È probabile che, per buona parte di chi segue l’Africa Eco Race, Marc Joineau sia un illustre sconosciuto.

Questa foto, che potrebbe essere di Michel Maindru,è del 1982 e i due “bambini” in foto sono i fratellini Joineau: Marc di 25 anni e Philippe di 19. In realtà sembrano due tredicenni, beati loro.
Negli anni ’80 era normale, più di oggi, vedere ragazzi correre alla Dakar. Gli stessi Ciryl Neveu e Philippe Vassard avevano iniziato poco più che ventenni. I due Joineau erano di Digione e fin da giovanissimi, nel 1978 (Marc aveva 21 anni, Philippe solo 15!), avevano aperto una concessionaria Suzuki, chiusa poi nei primi anni ’90. “In quegli anni in città non c’erano negozi dedicati al cross, non si trovavano né le moto né i vestiti, così abbiamo capito che c’era spazio per aprire una concessionaria”.
Marc era approdato alla Dakar nel 1980, a 23 anni perché di questa gara lo attirava il fatto che si corresse attraverso l’Africa, continente che lo incuriosiva. Così chiese a Suzuki una SP370 (l’antesignana della DR400S) e si piazzò al decimo posto tra le moto.
Esaltato dall’esperienza, Marc decise di tornare nel 1981 portandosi dietro il fratellino, che aveva 18 anni ed aveva preso la patente per le moto grosse appena due settimane prima. A detta di Marc, Philippe è tuttora il più giovane pilota ad avere mai portato a termine una Dakar. Sinceramente, non sappiamo se c’è stata gente altrettanto giovane a farcela. Il 18enne aveva scelto di correre con una DR400S, mentre Marc giocò la carta della due tempi aggressiva con la Suzuki PE250. Philippe si piazzò al sedicesimo posto, Marc si ritirò.
I due fratelli erano diventati il punto di riferimento per Suzuki alla Dakar. Quando venne istituito il Team Suzuki France, ruotava intorno a loro.

La partecipazione dei due fratelli all’edizione del 1982 è avvolta nella leggenda. La moto era una DR500S di serie fornita dall’importatore francese e modificata nelle sospensioni e nell’autonomia. Come strumentazione avevano contakm, bussola, road book stile tavoletta e foglietti svolazzanti.
Stiamo parlando di fatti risalenti a 44 anni fa, sui quali è difficile trovare informazioni e che gli stessi protagonisti ricordano spesso contraddicendosi. Una cosa è certa: quella Suzuki di serie gestita da un team privato non faceva paura alle squadre ufficiali di BMW, Honda e Yamaha.
La versione dei fatti più semplice è che Marc andò in testa, ruppe il cambio (sarebbe rimasto bloccato in terza), cercò di proseguire ma bruciò i dischi della frizione, uscendo di gara. Però figura comunque in classifica, al 17° posto.

Ma in rete, come nei siti tipo Dakardantan, si trovano racconti più dettagliati che confermano la sua presenza in testa alla gara, ma per poche tappe, forse solo una.
I due fratelli andavano forte, Marc vinse addirittura tre tappe. Lui oscillava tra la prima e la terza posizione, poi ha avuto un problema a una ruota, ha fatto 36° di giornata, è sceso in classifica. Ma alle Dakar dell’epoca era possibile perdere ore oggi e guadagnarne domani, era una roulette russa che poteva colpire chiunque.
Tant’è che, dopo il giorno di riposo, Marc era risalito fino alla quinta posizione, mentre Philippe si era rotto un piede.
Storia triste
Alla partenza della tappa Tombouctou-Niono, lunga 560 km, in testa alla Dakar c’era Jean Paul Mingels, con la Yamaha ufficiale, seguito da Philippe Vassard e Patrick Drobecq con le Honda ufficiali e dal nostro Marc Joineau che, quindi, era riuscito a guadagnare un’altra posizione. Ciryl Neveu aveva rotto il motore durante una delle prime tappe e, giorno dopo giorno, stava rimontando terreno, ma era ancora mezz’ora dietro Joineau. In quella tappa Marc fece il colpaccio, staccando tutti e portandosi in testa alla generale. Arrivò al rifornimento, fece il pieno, ripartì e la moto smise di funzionare 10 km dopo. L’ipotesi è che non fosse benzina pura, quella che gli diedero. Fatto sta che il poveraccio passò sei ore in attesa del camion di assistenza, sprofondando in classifica. Il camion arrivò, gli montò il motore nuovo, lui ripartì ma era ormai tardissimo. Arrivato al traguardo, a notte fonda, era 50 minuti in ritardo sul tempo limite imposto e così si beccò pure 15 ore di penalità. Concluse la Dakar al 17° posto. Sulla rocambolesca fine di quella Dakar, che venne vinta da Ciryl Neveu, ne parliamo qui.

