True bike stories. Not serious

True bike stories. Not serious

True bike stories. Not serious

True bike stories.
Not serious

True bike stories.
Not serious

True bike stories. Not serious

Ponti di barche del Po.
Ponti di barche del Po.

A CACCIA DI PONTI DI BARCHE

Un tempo era la tipologia di ponte più diffusa sui grandi fiumi italiani, faceva parte del quotidiano. Oggi ne resistono pochissimi, quasi tutti concentrati sul Po e sul Piave

Indice dei Contenuti

Tra le tante cose che non fanno dormire gli italiani di notte c’è la domanda “Ma quanti ponti di barche esistono ancora in Italia?”. C’è gente che è arrivata all’esaurimento nervoso, vivendo in questo atroce dubbio. Se chiediamo a Wikipedia dice otto. Quel sito non è una fonte diretta, quindi è comodo ma non è il Vangelo. A noi, per dire, ne risultano undici, ma è molto probabile che ce ne siano altri.

Tutti al Nord-Est

Infatti quello che troviamo davvero strano è che questo tipo di ponte un tempo era diffuso in tutta Italia, mentre ora ci risulta che ne esistano solo al Nord, soprattutto nel Delta del Po e in zona Piave. Possibile che non sia sopravvissuto qualcosa al Centro e al Sud? Dai, chi sa qualcosa parli.
Questa tipologia di ponte è davvero semplice da realizzare: metti in fila un po’ di barche, ci fai passare sopra una strada ed hai risolto un grosso problema.

Nella sigla iniziale del film Don Camillo del 1952 si vede il ponte di barche sul Po di Boretto (RE).

Il ponte di Boretto era formato da 92 chiatte ed era lungo 250 metri. Appartiene a una categoria di ponti di barche lunghissimi che si è completamente estinta. Venne bombardato nel 1944, insieme a tanti altri ponti di barche o in muratura, per tagliare la ritirata dei tedeschi. È stato quindi ricostruito ed utilizzato fino al 1967, per poi venire distrutto e rimpiazzato dal ponte in cemento di Viadana.
Questa tipologia di ponte è nata migliaia di anni fa in Cina e si è diffusa in Persia e in Grecia. Poi è arrivata nell’antica Roma. Nel 251 a.C., a Palermo, ci fu la famosa battaglia tra i romani guidati da Lucio Cecilio Metello e i cartaginesi, che erano al comando di Asdrubale. Vinsero i romani e zanzarono 140 elefanti agli sconfitti, da portare a Roma come trofeo. Ma come superare lo Stretto di Messina? Secondo quanto scritto da Strabone e Plinio il Vecchio, tra caricarli su un sacco di barche, fare una marea di viaggi avanti e indietro con poche barche e costruire un ponte venne scelta, incredibilmente, la terza soluzione: vennero legate gigantesche botti a due a due e costruita una strada con tanto di fondo di terra e parapetti, per superare un braccio di mare di oltre due chilometri. Una volta passati, non distrussero il ponte, che restò agibile per qualche mese, prima che il mare e la mancanza di manutenzione non lo distrussero. Quasi 2.300 anni più tardi siamo ancora qua a parlare del famoso ponte dello Stretto!

Sulla Colonna Traiana, a Roma, è stato bassorilievato l'esercito romano che, durante la prima campagna di Dacia, nel 101 d.C., passa il Danubio su un ponte di barche.

Sulla Colonna Traiana, a Roma, è stato bassorilievato l’esercito romano che, durante la prima campagna di Dacia, nel 101 d.C., passa il Danubio su un ponte di barche.

Durante la Seconda Guerra Mondiale diventò la prassi spostare eserciti arrivando a un fiume in cui era già stato bombardato il ponte, costruirne uno di barche, far passare tutti e poi distruggerlo. Per tirarli su velocemente c’era un reparto specializzato, il Genio Pontieri, costituito nel 1883 a Piacenza ed esistente tuttora come 2° Reggimento Genio Pontieri che, oltre ad operare in guerra, agisce soprattutto per aiutare la popolazione durante le catastrofi naturali, come alluvioni e terremoti.

