True bike stories. Not serious

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Mirco e Tommaso Bettini all'Africa Eco Race.
Mirco e Tommaso Bettini all'Africa Eco Race.

AFRICA RACE 2026, TAPPA 8: UN’ORA DI GLORIA

Quest'anno ci stiamo veramente divertendo a seguire questa gara. Ogni giorno ne capita una! Thomas Marini torna in testa alla gara, ma l'impresa l'hanno fatta i Bettini Padrefiglio

Indice dei Contenuti

Il 2 febbraio del 2026 all’Africa Eco Race venne disputata la settima tappa, che portava da Chami ad Aïdzidine, in Mauritania. 462 km tostissimi, perché disputati su sabbia molle, con una tempesta di sabbia e una navigazione difficile.

Tra i partecipanti c’era una coppia composta da padre e figlio, Mirco e Tommaso Bettini, rispettivamente 60 e 20 anni (foto Flore Layole, Rally Cool).

I due erano in sella a piccole Beta 480RR, modificate al minimo per portare a casa una gara come questa. Viaggiavano insieme, il che presenta pro e contro. I pro sono che i due si possono aiutare fisicamente e psicologicamente. I contro sono che le soste di entrambi si sommano. Esempio semplice: se Mirco fa pipì al km 111 e Tommaso la fa al 142, ciascuno di loro due sta perdendo il doppio del tempo rispetto a che se fosse da solo. Moltiplicate questa cosa per il tempo perso a sistemare guasti e problemi vari e capirete perché i due, pur essendo bravi piloti ed esperti d’Africa, in classifica sono sempre oltre la 50° posizione.

Aïdzidine, notte

Per cui, se una tappa è tosta come la Chami – Aïdzidine, i due la concludono col buio. Da quello che abbiamo capito, se nelle antiche Dakar degli anni ’80 era la prassi finire le tappe di notte, in quelle attuali – AER compresa – tutti riescono a finire con il sole e la notte è diventata un tabù. Il tipo che fa tardi e che si ferma a dormire sulle dune, per poi finire la tappa all’alba in tempo per la ripartenza successiva, ormai fa parte delle leggende. Negli anni ’80 era quasi una regola, adesso se capita a qualcuno se ne parla come di una cosa incredibile, come nel caso di Zacchetti nel 2025.
Fatto sta che i Padrefiglio Bettini quel 3 febbraio sono arrivati con il buio, erano stanchissimi e il giorno dopo era prevista una tappa ad anello. Così hanno pensato: non facciamo la tappa, recuperiamo le forze. Il regolamento lo permette, ma paghi questa cosa con delle penalizzazioni forfettarie molto pesanti, come giusto che sia.
Da qui la decisione di partire, fare i primi 60 km fino al Cp1 (controllo di passaggio), quindi ritornare al bivacco ma consegnando la tabella di marcia ai commissari piazzati all’arrivo. In questo modo avrebbero avuto una “punizione” meno severa: 7 ore al posto di 18 e mezza.

Putiferio

I due non sapevano che, così facendo, il sistema dei tempi li avrebbe piazzati al primo posto, perché a lui risultava che fossero partiti e arrivati. In quella fase non veniva fatto il controllo dei punti di passaggio intermedi.

Alle 15, quando andavamo sul sito della AER per vedere le classifiche, non credevamo a quello che stavamo vedendo. I due Bettini avevano stracciato tutti, dominando la tappa a quasi 100 km/h di media, dando più di 40 minuti al terzo?

Andavamo subito a vedere il cronologico con i tempi intermedi e risultava che i due fossero passati solo al primo wp, quello del km 27. Ma in queste gare, dalla Dakar fino alla 20.000 Pieghe, succede spesso che un pilota passi e non venga registrato dagli strumenti. E noi eravamo troppo inclini a credere al miracolo, ovvero che ci fosse un punto di difficilissima interpretazione e che solo i due Bettini ne fossero venuti a capo. Quelle imprese eroiche, dove la Saggezza batte la Manetta, quelle manovre da vecchio lupo di mare, quelle leggende da vecchie Dakar, ecco, era in questo che volevamo credere. Una parte di noi sentiva che c’era sotto qualcosa di diverso, per cui ci siamo affrettati a fotografare quella classifica balorda e a pubblicarla su Facebook, dove si scatenavano le illazioni degli astanti.