I due fratelli sono tornati, nel 1983, con la stessa moto.

Le cose sono andate in maniera simile al 1982: Philippe fuori per infortunio (trauma cranico), Marc protagonista.
Quello è stato l’anno in cui la gara ha attraversato, per la prima volta, il deserto del Ténéré. La Abidjan-Nizza lo aveva già fatto e la Yamaha aveva già chiamato la sua moto così, ma finora la Dakar lo aveva solo sfiorato (si trova a est di Agadez, in Niger). La tappa che lo attraversò, la Dirkou-Agadez di 617 km, fu flagellata da una tempesta di sabbia che fa parte della Storia della Dakar. I piloti non vedevano nulla, guidavano alla cieca. Parecchi di loro si ritirarono, altri si persero, altri ancora si fermarono. A vincere la tappa fu proprio Marc Joineau, che ci mise 8 ore. In testa alla gara c’era Hubert Auriol con la BMW, che si piazzò sesto di tappa, staccato di 20 minuti: un margine insufficiente per passare in testa, però Marc concluse la Dakar al terzo posto, alle spalle di Auriol e di Patrick Drobecq con la Honda XR600R ufficiale.
La Suzuki DR650S raffreddata ad olio
Marc espresse il desiderio che il suo terzo posto spingesse Suzuki a sviluppare una moto apposta per la Dakar: sperava in una DR600S con sospensione posteriore Full Floater e raffreddamento ad acqua.
In effetti, nel 1984 Suzuki mise in produzione proprio una DR600S, dotata di Full Floater ma raffreddata ad aria e la fece sviluppare anche ai due Joineau. Però la Casa continuò a non impegnarsi a livello ufficiale e i due continuarono a correre con Suzuki France, ma Marc non riuscì più a ripetere le prestazioni del biennio 1982-1983, mentre Philippe continuava a farsi male. Nel 1984 non vediamo in classifica nessuno dei due. Nel 1985 Marc arrivò solo 19° e Philippe venne investito da un’auto in Mali: si ruppe una clavicola, per cui dovette ritirarsi e la sua moto rimase sul posto, finendo chissà dove. Ma del 1986, annata molto particolare, parliamo dopo.

Finalmente, nel 1987 Suzuki ha deciso di impegnarsi direttamente, con la DR650S raffreddata ad olio.
Confermò i fratelli Joineau per la loro esperienza, ma ingaggiò anche il campione del mondo Michele Rinaldi, che si presentò al via con il prestigio di essersi classificato secondo nella classe 250 del mondiale cross 1986.

Rinaldi la prese con molto entusiasmo, cercando subito di guidare al limite. Lo ricordiamo in top 5 nelle prime tappe.
Ma ricordiamo anche il suo concittadino (Parma) Andrea Balestrieri che gli dice “Michele, di questa gara non hai capito un cazzo”. In una delle tappe successive Rinaldi è caduto, si è lussato una spalla che gli aveva già rovinato le prestazioni nel mondiale cross e ha deciso di ritirarsi, per non compromettere la sua carriera da crossista. Pochi mesi dopo ha affrontato il mondiale cross, sempre nella classe 250, classificandosi al quarto posto, poi ha appeso il casco al chiodo. Alla Dakar ’87 Philippe si classificò nono.
Nel 1988 Suzuki ha deciso di impegnarsi maggiormente e ha costruito la famosa DR 800 S Big, con tanto di Marlboro come sponsor e Gaston Rahier come pilota, ma per i due Joineau Bros non c’è stato posto.

Philippe è stato ingaggiato dalla Ecureuil e s’è piazzato 21° nel 1988 e 13° nel 1989.
I due fratelli sono usciti di scena dal mondo dei rally africani e purtroppo s’è tornato a parlare di Philippe nel 2004, quando si è tolto la vita a 41 anni, a Digione, causa di un dispiacere amoroso.