Perché sono spariti

Prima della Seconda Guerra Mondiale c’erano parecchi ponti di barche, ma ne sono stati bombardati una buona parte e pochi sono stati ricostruiti. Nei decenni successivi al conflitto ne sono stati eliminati tanti altri. Sono economici e veloci da costruire, inoltre resistono alle piene (se opportunamente scomposti e fatti ruotare in favore di corrente), ma richiedono cure costanti e ostacolano il passaggio delle imbarcazioni: c’è una parte centrale che va rimossa, spostata e rimessa poi a posto. Per questo, con il passare degli anni, sono stati demoliti e rimpiazzati da strutture in cemento. Quando succedono queste cose, si passa da una fase in cui il ponte di barche è visto come un manufatto da eliminare per lasciare posto al progresso ad un’altra fase in cui ci si rende conto che invece è un reperto storico, appartenente a un’Italia che sta scomparendo e che si vuole preservare. Un po’ la storia della Fiat 500, non quella che fanno adesso, ma la minuscola bicilindrica progettata da Dante Giacosa nel ’57. In famiglia ne abbiamo avute due e ricordo questi viaggi scomodissimi, a 80 all’ora, con noi tre bambini pressati nel sedile posteriore, a crepare di freddo d’inverno e di caldo d’estate. Adesso, quando ne vedo una, piango di nostalgia.
Si piange pure quando qualcuno propone di far fuori uno dei pochi ponti superstiti. Alcuni si auto finanziano facendo pagare un pedaggio, stile autostrada, con tanto di casello.

Quanti ne sono rimasti?

Quest’articolo lo avevamo in testa da quando le moto erano a carburatori e non avevano l’ABS. A frenarci era la difficoltà di sapere quanti ne fossero rimasti. Ma poi abbiamo pensato: di questo passo arriveremo al 2067. Non avremo mai la certezza di sapere quanti sono. Su Wikipedia, come dicevamo, qualcuno s’è sbilanciato e dice che ci sono 8 sopravvissuti. Noi ne conosciamo 11, quindi a ‘sto punto tanto vale scrivere questo articolo, con la speranza che qualcuno ci segnali qualche altro ponte di barche. E se dovesse succedere, aggiorneremo il pezzo. Di questi 11 ponti, nove sono fattibili in moto e due in bicicletta.

Ecco i ponti che conosciamo noi. Li abbiamo uniti con una traccia stradale, che non tocca autostrade, lunga 600 km e che termina a Cavallino, su un ponte NON di barche.

Sotto Milano, tutto solo, c’è quello di Bereguardo sul Ticino. Poi ci sono i due vicini di Commessaggio e Torre d’Oglio, vicini al Po. Quindi c’è il Delta del Po con i suoi quattro. Ce n’è uno, ciclabile, vicino a Padova e poi ci sono i tre nella zona del Piave. Volendo raccontarli tutti, seguiremo la traccia qui sopra, partendo da ovest.

Bereguardo (PV), sul fiume Ticino. Ponte o pista da cross?

Iniziamo subito con il più lungo: 27 barche per 230 m di lunghezza.

È anche uno dei più giovani, ancora fresco di vernice, visto che lo hanno fatto costruire gli Sforza nel 1449. Le chiatte sono state in legno fino al 1913, quando le hanno rimpiazzate con quelle di cemento. Il cemento galleggia, ogni volta ne rimango stupito. Esistono anche casette galleggianti in cemento, lungo il Po. Queste chiatte però vanno rimpiazzate periodicamente ed è quello che sta succedendo adesso: il ponte è stato chiuso il 9 dicembre 2025 con l’intenzione di riaprirlo il 21 luglio 2026.

Tra gli 11 ponti di barche questo è il più “mosso”. Ci si potrebbero fare dei salti crossistici. Ma già passando piano piano si fa un gran baccano, schiacciando tutte quelle assi di legno.

In queste due immagini il ponte di Bereguardo in fase di smantellamento, nel febbraio del 2026.