Eppure succede

In fondo, cose come queste sono successe. Una delle più clamorose avvenne alla Dakar del ’79, quando Philippe Vassard, in sella a una piccola Honda XL250S, fu l’unico a terminare una tappa entro il tempo massimo imposto di 14 ore, alla media di 30 km/h. Tutti gli altri avrebbero dovutovenire squalificati. Thierry Sabine non ebbe il coraggio di farlo e così cambiò disinvoltamente il regolamento in corso d’opera, ma Vassard entrò lo stesso nella leggenda. C’è Edi Orioli che, nel 1988, capisce che se non sta trovando i commissari di percorso non è lui che si è perso, ma loro. Gli altri piloti continuano a cercare, Orioli scappa a manetta e vince la tappa con un vantaggio incolmabile, che gli permetterà di portare a casa la gara.
In due Rally dell’Umbria di 20 e passa anni fa sono successe cose analoghe. Marco Falappi che azzecca una nota e vince il rally, mentre gli altri pascolano e Massimo Chiesa che, nonostante un grave errore sul road book, capisce qual è la strada da seguire e accumula un vantaggio enorme in classifica. Ma l’organizzatore, Filippo Ceccucci, ammette di avere fatto “una favata pazzesca” e annulla la tappa.

Le tappe ad anello

A un certo punto la classifica s’è assestata e i Bettini sono finiti in fondo. Loro stessi hanno spiegato come sono andate le cose, nel nostro post di Facebook Zampetting. Ma quell’oretta passata a credere a una loro grande impresa è stata meravigliosa, fantastica, leggendaria.
Comunque queste cose non succederebbero se non esistessero le tappe ad anello, le cosiddette boucle. Nell’epica di queste gare, che sono traversate da A a B di terreni inospitali e desolati, gli anelli sono spoetizzanti al massimo. Nel nostro piccolo lo sappiamo, perché vengono messi nella HAT Extreme da 1.000 km per allungare il brodo. E ne misero uno anche durante la prima Valsabbia Classic organizzata dal MC Leonessa d’Italia 1903. Mentalmente parlando, un conto è sapere che ti stai avvicinando alla meta e un altro conto è fare un anello, sapendo che tra un bel po’ di tempo sarai di nuovo al punto di prima: sembra di non avanzare, è frustrante. Per questo tantissima gente salta gli anelli delle cavalcate… e salta pure le boucle alla Dakar.

Vedete quell’enorme spazio bianco? Sono i punti di passaggio dei partecipanti che hanno deciso di non correre la tappa 8.

Nell’economia di un pilota che non guarda la classifica ma vuole arrivare a Dakar a tutti i costi, saltare una boucle ci sta. Ti riposi, non rischi di farti male, risparmi la moto. Per noi che stiamo sul divano e guardiamo i dakariani come i romani i gladiatori, è un abominio. Se la sfida è arrivare a Dakar senza tagliare niente, questa cosa non si deve fare. Una volta non potevi saltare una tappa e poi venire riammesso in classifica con la forfettaria, eri fuori e basta. Chi arrivava a Dakar era un eroe che aveva fatto tutto il percorso. Oggi molti che arrivano in realtà hanno saltato pezzi.

E i bivacchi delle tappe ad anello diventano nuovi giorni di riposo, come questo di Aïdzidine (foto Alessio Corradini, Rally Cool).

Amaury Baratin, veterano delle Dakar, cambia un filtro che sembra una patata, da quanto è conciato. Lo abbiamo messo qui perché nei giorni di riposo la gente fa tanta manutenzione, ma il povero Amaury è uno che il percorso se lo fa tutto, tanto che in classifica è 13° (foto Corradini).

In realtà c’è capitato di leggere un racconto di Aldo Winkler che, riferendosi alla Dakar del 1986, parla di gente che salta le boucle per i motivi citati poche righe fa e ci siamo molto stupiti.
Comunque sia, agli organizzatori gli anelli piacciono perché sono pratici da tanti punti di vista (la mappa della Dakar 2026 sembrava un ottovolante), ma non è bello sapere che tanta gente decide di saltarli.

Il 3 febbraio pomeriggio il Lolo che sta correndo con la Yamaha Turbo risultava nell’elenco dei piloti che avevano saltato l’ottava tappa. Poi è sparito dalle classifiche, come se se fosse uscito dalla gara (foto Corradini).