Marc Joineau si è iscritto all’Africa Eco Race (AER) nel 2022, a 65 anni, per correre su un buggy in coppia con Laurent Girard.
Un ritorno clamoroso
E poi Marc è comparso tra gli iscritti della AER nel 2026, in moto, a cavallo di una Kove 450 Rally. Possibile? In moto a 69 anni? Un mito! Ha concluso la seconda tappa (la prima cronometrata) all’86° posto, ma sembra che non abbia neanche preso il via della terza e pensavamo che non lo avremmo visto mai più.
Beh, durante la quarta tappa è stato beccato, fuori gara, con la sua Kove 450 Rally, proprio dal nostro Max Di Trapani! Quando Max è partito per il Marocco, gli avevamo chiesto in ginocchio di uomomezzare quella leggenda.

Quando Max ci ha mandato questa foto, abbiamo scodinzolato la coda manco fossimo stati dei golden retriever.
Potreste obiettare che non è un UomoMezzo particolarmente ortodosso, con tutta quella gente vogliosa di selfie e il povero Joineau sbattuto là in fondo, ma questa foto serve per capire la gaiezza di Max nell’avere portato a termine la missione.
Se però insistite a dire che come UomoMezzo è altamente irregolare, allora chiederemo a Max di rifarlo.
Max, rifallo.

Bravo, Max.
Per dei maniaci di Dakar e di UomoMezzo come noi, stanare i dakariani gloriosi e fotografarli nella nostra posa preferita è una tesi di laurea.

Ad Eicma abbiamo realizzato l’UomoMezzo di tutti gli UomoMezzo: Cyril Neveu con la XT500 con cui vinse la prima Dakar.
Ma torniamo a Marc Joineau. Vi piace com’è vestito? Ha su una tuta da motoslitta, perché in Marocco continuava a fare un freddo birbone. Come mai stava andando a spasso ed era fuori gara, nonostante sia lui sia la sua Kove fossero in buona salute? E come mai è tornato a correre, a 69 anni? Max Di Trapani gli ha fatto un’intervista.

Bisogna tornare indietro all’edizione del 1986, quando Marc Joineau correva per il team Suzuki France insieme a suo fratello Philippe, a bordo delle DR600S.
Ci siamo sempre domandati come abbia fatto il fotografo (probabilmente il formidabile Gigi Soldano), con una fotocamera a pellicola, con messa a fuoco manuale e senza motore, a bloccare in maniera così nitida il momento in cui a Marc stanno volando via gli attrezzi. Abbiamo visto una scena identica alla Hat Legend di quest’anno, con un tipo che perdeva cose dalla borsa posteriore della sua Honda XL500R. Che citazione…
Nel racconto che Marc ha fatto a Max, durante la tappa del 14 gennaio 1986 lui aveva fatto un volo mostruoso. “Ho pensato di morire” ha detto. Ha preso una duna, s’è ribaltato in avanti, la moto si è scomposta, il serbatoio è volato via e il manubrio si è piegato. Tuttavia è riuscito a ripartire, ma ha buttato via un sacco di tempo, perdendo il contatto dalle moto e finendo in mezzo ad auto, camion e ai terribili solchi che questi scavavano. E poi è arrivata la notte.
Giunto in località Gourma-Rharous, in Mali, “Ho iniziato a vedere dei detriti e, all’improvviso, un relitto proprio davanti a me. Ho pensato che fosse un’auto che si era ribaltata, così ho accostato con le luci accese, e poi ho visto un corpo, ed era l’incidente di Thierry Sabine”.

Marc Joineau è stato uno dei primissimi a passare nel luogo dove era esploso l’elicottero di Thierry Sabine, l’inventore della Dakar (foto Max Di Trapani, Rally Cool).
Per questo è tornato: per rendere omaggio a Sabine nell’anniversario dei 40 anni della sua morte per cui, anziché usare un camper di assistenza come fanno i privati, è qui con un pullman completamente decorato con motociclette e auto dell’epoca di Thierry Sabine.
L’autobus dedicato alle prime Dakar

Il pullman, qui fotografato a Dakhla, è una sorta di museo dei mezzi delle prime Dakar.