Su questo ponte è stata ambientata una delle scene più importanti del filmI cammelli di Giuseppe Bertolucci, fratello del più noto Bernardo: si tratta di un road movie dove Paolo Rossi e Diego Abatantuono devono portare un cammello da Carpi (MI) a Milano.
Per trovare il prossimo ponte, anzi, i prossimi, bisogna fare un balzo in linea d’aria di 120 km a est, finendo verso gli estremi confini orientali della Lombardia.

Commessaggio (MN), sul canale Navarolo. Quello aristocratico

Sei chiatte, cento metri di lunghezza, una storia aristocratica. La foto è stata scattata durante la Zuk Marathon del 2018.

È particolare perché quando lo imbocchi passi tra due muretti come se fosse un ponte in muratura e non ti aspetti che ci siano le barche finché non le vedi. E poi c’è quella torre, il Torrazzo, sorta proprio per controllare il passaggio. I due manufatti sono coetanei: nel 1565 il paese di Commessaggio finì sotto Vespasiano Gonzaga, che viveva nella vicina Sabbioneta. Il canale Navarolo fa parte del labirinto di vie acquatiche della Pianura Padana e segnava il confine tra Sabbioneta e Commessaggio, per cui il ponte aveva un valore strategico che spiega il perché di una torre difensiva rivolta verso i terreni di Sabbioneta.

Cosa staranno facendo? Foto scattata all’Iconica del 2019, che partiva da Viadana e arrivava a Mantova.

Guastalla (RE), sul fiume Po. L’albergo galleggiante

Il ponte di barche non c’è più. È stato costruito nel 1927 e bombardato nel 1944. Rifatto nel 1953, è stato utilizzato fino al 1969, per poi lasciare il posto al ponte in cemento di Guastalla. Era lunghissimo, un po’ come quello di Boretto visto a inizio articolo. Univa la provincia emiliana di Reggio Emilia con quella lombarda di Mantova. Su quest’ultima sponda c’era una spiaggia con tanto di ombrelloni e spogliatoi, come a Rimini.

In questa immagine nevosa degli anni Trenta si vede il casotto del pedaggio. Se abbiamo capito bene, era vicino alla sponda emiliana, per cui quella laggiù è la mantovana.

Quali veicoli ci passavano? La domanda è lecita, viste le due precarie assi tra la terraferma e il ponte. Il motivo per cui parliamo di un ponte che non c’è più da 57 anni è che la casetta dei pontieri non è mai stata demolita e oggi è la sede di uno dei nostri alberghi preferiti, la Locanda dei Pontieri.

La locanda è un luogo di culto per coloro che soffrono di mal di Po, ovvero subiscono il fascino profondo di questo fiume.

Adesso quanto segue sembra una marchetta, ma io sono veramente innamorato di questo albergo. C’ho dormito in occasione della ImPonente del 2018 e m’è piaciuto così tanto che ci sono tornato altre quattro volte. È gestito da Stefano ed Helen, due malati di Po che, conquistati dalle sue atmosfere, hanno deciso di fare della passione un lavoro. Essere loro clienti significa ascoltare storie interessantissime sul Grande Fiume.

Sulle pareti ci sono repliche di quadri del Ligabue o dipinti che si riferiscono alle atmosfere poetiche del Po. Nelle stanze libri che trattano gli stessi temi.

La locanda all’esterno è rimasta, più o meno, com’era quando vi lavoravano e vi vivevano i pontieri. Ma Stefano ed Helen hanno aggiunto una parte galleggiante.

Il principio è lo stesso dei ponti di barche, solo che le tre stanze sono sulla terraferma. Quando arriva la piena, le chiatte di metallo galleggiano ma l’albergo non va a spasso, perché è imperniato nel birillone che si vede a destra.

All’interno tanto la vecchia casa dei pontieri quanto la parte nuova trasudano benessere e ci si mangia pure bene. Ci pensate che questa stanza, in caso di piena, galleggia?

Sul Po ci sono sempre le piene e la casa dei pontieri se ne frega, essendo fatta a palafitta. Anche Stefano ed Helen se ne fregano: prendono la canoa e pagaiano in giro per i boschi (foto Stefano Zardini).

