stupendo bravi vi invidio tantissimo a con il cuore

    Sono le soddisfazioni della vita

    Alla prossima avventura
    Ciao
    Arturo

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