True bike stories. Not serious

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IN MOTO CON LA TENDA: GLI ACCESSORI OUTDOOR

La sedia, il tavolo, il fornello, la popote forse non sono necessari per passare una notte in giro, ma rendono l'esperienza più bella. Traduzione: quando li usi scopri che non puoi farne a meno

Indice dei Contenuti

Si potrebbe dire che sono tre i modi con cui un motociclista usa la tenda. Uno è il mordi e fuggi: arriva in un posto la sera, monta il Trittico (tenda, materassino e sacco a pelo), dorme, riparte al volo la mattina successiva.
Il secondo riguarda sempre una sosta di una sola notte, ma godendosi un minimo il posto, arrivando magari con la luce e concedendosi una bella cena cucinando sul campo. La mattina dopo si smonta tutto e si riparte.

Cenetta a base di ravioli. Siamo sotto un tarp, che è una tettoia portatile perfetta per cenare tutti insieme quando piove. Pesa circa 1 kg e occupa poco spazio, da chiuso.

Il terzo modo è quello stanziale: il mattino non te ne vai, ma resti lì, magari per più giornate. Questo succede soprattutto durante i raduni in moto o nei campeggi organizzati.
Il secondo e il terzo, per essere goduti al meglio, richiedono l’utilizzo di una serie di attrezzi da aggiungere al trittico, in testa a tutti una seggiola.

Ciò che sembra superfluo: la sedia e il tavolo

Non pensavo che servisse. Avevo già troppa roba sulla moto e le sedie da campeggio, negli anni ’80, erano enormi e poco pieghevoli. Quando mai avrei dovuto sedermi, in campeggio? L’ho scoperto quasi subito: se cucini sul campo, è più piacevole mangiare seduti che in piedi, anche perché poi è bello restare lì a chiacchierare. Abbiamo iniziato mettendoci a gambe incrociate sui materassini di gomma, ma io sono incriccato fin da piccolo e per me quella posizione è scomodissima. Se sto seduto per terra e non incrocio le gambe, mi viene il mal di schiena. Ho capito presto che mi serviva una seggiola pieghevole, molto pieghevole e poi, finalmente, hanno inventato gli sgabelli. Più piccoli erano e più starci in equilibrio era un lavoro di gambe e schiena che rendeva quasi meno scomodo mangiare in piedi, quindi il dilemma era: sgabellino da mezzo chilo o sgabellone da un chilo?

Il dilemma non ha avuto più senso quando l’americana Helinox, nel 2012, ha inventato una poltroncina pieghevole da appena 900 grammi, che da montata è comodissima e da richiusa occupa un pacchetto grosso come quello degli sgabelli.

Costa 100 euro ma ha anche una sorella ultraleggera, da meno di mezzo chilo, che costa 160 euro. In realtà ha diverse sorelle, anche più grandi e pure a dondolo, tutte rifinite benissimo e affidabili. Le trovate troppo care? Purtroppo per loro, ne esistono svariate imitazioni, che funzionano pure bene e costano meno.

La foto spiega perché questo genere di poltroncine è una rivoluzione.

Si capisce benissimo quanto la poltrona sia più comoda degli sgabelli, ma anche più ingombrante da aperta. Il che non è un difetto, finché non devi caricarla sulla moto. Ma è lì che viene il bello.
A sinistra c’è l’Uquip Trinity L, che ha la sua forza nel peso di appena 367 g, custodia inclusa. Ma è davvero scomodo: poco spazio per le chiappe, gambe troppo piegate, equilibrio instabile. Dopo un po’ viene male alle gambe e alla schiena. Però costa solo 20 euro.
In mezzo c’è il formidabile sgabellone pieghevole della Decathlon, che costa appena 7 euro ed è molto più comodo. Ma è anche più ingombrante, da chiuso e pesa 819 g, oltre il doppio dell’Uquip.
E poi c’è un’imitazione della Helinox fatta molto bene, la cinese NatureHike, che pesa 1.042 g, compresa la sua sacca e in rete si trova anche a 39 euro. La sto usando da due anni, è comodissima, robusta e leggermente a dondolo. Mi è capitato di addormentarmici sopra. Però è molto più grossa degli sgabelli, giusto?