Torre d’Oglio (MN), ovviamente sull’Oglio. Quello regolabile

12 barche, 130 metri. È il nostro ponte preferito, per via di quella casetta colorata. La foto risale alla ImPonente del 2018.

La casetta è quella dei pontieri, ovvero coloro che mantengono il ponte e controllano che tutto vada bene. È una vera casa, dentro ci si può anche cucinare e dormire, ma sembra che di notte i pontieri se ne vadano perché non è sicurissimo dormire su un ponte di barche su un fiume. Quando ci sono le piene, infatti, il ponte viene chiuso. Si tratta del terzo e ultimo ponte di barche della Lombardia… a meno di smentite. Costruito nel 1926, è stato bombardato nel 1945 ma ripristinato poco dopo.
Si tratta dell’unico ponte di barche d’Europa “ad approdo regolabile”, in base alle condizioni del fiume.

Con la schermata di Google Earth si vedono bene gli altri tre punti di fissaggio del ponte.

Questo ponte compare in tre film: Novecento di Bernardo Bertolucci (1976), Don Camillo di Terence Hill (1983), Radiofreccia di Ligabue (1998) e Si muore solo da vivi di Alberto Rizzi (2020).
In un bellissimo articolo del gennaio 2006, Paolo Rumiz parlava di come la Provincia di Mantova avesse deciso di demolire questo ponte a favore di uno sempre galleggiante, ma più grosso, con parti in metallo e cemento, capace di far passare i grossi camion. I lavori erano previsti il mese successivo all’articolo. La gente del posto però non era d’accordo, per motivi storico-affettivi.

Ha vinto la gente del posto perché 20 anni dopo esatti, nel gennaio 2026, il ponte e persino la casetta magica erano ancora al loro posto.

Nell’articolo Rumiz parlava della crisi dei pontieri, un mestiere che non interessava alle nuove generazioni: figuriamoci oggi… Citava anche l’ipotesi di far pagare un pedaggio, per poter autofinanziare la manutenzione. Ma, ancora oggi, si passa gratis. Un miracolo?

Gorino (RO), sul Po di Goro. Il primo a pedaggio della serie

Un altro balzo in linea retta di 135 km e si arriva nel Delta del Po, in Veneto (RO), dove si trovano almeno quattro ponti di barche.
Il Delta del Po è formato da sette ramificazioni principali: Volano, Goro, Gnocca, Tolle, Pila, Maistra e Levante. Goro e Gnocca scorrono paralleli per i loro ultimi 20 km, tenendosi a una distanza variabile tra 1 e 3 km. Esiste così una striscia di terra incastrata tra i due fiumi, ma non esistevano ponti per attraversarla. I due paesi più vicini al mare, Gorino e Santa Giulia, si trovano uno sulla riva destra idrografica del Po di Goro e l’altro su quella sinistra del Po di Gnocca. In linea d’aria distano 3 km, ma sono separati dai due rami del Po: per andare da uno all’altro si doveva fare un giro dell’oca di 38 km, alla caccia dei ponti più vicini. Poi realizzarono un servizio di traghettini e, alla fine degli anni Settanta, è stato deciso di ricorrere a due ponti di barche, uno dopo l’altro, riciclando vecchie chiatte in cemento degli anni ’20. Cosa stranissima, perché era già da una decina d’anni che la maggior parte dei ponti di barche preesistenti era stata smantellata.

22 barche e 150 metri, quello di Goro è il primo ponte a pedaggio che incontriamo in questo articolo.

Al centro è più largo e ospita il casello del pedaggio (le moto pagano un euro e mezzo) e una piattaforma smantellabile velocemente, per far passare le barche.

Santa Giulia (RO), sul Po di Gnocca. Un nome irrispettoso

Il ponte di Goro permette di accedere a quella che abbiamo definito “striscia di terra incastrata”. Dopo appena 3 km di una stretta stradina asfaltata si arriva al ponte del Po di Gnocca che, come abbiamo detto, è quasi gemello di quello di Goro, essendo nato per lo stesso progetto e anche lui a fine anni ’70.

22 barche, 160 metri: quasi gli stessi dati del fratello. Ma qui non c’è il casello del pedaggio e si passa gratis.