Torniamo con i piedi per terra

Tolti i Padrefiglio dalla vetta della classifica, ci si rende comunque conto che anche in questa tappa non sono mancati i colpi di scena.

Kevin Gallas, il leader della classifica, s’è perso… e adesso non è più leader. Ora è terzo, a 13 minuti dalla vetta (foto Corradini).

Gautier Paulin ha vinto la tappa: è la seconda volta, quest’anno. Ed è al debutto. Se c’ha preso gusto, se si sente più sicuro tappa dopo tappa, è ancora in tempo a vincere questa edizione. Adesso è quarto a 16 minuti (foto Layole).

Thomas Marini, quarto di tappa, adesso è di nuovo in testa alla generale (foto Corradini). Che edizione fantastica!

Jean-Loup Lepan è arrivato secondo di tappa e adesso è secondo anche in classifica, staccato di appena 27″ dal “nostro” Marini (foto Alexis Blondel).

In ogni tappa può succedere davvero di tutto. Ora abbiamo due monocilindriche al vertice. Poi ci sono cinque Yamaha Ténéré e due Aprilia. Cerutti ha ottenuto un bel terzo posto, ma nella generale è sesto ed è staccato di oltre un’ora da Marini. È tanto, forse troppo.

Alessandro Botturi è passato da nono ad ottavo, perché ha scavalcato Menichini, ma il suo ritardo dalla vetta aumenta tappa dopo tappa e adesso sfiora le due ore (foto Blondel). Sembra che stia perdendo motivazione e che stia soffrendo la fatica, tutte cose comprensibili.

Una sorpresa: il ceko Roman Krejici è arrivato quinto, in tappa 8 (foto Layole).

Roman ha cinquant’anni e, tra il 2010 e il 2023, ha corso cinque Dakar: due in moto e tre in camion. Attualmente è undicesimo nella generale.

Resistere!

Ormai mancano poche tappe e ci sono ancora tanti italiani in gara, che non hanno tagliato neanche un pezzetto. Anzi, ce ne sono tre che si sono infilati nella top twenty, rispettivamente al 18°, 19° e 20° posto e tutti in monoruota.

Il primo di questi è Sebastiano Antonello, che ha la missione di impennare fino a Dakar (foto Layole).

Segue Stefano Dogliotti (foto Blondel).

E poi c'è Matteo Bottino, che in una sola tappa è risalito dalla 25° alla 20° piazza

E poi c’è Matteo Bottino, che in una sola tappa è risalito dalla 25° alla 20° piazza (foto Corradini).

SuperFabio Lottero è 29° (foto Blondel).

Andrea Vignone è 37°, ma abbiamo capito che può aspirare a posizioni ben migliori (foto Corradini).

Massimo Ferrari è entrato nella top 50 ma anche i due Bettini non sono lontani, nonostante le forfettarie, perché hanno scavalcato quelli che non sono proprio partiti per l’ottava tappa. Anche Giuseppe Pozzo non è partito, eppure in classifica è avanzato di una ventina di posti.

Curiosità

Noa Sainct occupa la 27° piazza: è il figlio del compianto Richard, che ha vinto tre Dakar tra il 1999 e il 2003 (foto Layole).

Alessio Corradini ha colto veramente l’attimo!

Un bel salto di Peter Eggiman, uno svizzero che sta disputando il raid (alternativo alla gara) in sella a una Yamaha XT600Z Ténéré seconda serie del 1985 (foto Layole).

Il Mostruoso Corradini fotografa Flore Layole.

Un villaggio della Mauritania scovato con il drone (foto Corradini).

Finalmente abbiamo una foto dell’auto con cui sta correndo Andrea Schiumarini (foto Corradini).

Che c’entra con le moto? Il suo navigatore è Maurizio Gerini, che un tempo faceva le Dakar in moto e oggi fa il navigatore dentro le auto. Lui ha corso la Dakar 2026 “navigando” Laia Sanz (si sono classificati al 18° posto) e poi, com’è finita la gara, in pratica è volato diretto dall’Arabia alla Francia, per prendere parte a questa. Al momento, lui e Schiumarini si trovano in quindicesima posizione.
La loro auto è una Century R6, equipaggiata con un motore Chevrolet V8 da 7.000 cc e 360 CV. Ha sospensioni da 440 mm di corsa (contro i 300 mm di una moto da rally), pesa poco meno di 1.600 kg e costa intorno ai 250.000 euro.

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