La sorpresa arriva quando ripieghi tutti e tre: la poltroncina è persino più facile da stivare rispetto allo sgabello Decathlon! A ‘sto punto non c’è da scegliere, poltroncina tutta la vita, sgabelli addio…

Alla fine, per quanto io consideri il trittico tenda-sacco a pelo-materassino necessario, di fatto per me anche la sedia comoda è un elemento irrinunciabile. E il tavolino, invece? Quello, sinceramente, è superfluo. Le cose le metti per terra, dai. I possessori di borse laterali rigide e squadrate in alluminio le usano come panca e tavolo, ma io non le posseggo. So che il più leggero in circolazione è l’Helinox Table Zero LT da 250 grammi e 130 euro, ma non mi è mi venuta voglia di spendere quei soldi. Insomma, non ho mai avuto un tavolino.

Ma la tedesca Louis ci ha proposto di provare due prodotti della Nordkap, la poltrona Kemi e il tavolino Tarfala.

La poltrona pesa 1.354 g, ma comprende dei piedini aggiuntivi che pesano 130 g e permettono di sedere su neve e sabbia senza il timore di ribaltarsi, cosa che può succedere con la Helinox e la NaturaHike. Costa 65 euro.

Pensavo che la mia NaturaHike fosse perfetta, ma questa è un filo più comoda e spaziosa da seduto e ti fa stare un po’ più eretto, per cui è più facile alzarsi e sedersi. Per contro, la custodia è mille volte meglio sulla NaturaHike, perché si apre per lungo, mentre la Nordkap ha l’apertura sul lato corto.

Il tavolino è un “rotolo” di stecche in alluminio che, una volta aperto, va fissato con l’incastro alle gambe pieghevoli.

Pesa 1049 g e richiede un certo rodaggio tra plastica e alluminio, al momento di montarlo. La prima volta è durissimo. La terza è praticamente già rodato. Costa 30 euro. Il piano è liscio, quindi come su tutti i tavoli del mondo gli oggetti scivolano, se il tavolo è in pendenza.
Comunque sia, ci sono cose che se le hai le usi. Sembra lapalissiano, ma significa che era la prima volta che usavo un tavolino… e non sarà l’ultima, perché mi è piaciuto! Ma ne parlo dopo.

Il relax e la merenda

A questo punto avevamo montato la tenda, il tavolino, la sedia, avevamo gonfiato il materassino, steso il sacco a pelo e, soprattutto, filmato il tutto. Massimo e io potevamo rilassarci. Mancava da filmare la cena, ma doveva ancora tramontare il sole, quindi ci stava che, nell’attesa, ci rilassassimo, con un bel tè caldo.

Momento di relax eccezionale: sedia comoda, compiti fatti, giacca di piumino che mi tiene caldo, panorama strepitoso, tramonto in arrivo.

Le possibilità erano due: farcelo da zero, con il fornellino oppure sfruttare una delle invenzioni del secolo, cioè la borraccia in acciaio inox a doppio spessore.
Da quando faccio campeggio ho sempre sognato un qualcosa che tenesse fresca l’acqua e caldo il tè. Negli anni ’80 c’erano le borracce militari in alluminio avvolte in un panno che andava tenuto bagnato: non funzionavano. Poi c’erano i thermos con l’interno di vetro: funzionavano, ma una volta mi esplose il vetro. C’erano le borracce di plastica a doppio spessore, come le Style, che ho usato per anni perché funzionavano, ma col tempo si deformavano e si crepavano. Negli anni ’90 sono arrivate le sacche idriche da portare sulla schiena, con la cannuccia, ma non tenevano molto la temperatura e andavano ventilate di continuo, altrimenti ammuffivano. C’erano le borracce ultraleggere in alluminio, che pesavano poco ma disperdevano quasi subito il caldo e il freddo. E poi sono arrivate loro, quelle in acciaio inox a doppio spessore. Promettono cose che mantengono, ovvero l’acqua resta fresca per oltre 24 ore e il tè resta caldo per oltre 16.
Le ho scoperte una decina di anni fa e, da allora, ne ho comprate parecchie, anche perché hanno il difetto che la parete interna si crepa facilmente con le vibrazioni, quindi non durano molto.