Questo ponte ha avuto una vita più tormentata. Durante una piena si è staccato ed è finito in mare. Per un paio d’anni si è tornati al traghetto. Poi il ponte è stato ricostruito, durante i primi anni ’80, ma in maniera tale da poterlo smontare al centro, così che le acque selvagge possano passare senza spaccare tutto.
Ma non giriamoci attorno: perché questo ramo del Po si chiama di Gnocca? Ha a che fare con le gnocche? Sì, ma è una storia assurda, è un nome irrispettoso.
Si narra che un ricco possidente fosse contrariato dal fatto che sua figlia si fosse innamorata del figlio di uno dei suoi braccianti, così le disse che l’avrebbe mandata in collegio. Lei non era d’accordo, così si buttò nel Po e annegò, per protesta. Quel ramo del Po ha così preso il nome di Donzella e ci sta. Ma poi la gente ha iniziato a derivare dal termine Donzella quello di Gnocca, il che è assurdo: non si può chiamare gnocca una povera ragazza suicida per amore, dai. Siamo degli animali.

Barricata (RO), sul Po di Tolle. Solo d’estate, solo di giorno

La Barricata è una spiaggia isolatissima in fondo in fondo al Delta e, dopo che lo hai attraversato tutto su stradine strette in mezzo al Nulla, ti trovi davanti questo piccolo ponte di barche, lungo solo 70 metri e sorretto da cosi galleggianti molto poco simili a natanti.

Ci siamo andati durante le vacanze di Capodanno 2026 e non sapevamo che in inverno venisse smontato: manca la parte centrale.

Eccola lì, la parte centrale. Viene staccata e parcheggiata accanto.

Di conseguenza, l’altra sponda si avvale di un fascino straordinario, essendo diventata irraggiungibile, se non a nuoto o in barca.

Questo, infatti, è l’unico accesso alla Barricata. La spiaggia, che alcuni hanno eletto “la più bella del Delta“, infatti fa parte di un’isola occupata per la maggior parte da una laguna.
Se abbiamo capito bene, il ponte è percorribile solo in bicicletta o a piedi, tra il primo aprile e il 30 settembre e pure a orari precisi: d’estate tra le 7 e le 21, in primavera dalle 8 alle 18. Che brutto quando una spiaggia ha gli orari…

Boccasette (RO), sul Po di Maistra. Le moto a mano!

Nuovo (quasi) di zecca, visto che è stato costruito nel 2005 soprattutto a scopo turistico, specialmente per le biciclette. Non lo abbiamo mai fotografato, pur essendo stati due volte a Boccasette, per cui ricorreremo a Google Earth.

Nove barche soltanto, per 120 metri: chissà se nel 2005 c’erano nuove tecnologie che permettevano di utilizzare meno chiatte.

Dal lato di Boccasette si arriva su asfalto e ci sono due cartelli: divieto per i camion sopra le 6 tonnellate e obbligo per le auto di stare a 20 m di distanza una dall’altra.
Sull’altra sponda, invece, dove le strade sono solo sterrate, oltre ai due cartelli testé descritti ce ne sono altri: divieto ai mezzi superiori a 2 tonnellate e obbligo di spingere a mano sia le biciclette, sia le motociclette. Immaginate di arrivare con una Goldwing, ahahahah. Oppure: un camion da 5 tonnellate se arriva da una parte passa, dall’altra fa affondare il ponte.