Ci sono disegni che sono stati ricavati da foto d’epoca.
Da qua si riconoscono la Porsche 953 della coppia Jacky Ickx – Claude Brasseur che, alla Dakar del 1984, rimontò dalla 139° alla 6° posizione dopo un guasto.
Sotto alla Torre Eiffel si vede quella che sembra una Rolls-Royce Silver Shadow. Successe che, nel 1980, due play boy francesi di nome Thierry de Montcorgé e Jean-Christophe Pelletier decisero di correre la Dakar 1981 con la Rolls di Thierry e loro due come pilota e co-pilota. Ma le modifiche furono tali che di quell’auto venne usata poca roba, tra cui il radiatore e lo sterzo. La base era quella di una Toyota Land Cruiser HJ45, il motore un Chevrolet Corvette V8 da 5.763 cc, il serbatoio teneva 332 litri e sopra tutto questo c’era una carrozzeria in fibra di vetro che imitava perfettamente quella della Silver Shadow.
Quando Rolls-Royce scoprì la cosa proibì ai due play boy di correre, mettendo in mezzo la proprietà intellettuale, ma intervenne Christian Dior che, oltre a sponsorizzare l’operazione, convinse Rolls-Royce a recedere dalle sue proteste. In gara i due andarono bene ed erano in 13° posizione quando ruppero lo sterzo, arrivando a Dakar fuori classifica. A quel punto, diverse persone ordinarono a Rolls-Royce un’auto come la loro, ricevendo ovviamente dei due di picche.
Questo genere di storie straordinarie sono scomparse completamente dalle Dakar moderne, per questo siamo così esaltati da Lolo Cochet che sta tentando di portare in Senegal una Yamaha Ténéré 700 Turbo.
Tra gli altri mezzi nella foto sopra si vede la Renault R4 dei terribili fratelli Marreau e uno dei fratelli Joineau su una Suzuki DR600S.

La moto numero 12 è l’Husqvarna WR240 di Thierry Charbonnel: una moto a due tempi, con cui lui arrivò ottavo alla Dakar 1982.
Mentre la Vespa P200E è quella di Marc Simonot, uno dei quattro che tentò di arrivare in fondo alla Dakar del 1980 con il mitico scooter. La squadra di appoggio era molto forte tant’è che, se Simonot e Bernard Tcherniavsky riuscirono nell’impresa, pare che la cosa sia dovuta a svariati passaggi clandestini sui mezzi dell’assistenza, con Thierry Sabine che vedeva ma faceva finta di nulla.
Quella gialla con il numero 205 è la Peugeot 205 Turbo 16 Grand Raid, da 400 CV e 400 litri di serbatoio benzina, che Ari Vatanen portò alla vittoria alla Dakar 1987.
Si vede anche una delle Honda XR550 della Dakar 1982.
Una chicca incredibile dalla Dakar del 1986
Sembra che alle edizioni anni ’80 succedessero cose incredibili, molto più che adesso.
La morte di Sabine fu un evento terribile, come se Cristoforo Colombo fosse morto sulle caravelle in viaggio per quella che non sapevano fosse l’America. Era l’inventore della Dakar, il leader carismatico che spingeva i partecipanti ad affrontare tappe terrificanti. Lo staff organizzativo non fermò la gara, perché Sabine non avrebbe voluto, ma semplificò le tappe rimanenti, perché ormai non c’era più lo spirito giusto.
Marc Joineau, traumatizzato da quello che aveva visto, decise di ritirarsi. Suo fratello Philippe invece andò avanti, nonostante si fosse rotto un polso. Ed era ancora in Mali quando la sua moto si è fermata, con l’alternatore rotto, per cui stava per abbandonare pure questa: sarebbe stata la seconda DR600S regalata al popolo del Mali, dopo la clavicola rotta nel 1985. A quel punto saltò fuori un ragazzino che gli disse che a casa di suo cugino poliziotto c’era una Suzuki identica alla sua, con lo stesso numero di gara.
Avete capito, no? Philippe ha concluso la Dakar 1986 al 16° posto, cannibalizzando la sua DR del 1985, che era finita in casa di un poliziotto del Mali.

Visto che Marc si era ritirato, prese una delle Mercedes G che facevano da assistenza al team Suzuki France e andò dal poliziotto a prendere la DR di suo fratello. Quella del 1985.
L’articolo finisce qui, ma la domanda sul perché certe cose assurde succedessero solo durante la prime Dakar resta.
4 risposte
Un piacere leggere di queste avventure che solo la vera Dakar può raccontare 👏👏👏👍
Madre mia Muz! Questa è veramente una storia da cazzo durissimo…
Ma non erano più belle queste Dakar?….
Diciamo che avevano un fascino maledetto che oggi è scomparso. Ma il progresso tende a eliminare tutto ciò che è maledetto.