Questa è una parte delle borracce che ho posseduto finora. Quelle a doppio spessore tengono circa la metà di quelle a spessore singolo da un litro, sappiatelo.

Ho fatto una roba da maniaco: le ho riempite di tè bollente prima e acqua fredda poi e, con delle sonde, ho misurato quanto mantenessero le temperature. Ci ho messo giorni.

Alla fine ne è uscita vincitrice la Sho, con ampio vantaggio sulle altre. Si trova a circa 25 euro online ed è anche quella che sta durando di più (5 anni), probabilmente grazie al pannolone in neoprene antivibrazioni che le ho messo.

Il tè lo avevo fatto a casa alle 10, quindi io e Max ce lo siamo bevuto sei ore dopo, ma era ancora bollente e non si poteva bere a canna.

In questi casi io uso un bel bicchiere pieghevole, che non occupa spazio da chiuso. Ma questo era valido solo fino al primo gennaio del 2026.

Già! Perché, da quando è nato questo sito, è impensabile bere il tè senza la tazza di Zampetting on the Moon.

Non è pieghevole, ma è troppo bella.

Il tè è chiaramente più buono, con una tazza simile. Meglio ancora se appoggiata su un tavolino, no?

Anche Max Di Trapani apprezza, nonostante l’espressione truce.

A questo punto di massimo relax, se solo avessi avuto una fotocamera avrei scattato foto al paesaggio.

Caspita, ma ce l’avevo! Chi lo avrebbe mai detto?

La mia fotocamera ha la funzione Quench, che fa comparire i nomi delle località inquadrate (ovviamente non esiste ma, quando verrà inventata, ricordatevi di me).

Sotto la vetta della Sighignola si vede la linguetta innevata delle piste da sci di Lanzo d’Intelvi, dove andavo a sciare negli anni Settanta: c’era uno skilift molto ripido nel bosco, lunghissimo, a stima 22 o 25 km (in realtà era solo un chilometro), che serviva due piste, una rossa e una nera. La rossa aveva un muro che, se ghiacciato, faceva paura. La nera, sempre quando ghiacciata, era terrificante. Il bello è che erano perennemente ghiacciate. Non ho mai visto una località simile, completamente priva di piste facili, a parte un campo scuola servito da una manovia lunga 110 m. Anzi, sì: Colere (BG), sotto alla Presolana. In posti simili o non scii per niente, o impari a sopravvivere in qualsiasi condizione.

In teoria avremmo dovuto vedere diversi Quattromila, compreso il Rosa, ma l’aria non era abbastanza limpida.

Qui ci siamo girati verso nord.

E queste sono le montagne che fanno parte della catena che separa il Lago di Lugano da quello di Como.

Una tragedia dell’alta montagna

Si avvicinava l’ora del tramonto e della cena, quando mi sono reso conto di un mio errore spaventoso, che avrebbe compromesso la spedizione: avevo dimenticato, tra le altre cose, l’accendino. Che sarebbe un pistolino del valore di un euro, ma può fregare gente come noi, che non ha letto il Manuale delle Giovani Marmotte e non sa accendere i fuochi con i legnetti e le pietre focaie. Non sono un fumatore, quindi non sono abituato a portarmi dietro l’accendino. Lo tengo sempre nella cambusa di viaggio, solo che, questa volta, non avevo il mio kit, ma uno in prova, della MSR. L’accendino serve per accendere il fornello. Se stai girando un video sulla vita da campeggio e non filmi la fase della cucina serale, è come provare una moto da enduro solo su asfalto. Era un disastro. Massimo proponeva di spacchettare tutto, andare a casa e tornare qui un’altra volta, ma lo ha detto soltanto perché stava congelando. Era una proposta indecente. L’unica cosa da fare era prendere la moto, rifare da capo i tratti innevati, scendere a valle e sperare di trovare qualcuno che vendesse accendini in quei minuscoli paesini là in fondo, apparentemente disabitati.

“Vado io, Max. Tu resta qui a filmare il tramonto”.