Vigonovo (PD), sull’idrovia Padova-Venezia. La scandalosa incompiuta

Questa è una storia meravigliosa. Di quando vengono spesi soldi pubblici per fare cose che poi non vengono portate a termine. Siamo nel 1955 e ci si rende conto che il Naviglio del Brenta, che collega Padova alla laguna veneta in località Fusina, non va più bene per trasportare merci. I camion su asfalto sono diventati più efficienti. L’idea è quindi quella di fare un nuovo canale, più largo, per fare in modo che i traffici tra Padova e Venezia continuino a svolgersi liquidamente. Ha senso: a Venezia le merci si spostano meglio sull’acqua che via terra, quindi tanto vale caricarle su barche già a Padova. Vengono stanziati 8 miliardi e mezzo di lire e, nel ’68, i lavori hanno inizio, con la stima di finirli nel ’75.
Si inizia a scavare a macchia di leopardo, un pezzo qua uno là, costruendo pure i viadotti per passare sopra al canale. Ma i lavori procedono con una lentezza snervante, tanto che c’è chi parla di Salerno-Reggio Calabria del Nord. Tra interruzioni e passaggi di mano, nel 1988 il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica (CIPE) stanzia 14 miliardi di lire per portare avanti l’opera, ma c’è un problema: ciò che si è costruito negli anni ’70 e che non è mai stato usato è degradato, così la Regione stanzia 214 milioni di lire per sistemare i danni. Ma nel 1992, quando esplode lo scandalo di Tangentopoli, questo progetto finisce nel cesso. In sostanza sono stati spesi l’equivalente di 150 milioni di euro per fare un decimo del lavoro… e farlo inutile.
Tra il 2012 e il 2016 viene effettuato uno studio di fattibilità che porta alla conclusione che servirebbero 500 milioni di euro per finire l’opera, in modo da poter avere chiatte equivalenti a 60 TIR o due treni merci che coprirebbero circa 28 km di canale in cinque ore. Non ne vale la pena, è la conclusione dello studio, si fa prima a usare i camion come si sta già facendo.
Di conseguenza, ciò che è già stato fatto è stato riconvertito in bacini scolmatori per quando il Brenta e il Bacchiglione sono prossimi a tracimare.

In uno dei bacini già realizzati, nel punto dove passa sotto al fiume Brenta, è stato ricavato il Parco Fluviale Sarmazza, rigoglioso di vegetazione spontanea e c’è un ponte di barche lungo 60 metri e sorretto da cinque “chiatte” (tra virgolette perché non sembrano molto delle barche).

Il FAI ne ha fatto uno dei suoi Luoghi del Cuore, mentre altre persone, probabilmente meno sensibili, anni fa hanno tagliato una bella fetta di alberi e se li sono portati via.
Il fatto che la foto sia stata ricavata da Google Earth suggerisce che non siamo mai stati lì, vero?

Zamuner (VE), sul Piave. La tragedia

Neanche qui siamo stati, per cui per la foto ricorriamo all’aiuto di Google Earth. Cinque galleggianti in acciaio sorreggono 80 m di ponte, col casello del pedaggio in mezzo. Le moto pagano 40 centesimi di euro. Fino al 2000, le chiatte erano in cemento.

Il ponte collega Fossalta a Noventa e si chiama così perché è stato costruito dalla famiglia Zamuner nel 1951. La stessa famiglia, che ha fondato una società apposta, ha provveduto alla sua manutenzione e alla gestione di passaggi per i decenni successivi, trasmettendo il lavoro ai figli. Vivere su un ponte, con qualsiasi clima si presenti, avvicina questa esperienza a quella dei marinai e può essere molto pericolosa.
Il 9 ottobre del 2024 l’uragano Kirk ha portato nel nord Italia temporali violenti, con piogge torrenziali e venti potentissimi. Il Piave si stava gonfiando, la corrente era molto forte e pontieri stavano aprendo il ponte, per farlo ruotare di 90° in modo che fosse parallelo alla corrente e non di traverso. Nel fare questo Gianfranco Zamuner, 78 anni, uno dei quattro cugini della società, è caduto in acqua ed è subito scomparso alla vista, per poi ricomparire soltanto 13 giorni dopo, alla foce del Piave, 27 km di fiume più a valle. Morto, ovviamente. In quasi due settimane di ricerche di lui erano riusciti a trovare soltanto una scarpa.

Caposile (VE), sul canale Taglio del Sile. Il ponte sbagliato nel posto sbagliato

Siamo all’estremità nordorientale della Laguna Veneta, che si estende per 54 km da Chioggia fino a qua. C’è un canale che corre parallelo alla laguna, separato da una strettissima striscia di terra, chiamata Salsi.