Arrivavo così a Pigra (CO) e trovavo un bar con distributore di accendini. Non era così scontato farcela.

Avevo così il tempo di tornare su giusto giusto per godermi il tramonto.

All’Alpe di Colonno (1.320 m) mi fermavo però a guardare il panorama sopra al Lago di Como.

Quello è il San Primo (1.686 m), l’Everest del Triangolo Lariano.

E questo è il Sasso Gordona (1.410 m), che si trova lungo la sterrata che porta dal Monte Bisbino al Rifugio Piambello.

Sono arrivato in tempo per godermi il tramonto. Max era ancora vivo.

Era giunta l’ora di preparare la cena. A quel punto, s’è levato un bel vento polare, che ha fatto volare via la mia già adorata poltroncina.

Mangiare in campeggio

Il fornellino non è necessario. Un modo pratico e veloce di nutrirsi all’ora di cena è andare in un ristorante/rifugio/agriturismo e poi cercare un posto dove montare la tenda. Se fa ancora freddo, è l’occasione per fare una scorpacciata di caldo. In realtà questa soluzione ha un enorme difetto: una volta che sei dentro, comodo, al caldo ti passa ogni voglia di uscire al buio e al freddo per montare la tenda.
Se invece arrivi, monti la tenda e mangi direttamente lì la cosa è molto poetica. Ma il fornellino, lo ribadiamo, non è necessario. Puoi portarti cibo pronto da casa o comprarlo in un negozio lungo la strada: salumi, formaggi, pane, pizzette, cibi pronti in scatola, dolci. Schiscette con la pastasciutta cucinata a casa.

Ma allora perché c’è chi si porta da casa il fornellino, la pentola, il piatto, che occupano spazio?

E se già ti sei rotto di montare la tenda, perché dovresti anche cucinare? La risposta è banale e irrazionale: perché è bello, è un rito. Un cibo caldo accanto alla tenda ha un gusto tutto particolare, come dicevamo già in puntata uno. Per cui, nonostante a bordo della moto ci sia già un sacco di bagaglio, noi ci piazziamo anche la popote.

La popote

È una buffa parola francese che si riferisce al kit da cucina da campeggio, composto da una pentola e delle ciotole impilate una dentro l’altra.

Questa è la MSR PocketRocket® Stove Kit per due persone, che costa 140 euro. Quando apri una popote, è un po’ come entrare dentro un castello con i passaggi segreti. Sai più o meno cosa ci troverai, ma non come saranno incastrati uno dentro l’altro.

La foto della popote “esplosa” l’ho scattata dopo essere tornato a casa, aggiungendo le cose che avevo dimenticato, come l’accendino (seminascosto, perché è il suo destino) e il paravento, che sarebbe stato molto utile, visto il vento che tirava.

All’interno della pentola da due litri (molto grande, ottima per un gruppo di amici) ci sono due grosse ciotole, due tazze a doppio spessore con coperchio forato (bevi attraverso il buco, così la bevanda mantiene la temperatura), un fornello minuscolo ma che riesce a funzionare anche con il vento, le posate pieghevoli (il punto debole: quelle che vedete sono le mie) composte da un cucchiaio scanalato per fare anche da forchetta (è poco pratico e manca il coltello), una spugnetta. La bombola è a parte.

Un altro accessorio che non fa parte della popote, che è utile e che ho dimenticato: il treppiede per evitare che la pentola si ribalti quando il risotto è ormai pronto. Funziona per incastro, sfruttando il sottile bordo inferiore della bombola.

Il PocketRocket® Stove Kit non è il top di gamma di MSR, che è un’azienda di Seattle come la Cascade Designs. C’era un ingegnere appassionato di alpinismo, Larry Penberthy, che era talmente critico verso le attrezzature da montagna dell’epoca che ha deciso di costruirle lui stesso, nel 1969, per farle come riteneva avrebbero dovuto essere. I suoi primi prodotti sono stati le piccozze e i fornelli da campeggio, che sono stati sviluppati incessantemente da allora. Oggi i modelli di punta sono alimentati a benzina, hanno le pentole in titanio, funzionano aspirando l’aria per cui se ne fregano del vento e c’è l’accensione piezoelettrica integrata nel fornello, per cui posso dimenticare l’accendino tutte le volte che voglio.

Un altro aggeggio che non andrebbe mai dimenticato è la pila frontale.

È stato al momento di cucinare che abbiamo capito la comodità del tavolino. Anche solo per il fatto di poter cucinare stando seduti, col fornello alla stessa altezza, anziché stare chini col fornello per terra.

Cosa cucinare in campeggio?

Qualsiasi cosa. Puoi portarti la pasta e il sugo come se fossi a casa, comprare carne o verdure da grigliare, così come prendere le classiche buste liofilizzate che si trovano al supermarket, con dentro i ravioli o i tortellini già pronti, con i sughi integrati: fai bollire l’acqua, ce li butti dentro e aspetti che cuociano. Alcuni hanno persino un sapore decente. I risotti non li portiamo più, perché in campeggio sono i più lunghi ad andare a punto.

In questo caso eravamo curiosi di provare la linea Outfood di Tiberino 1888, un’azienda di Bari specializzata in cibo da spedizioni, pratico da portare, veloce da cucinare e ad alto potere energetico.

Si tratta di cibo disidratato 100% naturale, senza conservanti o additivi chimici. Ce ne hanno dati cinque: cous cous (quello che abbiamo mangiato nel video), pasta al pesto, minestrone di verdure, purea di patate ai funghi, porridge con cacao fondente e avena. Ogni busta costa 10 euro. La prima cosa da fare è ravanare nella busta, con le mani direttamente nel cibo (cosa non bellissima), per trovare ed estrarre la busta dell’olio e il sacchettino dell’assorbitore di umidità.

Poi bisogna avvitare il fornello alla bombola.

Si accende il fuoco e si fa bollire l’acqua.

Si versa l’acqua bollente direttamente nella busta, la si chiude e la si lascia così per 10 minuti.

A quel punto la pappa è pronta. Questo è il cous cous e ha un bell’aspetto.

Era un po’ crudo, perché per colpa del vento la fiamma andava a spasso e l’acqua non si è scaldata a sufficienza. Però, provando anche le altre buste, abbiamo capito che è un sistema che richiede esperienza, perché è vero che ci sono delle istruzioni scritte sul retro, ma danno range troppo ampi: suggeriscono di mettere tot acqua ma di aggiungerla se serve (e non è facilissimo capirlo) e in alcuni casi, come il porridge, viene indicato un tempo di 3/5 minuti con l’acqua bollente dentro la busta. Ma cinque minuti è quasi il doppio di tre… Ogni busta sfama due persone.

Al momento di andare a nanna, un esempio di comodità nell’avere la coperta da pic nic: la usi come tappeto da mettere dentro l’abside, per toglierti gli stivali fuori dalla tenda. Farlo dentro è scomodissimo.

La foto della tenda illuminata da dentro, in cima alla montagna, con la valle illuminata sotto è un classico dell’epica del campeggio, ma come potremmo non scattarla ogni volta?

Finisce così questo trittico di articoli sull’arte di campeggiare in inverno, iniziato con la puntata sull’abbigliamento, cui ha fatto seguito quella sul trittico (tenda, sacco a pelo e materassino), ma non è sicuramente l’ultima volta che ne parliamo. Anche perché abbiamo appena intervistato una certa Karin Treichler… Se non l’avete ancora fatto godetevi il nostro video, girato da Max Di Trapani, “Soundtrek – I suoni del viaggio”. L’idea di approfondire il tema dell’equipaggiamento richiesto in un viaggio invernale doveva limitarsi a delle immagini commentate. Poi, è più forte di noi, ci abbiamo attaccato gli articoli…

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Una risposta

  1. Mario,un po’ di precisione sui nomi:Monte GARzirola,Rifugio PRAbello(ci sono stato due settimane fa),abito da sempre non lontano,prima a Laglio poi ad Albavilla.Come cibo da campeggio consiglio,se non le hai provate,le minestre liofilizzate di Enervit,nutrienti,complete e rapidissime da preparare-sono pensate per le spedizioni alpinistiche in alta ed altissima quota).

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