Nel 2010 attraversammo i Salsi in occasione di un interessantissimo evento per dual sport lungo 180 km: il Rally della Laguna, non competitivo, che spaziava tra Marghera (VE) e Jesolo e si ispirava all’omonimo rally agonistico del 1992.

Un tempo, se prendevi la strada dei Salsi, prima di trovare un ponte che ti permettesse di andare a San Donà di Piave dovevi scendere fino a Jesolo e poi tornare su. Per questo, negli anni Sessanta è stato costruito un ponte di barche sul Taglio di Sile, vicinissimo alla confluenza con il Po, che ha permesso di tagliare via 19 km.

Cinque belle chiatte per appena 40 m di ponte, con un pedaggio di ben 2 euro durante l’estate, mentre è gratis in inverno, autunno e primavera. Anche questa foto è stata scattata durante il rally della Laguna del 2010.

Il costo così elevato del pedaggio – mezzo euro ogni 10 metri – non è legato alla manutenzione. Fino al 2023, il ponte costava 1 euro per le auto e 0,70 per le moto. Durante l’estate si formavano code chilometriche per andare al mare di Jesolo lungo la strada regionale 43, così molti hanno scoperto che, prendendo la strada dei Salsi tramite il ponte di barche, non avrebbero trovato traffico. La voce s’è diffusa e così anche sui Salsi hanno finito per riversarsi troppe auto. Il ponte, con il suo casello del pedaggio, è diventato un imbuto letale e si sono formate code che duravano anche un’ora. Così, per scoraggiare la gente a passare, si è deciso di portare a 2 euro il prezzo del passaggio.
Ma sapete cos’è successo? Che l’algoritmo di Google Maps ha deciso che quella era la strada migliore per andare a Jesolo. L’immensa maggioranza della popolazione mondiale, quando viaggia, non studia il percorso, ma si affida bovinamente a Google Maps, per cui un sacco di gente non aveva idea che sarebbe finita su un ponte di barche e, soprattutto, non ne aveva voglia. Per i gabellieri del ponte è stato un affare, per il traffico non è cambiato niente.
Quindi chi va sul ponte del Po di Goro ci va apposta, sa che sta facendo un viaggio romantico, vuole sentire il sound delle sue ruote sulle assi di legno, scatta foto e paga volentieri il pedaggio. Chi finisce su quello di Caposile in genere è uno a cui interessa solo andare al mare e che dei ponti galleggianti non sa che farsene. Se andate su Tripadvisor (occhio che c’è scritto “Noventa di Piave” ma è sbagliato), di questo ponte troverete 31 recensioni, di cui ben 22 con un solo pallino di gradimento su 5, ovvero l’indice che questo posto è schifeggiato dalla maggior parte di quelli che ci passano. Danno dei criminali e dei ladri a chi chiede il pedaggio e a Google che li fa passare apposta di lì, ce l’hanno con un prodotto così vecchio e inutile e c’è persino chi si lamenta che quando ci passi sopra il ponte si muove, cosa vagamente intuibile, visto che galleggia. Goro e Caposile sono due esempi di bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, in base alla cultura della gente che lo calpesta. Per lo stesso motivo, questo ponte è odiato da chi passa di qui in barca, perché viene “aperto” solo su appuntamento.
Per i ciclisti però questo ponte di barche è una meta piacevole, da abbinare al ponte levatoio sul Piave, del 1927, che si trova subito dopo.

Cortellazzo (VE), sul fiume Piave. La tempesta Vaia

90 metri, 10 barche e una foto estratta da Google Earth perché non ci siamo mai stati. Siamo a 1,7 km in linea d’aria dal mare Adriatico e 2,3 km di fiume Piave dalla sua foce.

Tra i 12 di nostra conoscenza è uno dei meno noti. Diversi siti che parlano dei ponti di barche non lo menzionano (ma Wikipedia lo fa). Altri lo confondono con il ponte girevole che sta sul vicino canale della Cavetta, sempre a Cortellazzo: anche lui è interessante, ma per altri motivi.
La foce del Piave si comporta come quei gatti che si appollaiano sulla tastiera del vostro computer: per quanti sforzi facciate per mandarli via, quelli tornano. Allo stesso modo, la Repubblica di Venezia ha tentato a lungo di deviare la foce del Piave più a est di dove si trova adesso, perché è un fiume che ama portare verso il mare un sacco di cose, tipo la sabbia o detriti di vario genere e non si voleva che si accumulassero troppo vicini alla Laguna Veneta. Ma non c’era nulla da fare, lo deviavano e quello tornava a sfociare sempre nello stesso punto, che è lo stesso di oggi.
Ma tra il 27 e il 30 ottobre del 2018 il Piave s’è caricato di roba di altro genere. La tempesta Vaia ha abbattuto e sradicato 17.000.000 di alberi e migliaia di questi sono finiti nel Piave. Il ponte di Cortellazzo era stato messo in sicurezza, ovvero sganciato e ruotato in modo da trovarsi parallelo alla corrente, ma è stato colpito da tutti quegli alberi che sono andati ad accumularsi con il passare dei giorni: il 4 novembre ’18 s’è spaccato e una buona parte è finita sott’acqua.

In quei giorni giravano in rete foto come queste.

Il ponte era di proprietà privata e i proprietari non volevano ripristinarlo, poi ci hanno ripensato e a fine marzo 2019 era già pronto. Ci sono due cartelli all’imbocco, relativi ai prezzi dei pedaggi, che non corrispondono tranne quello per le moto, mezzo euro su entrambi. In totale, la somma per passare i quattro ponti a pedaggio di questo articolo ammonta a 4,40 euro.

Cavallino (VE), sul canale Casson. Tanto per finire

Non è un ponte di barche, lo mettiamo come bonus track per finire l’articolo che, altrimenti, sarebbe troppo corto.

Si tratta di una chiusa tascabile e rotante, il cui transito è permesso solo alle biciclette. Ma gli organizzatori del Rally della Laguna (MC Spinea, gli stessi della Cavalcata dei Forti di Asiago) del 2010 ottennero il permesso per le moto, così eccole qua.

I contributi di voi lettori

Questo articolo evolve nel tempo, nel senso che se qualcuno di voi dovesse essere a conoscenza di un ponte che non abbiamo inserito in questa collezione, ce lo segnali pure che lo aggiungeremo qua sotto. La cosa bizzarra è che, dopo la pubblicazione, ci sono stati segnalati dei ponti che in realtà erano già stati messi nell’articolo. Tutti tranne uno, di cui ci hanno parlato in diversi.

È quello di Venezia: viene costruito a luglio di ogni anno, per collegare la chiesa del Redentore alla città, in ricordo della peste del 1575-1577. Dopodiché viene smantellato e riposto in un armadio, con la naftalina, fino al luglio successivo. Per queste foto dobbiamo ringraziare Fabio Angelucci, che le ha scattate negli anni ’90.

Se non fai ancora parte della nostra community ma desideri interagire e commentare i nostri articoli, ti invitiamo a creare il tuo Account qui. Riceverai una E-mail di conferma di avvenuta registrazione.

 💡Molte volte l’email contenente il link di attivazione potrebbe metterci un po’ di tempo ad arrivare, ma se il ritardo è anomalo, controlla il folder dello SPAM della tua Inbox, potrebbe essere finita lì a causa dei filtri del tuo Email provider.

🕵️‍♂️Ti ricordiamo che non puoi aggiungere nessun commento come utente anonimo.

🕵️‍♂️Ti ricordiamo che non puoi aggiungere nessun commento come utente anonimo. Ogni contributo che contenga linguaggio offensivo, discriminatorio o inappropriato Non sarà pubblicato. Gli autori del sito si riservano il diritto di moderare e approvare i commenti prima della loro pubblicazione.

3 risposte

  1. Sono orgoglioso di averne percorsi almeno 3: quello di Bereguardo (ovviamente!) e poi Goro e Po di Gnocca.
    Soprattutto sono orgoglioso che 2 su 3 li ho fatti in bicicletta!

  2. piccola chicca sul ponte di Zamuner. È praticamente a fianco di dove fù colpito Ernest Hemingway durante la grande guerra

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *