True bike stories. Not serious

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Zampetting nel fango
Zampetting nel fango

ZAMPETTING, BEN PIÙ DI UNO STILE DI GUIDA

Per noi è uno stile di vita. Ma anche ai più bravi capita di adottarlo quando il percorso si fa duro e la priorità non è l'eleganza, bensì la sopravvivenza.

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Abbiamo iniziato a usare il termine “zampettare” più o meno 25 anni fa, negli articoli di Motociclismo, prima ancora che uscisse Motociclismo FUORIstrada. Si riferisce all’avanzata in fuoristrada stando seduti e aiutandosi con le gambe, che possono fare sia da stampella, sia da propulsore. Si usava “zampe” e non “gambe” per dare l’idea di un animale unico, in cui l’uomo e la moto erano uniti a formare un solo essere.

Zampettare non è considerata una bella cosa, nel fuoristrada. Quelli bravi guidano prevalentemente in piedi. Questo è Andrea Belotti alla Sei Giorni del 2007, in Cile.

Nel trial, che è la specialità con i percorsi più tecnici, si guida al 100% in piedi e le moto non hanno neanche la sella. Nelle altre specialità predominanti del fuoristrada – cross, enduro e rally – si guida quasi sempre in piedi. Il motivo è che tutto il peso si scarica sulle pedane, abbassando il baricentro e poi quando si è in piedi è più facile distribuire i pesi in avanti o indietro, come un bilanciere umano. Inoltre, stando in piedi assorbi gli urti con le gambe, salvando le chiappe e la schiena. In pratica, guidando in piedi si hanno più trazione, direzionalità e assorbimento. Poi, certo, ci sono situazioni in cui conviene sedersi, come in certe curve; oppure nei rettilinei scorrevoli, per riposarsi un po’.

Andrea Verona, qui alla Sei Giorni italiana del 2021, sta facendo una curva seduto e con un piede giù, ma questo non ha nulla a che fare con lo zampetting.

Il confine dell’infamia lo si supera quando ad essere a terra sono entrambi i piedi. Cosa che però rappresenta il culmine della vergogna del guidare seduto, in cui il peso concentrato sulla sella alza il baricentro, soprattutto se il pilota sta su alla sacco di patate.
Va però detto che tutti hanno un confine oltre il quale non si riesce più a guidare in piedi: più sei bravo, più questo confine è spostato verso l’alto.

Il canadese Cory Graffunder avanza zampettando verso la fine di un settore, all’Erzberg del 2009. In questa gara, i migliori enduristi del mondo sono costretti a zampettare in parecchi punti, perché le difficoltà sono estreme.

Lo zampetting che dà l’identità a questo sito non è praticato per scelta, né esaltato. Semplicemente, è un modo di sopravvivere in fuoristrada che va accettato con serenità. È la consapevolezza di non essere bravissimi ma di voler andare in moto lo stesso, perché è bello anche se non si è dei draghi. Di conseguenza, è anche uno stile di vita, perché se accetti quella cosa allora entri nella dimensione che nulla va preso troppo sul serio, nessuna sentenza è definitiva e tutto si può affrontare, di petto o facendo i tornanti.

Non è elegante

Ci viene in mente una comparativa che facemmo in Sardegna nel 2009, per provare tre grosse mono dual sport: BMW G 650 Xchallenge, Husqvarna TE610, KTM 690 Enduro R. L’idea era di provarle come si deve, ovvero in chiave dual, quindi fu un diagonalone dell’intera isola che, in 4 giorni, comprese qualsiasi terreno di gioco: autostrade, superstrade, sterratoni, tagliafuoco insormontabili e pure una cavalcata tecnica per monocilindrici, a Villasimius. Il tutto senza furgone appoggio, quindi con i bagagli legati sulle moto. Come tester, oltre a quelli che amavano l’enduro randagio e contemplativo, c’era anche Paolo Ricotti, che viveva in Oltrepò, faceva enduro fin da piccolo, era bravissimo e faceva gare di alto livello, compresi l’Hell’s Gate e la Sei Giorni. Per lui la moto significava soprattutto fare gare o allenamenti in percorsi intorno casa da ripetere più e più volte, perfezionando i gesti. Infatti aveva – ed ha tuttora – uno stile stupendo. Non era un caso: lui ci spiegò più volte che il bello dell’andare in moto era migliorare la tecnica uscita dopo uscita, per poter guidare sempre più fluidi ed eleganti. Il Bel Gesto, diceva sempre.

Qui lo vediamo mentre prova la KTM 690R, dopo avere tirato giù i bagagli.

Aveva accettato di partecipare a questa comparativa per curiosità, per provare un modo nuovo di andare in moto, ma era inorridito da come andavamo noi. “A questa gente non importa nulla del Bel Gesto…”. Solo il fatto di guidare con un grosso bagaglio piazzato dietro le chiappe gli faceva venire il vomito. Poi vedeva noi che zampettavamo e non capiva con quale motivazione ci alzassimo la mattina con la voglia di guidare una moto.
Però vedeva che eravamo contenti, che ci divertivamo. Tipo uno che ripete la prima elementare diciannove volte, ma è felice di andare a scuola.

Non focalizzando il proprio essere motociclista sulla perfezione, è possibile godere di altri piaceri come una tendata in un posto splendido come il Passo Dordona, magari raggiunto zampettando.

Perché darsi a questa tecnica?

Uno dei motivi è la statura. Meno sei alto, meglio guidi. Sembra una cavolata, ma c’è un dvd di 20 anni fa (Enduro Technic) dove quattro piloti ufficiali del team KTM Farioli danno lezioni di guida. Stefano Passeri sulla 125 2T, Giò Sala sulla 250 2T, Mario Rinaldi sulla 350 4T e Fabio Farioli sulla 500 4T affrontano, uno alla volta, i vari ostacoli che si possono trovare in Bergamasca e appare evidente come il più stiloso ed elegante tra tutti sia anche il più basso, ovvero Stefano Passeri. Il perché è evidente: oltre ad avere un talento immenso, come tutti quelli che fanno fatica a toccare per terra ha dovuto imparare a fare tutto in piedi sulle pedane. Ho avuto la fortuna di girare con lui in Oltrepò e in Sardegna e ogni volta restavo di stucco dalle cose che gli vedevo fare, senza mai mettere giù i piedi, spesso senza neanche prendere la rincorsa.

Tipo arrampicarsi qua sopra. Quando lo fotografavo, spesso non capivo neanche dove avesse intenzione di salire.

In Enduro Technic, il più alto dei quattro è Fabio Farioli, è davvero grosso e guida la 500 4T, un mastino. Ed è bravo, tant’è che ha vinto il titolo mondiale di quella classe. Ma in molti passaggi che Passeri fa in piedi, con uno stile impeccabile, Fabio zampetta. La Natura glielo permette, quindi il suo stile è più sporco e meno elegante, ma efficace.
Nel mio personalissimo caso, io zampetto per una somma di ignoranza, incapacità e problemi fisici.
L’ignoranza è dovuta al fatto che mi sono appassionato al fuoristrada un po’ perché volevo fare viaggi in terre lontane, dove l’asfalto spesso non c’è e un po’ perché l’unica gara offroad che seguivo da ragazzino era la Dakar.

Alla Dakar guidavano spesso seduti perché, dovendo fare speciali anche di 1000 km di fila, era saggio alternare varie posizioni per resistere il più a lungo possibile.

Inoltre le selle erano altissime, per poter avere un’elevata distanza sella-pedane, avere le gambe poco piegate e poter così guidare “seduti quasi in piedi”, con un maggiore controllo. Ma io non lo sapevo, quindi pensavo che guidare seduti fosse la prassi anche fuori dall’asfalto. Ed essendo autodidatta, ho imparato a guidare seduto. E se guidi seduto, i salitoni li fai zampettando. Poi mi ruppi una gamba, quindi ingrassai per cui, quando imparai che in fuoristrada si guida in piedi, non ero in grado di farlo, per via dei dolori al ginocchio.

La Tesi di Laurea

Nel 2006 venni mandato a un corso di Fabio Fasola, al Ciocco, dove lui si mise in testa di fare di me un vero uomo. Legò un tocco di legno sulla sella della mia moto, per costringermi a guidare in piedi, ma io proprio non ce la facevo, così guidavo seduto su quello strumento di tortura. Come si sa, le enduro racing hanno delle selle da fachiro, ma sono dei Permaflex a confronto di un ciocco di legno.

È stata una delle più grandi umiliazioni della mia vita. Tra l’altro questa cosa avalla una frase molto volgare, ma pertinente: guidavo come se avessi avuto un palo nel culo (foto Marco Campelli).

Poi Fasola mi fece fare, fino allo sfinimento, il Dente del Diavolo, la salita a gradoni più famosa del Ciocco, una sorta di piramide maya. Io ci provavo a farla in piedi, per metà resistevo, ma poi mi sedevo e zampettavo, arrivando in vetta tutte le volte.

“Ma se io riesco a farla fino in cima zampettando, mentre gli altri cadono, perché devo farla in piedi come loro?” “Taci e rifalla da capo” (foto AP Photo Sport).

Alla fine, dopo la centoduesima salita in cui arrivavo in cima zampettando, Fabio perse la pazienza e disse: “Ciaccia, fa’ come cazzo ti pare”. Tutto questo accadeva al Ciocco, un posto altamente diseducativo, perché presenta dei percorsi dove persino i più bravi devono zampettare.

Il tipo che vedete in prima fila, mentre zampetta in discesa sulla famosa Salamandra Creek, affumicando con il suo Kawa 2T noi che lo seguiamo, altri non è che uno Jacopo Cerutti sedicenne. E se zampettava lui (foto Marco Campelli)…

Il Ciocco, inoltre, è la sede di uno dei più grandi misteri della Storia dello Zampetting. Perdonate se mi dilungo, ma ciò che sto per raccontare è assolutamente privo di senso.
Allora, c’era una volta una terribile gara di enduro estremo, la Hell’s Gate, che si svolgeva ogni inverno ed era un po’ la tesi di laurea nello zampetting.

Ci zampettava persino Graham Jarvis! Ma questa foto l’ho scattata nel 2013.

Invece l’edizione per me assurda è stata quella del 2007. Ero stato mandato a fotografarla e vidi cose che voi umani… Insomma, vi dico solo che il percorso era talmente duro che tre piloti si erano iscritti con delle moto da trial. E uno di loro, Piero Sembenini, è uno che ha disputato 109 gare nel Mondiale trial, ok?
La gara era alla quarta edizione. Le prime tre erano state vinte dall’inglese David Knight, che ai tempi correva per KTM ed era considerato l’endurista più forte al mondo, mentre oggi è ricordato soprattutto per avere fatto pipì sulla propria BMW ufficiale, nel 2009, venendo licenziato in tronco. Nel 2007 però David venne “obbligato” a correre a Le Touquet, così il favorito diventò l’eterno secondo delle edizioni precedenti, l’inglese Wayne Braybrook. A differenza di Knight, che dominava anche le gare di enduro tradizionali, Braybrook andava forte solo nelle gare di enduro estremo, soprattutto quelle con i salitoni viscidi.

Wayne aveva uno stile osceno, perché affrontava detti salitoni zampettando di potenza, piuttosto che guidare in piedi come fanno i bravi piloti.

Questione di potenza

Devo però fare una divagazione tecnica a difesa di chi guida seduto, quindi a difesa anche di me medesimo.
Nel 2020, avendo perso 38 kg, il ginocchio ha smesso di fare male e mi sono imposto di guidare in piedi, quindi ho cose da dire su entrambe le tecniche di guida.
Intanto va detto che, per guidare bene in piedi, ci vuole una triangolazione perfetta per la nostra statura. Di solito chi compra una moto cambia la posizione del manubrio. Ma può anche cambiare lo spessore della sella e, se possibile, riesce ad abbassare le pedane. Uno come me, che spesso deve guidare moto in prova senza possibilità di cambiare niente, spesso si trova così male a guidare in piedi che finisce per sedersi.
È vero che in piedi sei nelle condizioni migliori per avere trazione, direzionalità e assorbimento. Ma è altrettanto vero che puoi fare molto, in quel senso, anche guidando seduto, chiaramente non alla sacco di patate. Se ti alzi leggermente, il peso si concentra tutto nelle pedane, come se guidassi in piedi. Se in salita ti siedi con le palle sul tappo del serbatoio e ti inclini in avanti e in discesa ti siedi tutto indietro, non è efficace come guidare in piedi, ma appari meno scemo. E per quanto riguarda l’assorbimento, l’ammortizzare con le gambe e il continuo alzarsi e sedersi salvano sì la schiena, ma portano alla rovina delle ginocchia, se guidi tanto e hai passato i 40 anni. Altra cosa: se, nel brutto, cadi mentre guidi in piedi, fai un volo più rovinoso che se fossi seduto.
Lo zampetting di potenza appartiene sempre alla categoria “guidare seduti ma NON alla sacco di patate”. Molti mettono giù i piedi solo perché il terreno è difficile e altrimenti cascherebbero. Ben diverso è usare le gambe, ops, le zampe per dare delle robuste pedate che aiutino la moto a salire. Ci sono casi in cui conviene dare poco gas, perché il terreno è scivolosissimo, quindi quelle zampate danno un serio aiuto al motore.
Credo seriamente che questo fosse il modo con cui Braybrook correva. Credo che ogni sua zampata valesse 40 CV, a giudicare da come saliva.
La roba assurda successe al Dente del Diavolo, la piramide Maya che Fasola mi aveva fatto fare centodue volte.

In testa alla gara si era portato Simone Albergoni, all’epoca il più forte endurista italiano. La foto, scattata al tramonto, fa capire che lui è un manico immenso, perché sta affrontando in monoruota una salita ripidissima con un tubo da superare di slancio.

Ma andiamo ai giri prima che arrivasse il tramonto. Di Braybrook giravano voci che fosse caduto, che si fosse rotto una mano e che stesse tentando di andare avanti lo stesso, ma era quinto. Quando sono andato a fare le foto al Dente del Diavolo, non credevo a quello che vedevo.

I big, come Albergoni e Paul Edmondson, che era un 4 volte campione del mondo, non riuscivano a salire. Arrivavano in piedi sulle pedane, cadevano e venivano tirati da una commistione di marshall e pubblico.

Mentre quelli che zampettavano, come Braybrook e il rallysta Mauro Sant che vedete qui sopra, arrivavano in cima. Era esattamente la stessa cosa che era successa ai corsi di Fasola, dove io riuscivo a salire zampettando.

Mi dite come faccio a non zampettare, dopo una roba simile? Ecco perché parlo di storia assurda. Ma non era finita: lungo il percorso c’erano due salite molto peggio di questa e, col passare dei giri, i piloti erano sempre più stanchi. Mentre girava voce che Braybrook si fosse ritirato con la mano rotta, nessuno riusciva a fare queste salite e le moto andavano spinte e, in certi casi, tirate su con le corde.

Non riuscivano a salire neanche i trialisti!

Ma è arrivato Braybrook e, con le zampettate di potenza più potenti della Storia delle zampettate di potenza, riusciva a fare le due salite senza fermarsi, fino alla fine. Ed era l’unico! E aveva una mano rotta!
Inutile dire che ha vinto lui e che io, da allora, non mi vergogno più di zampettare. E sapete che è successo? Che nel 2013 Fasola ha deciso di organizzare la Hell’s Gate al sabato… e una Hell’s Gate dei poveri, chiamata Lite, alla domenica. Ovvero una cavalcata non competitiva aperta a tutti, con pezzi tosti ma non come quelli dell’estrema. Alcuni però li ha messi, come la Salamandra Creek e Lui, il Dente del Diavolo, la Piramide Azteca.

Aveva nevicato ed era viscidissima, ma io avevo una Berghem 300 a 4 tempi (una enduro artigianale con telaio Beta RR50 da enduro, motore Beta 280 cc da trial e sospensioni sopraffine), la migliore moto da enduro tecnico che abbia mai guidato.

Così ho scalato la Piramide con un osceno zampetting di potenza in monoruota, ma l’ho portata a casa (foto AP Photo Sport).

Elefantentreffen: uscire vivi dalla buca

Il folle raduno tedesco da anni è senza neve e chi ci va per la prima volta non ha la minima idea di cosa fosse quando l’inverno era ancora tale, lassù. Ovviamente la speranza è l’ultima a morire ma crediamo che, negli ultimi 10 anni, la neve si sia vista solo nel 2019. Si tratta del papà delle tendate invernali e in passato le condizioni erano davvero estreme. Vi abbiamo partecipato 12 volte è la più fredda è stata nel 2005, con una minima di -21°. Dagli anni ’80 viene organizzato a Loh, in Germania, al confine con la Repubblica Ceca, su una stranissima collina che presenta una conca, cui si arriva con una strada a spirale, simile a un girone infernale: la Buca.

In questa foto, scattata nel 2007 dalla strada a spirale, si vede bene la Buca. D’estate, quella è una pista di autocross.

In questa foto invece vediamo l’edizione del 2006 e si capisce la situazione: era una città di 3.000 / 7.000 persone in cui la gente viveva nelle tende e si spostava in moto su viottoli innevati.

In realtà esistevano due generi di partecipanti. Una buona parte non voleva guidare le moto sulla neve e le lasciava fuori dall’accampamento. Quelli di indole fuoristradistica invece entravano in moto. Più scendevi verso il fondo della buca, più posto trovavi e più fatica facevi a uscire, al momento di tornare a casa. Era una vera trappola, ma a noi divertiva. Lo chiamavamo il gioco dell’Usciamo di qua. Con le monocilindriche si riusciva, sia pure a fatica, zampettando come pazzi. Con le bicilindriche ci volevano i chiodi o le catene.

Come si vede, sul fondo della buca c’è posto, ma sulla mia Africa Twin ci sono delle favolose catene rompighiaccio.

Quando ti svegli al mattino, sai che dovrai arrivare in cima a quella collina con il gioco “Usciamo di qua”.

1998, la nostra prima volta. Il nostro amico Augusto, detto Skrauss, tenta l’Usciamo di qua con la sua Yamaha XT600 dotata di gomme quasi stradali. Zampettare non basta.

Il bello dell’Elefanten è che appena cadi si buttano in pista 240 persone e ti portano su di peso, per cui in realtà questa rampa la facevi con qualsiasi moto. Abbiamo visto salire su di qua una coppia di milanesi con una Guzzi California, per dire.
Ma in quel 1998 apparve evidente che la mia Suzuki DR350S aveva più trazione rispetto alle 600 dei miei compari di viaggio, così io non mi accontentavo di sopravvivere solo al momento di tornare a Milano, ma mi misi a girare per tutto l’accampamento, per puro sollazzo, divertendomi un sacco, purtroppo senza casco, perché ero un coglione. A un certo punto trovai una discesa piuttosto ripida, mi misi a farla in preda al delirio dell’onnipotenza e finii su un lastrone di ghiaccio, dove l’avantreno partì all’istante e io presi una facciata piuttosto dolorosa.
La reazione della gente presente fu incredibile. Corsero in 190 per rialzarmi la moto, poi presero le loro moto e si misero a fare la gara a chi cascava il più tardi possibile, stile rodeo. Io ero esterrefatto, questi erano pazzi!

La folla si accalcò a bordo pista, stile Hell’s Gate e, ogni volta che uno cadeva, tutti urlavano Yeaaaaahhhhhh.

Poi mi resi conto che cadevano tutti prima di me, per cui ero in testa alla gara, finché non sono entrati in scena due tedeschi biondissimi, penso gemelli.

Avevano delle Honda XR600R, giacca e pantaloni da fuoristrada, buffi stivali morbidi NON da moto e guidavano perennemente con i piedi giù. E uno di loro riuscì a superare il punto in cui ero caduto io.

Poi si schiantò e sembrava che si fosse fratturato una dozzina di ossa, invece si rialzò esultante, perché aveva vinto la gara più demenziale che avessi mai visto. A quel punto i due gemelli ariani, sovreccitati come cani di razza beagle, esaltati dalla folla presero la rincorsa e affrontarono la rampa dell’Usciamo di qua a una velocità leggermente superiore a quella di Jorge Martin nel rettilineo del Mugello. Sulla ripida salita ghiacciata entrambe le XR presero a scodare in maniera raccapricciante, ma i due le tenevano a bada con un per me inedito zampetting dello sciatore, in cui tieni la moto stretta tra le gambe e usi i piedi come sci, senza dare zampate, a una velocità incredibile. Quei due sono stati i semidei dell’Elefantentreffen 1998. Poco dopo di loro un tizio tentò di emularli, con una Husqvarna TE510, quella senza pompa dell’olio, che era molto più leggera e potente della XR600R. Iniziò in piedi sulle pedane, cascò, provò con lo zampetting, ma niente, non saliva. Dovettero spingerlo.

Quando zampettare è nobile

Succede quando stai portando una leggiadra pulzella in mezzo a immani fangaie e vuoi che abbia una vita confortevole, per quanto possibile. Guidare in piedi sulle pedane, con le tue natiche di marmo sulla sua faccia, a manetta, potrà fare di te, ai suoi occhi, un vero maschio?

O magari lei preferirebbe un vellutato zampetting, con un filo di gas, più morbido del fango su cui state galleggiando, come nel caso del Mostruoso Corradini, il fotografo più fuori di testa del mondo del fuoristrada, che sta portando la sua Flore a spasso per la Transitalia Marathon?

Un altro esempio di zampetting socialmente accettabile è quando ti lanci su una spaventosa pendenza, in piedi sulle pedane e arrivi in cima al pelo, zampettando, come un saltatore con l’asta quando si dà l’estrema spinta a cinque metri da terra.

Derapper, endurista vichingo degno del tso, zampetta come un pazzo per evitare di precipitare nel vuoto, durante l’Erzborg del 2009. Non abbiamo sbagliato lettera, l’Erzborg era l’Erzberg di Borgo San Giovanni (PC).

La pluricampionessa mondiale di enduro Ludivine Puy fa altrettanto in un villaggio di pescatori chiamato Guanaquero, in Cile, nel 2007.

Quando è inevitabile

Quando hai le gomme sbagliate su fondi viscidi, alzarsi sulle pedane significa quasi sempre perdere aderenza con l’avantreno e prendere una facciata che, se fossi un fumetto, avresti gli uccellini intorno alla testa che ti fanno cip cip.

Giovanni Bussei, quando era ancora un pilota impegnato nel mondiale superbike, nel gennaio del 2006 tentò di raggiungere l’Elefantentreffen a bordo di una Harley-Davidson (ci pare la XR1000) dotata di gomme stradali. Lo zampetting in questi casi è inevitabile, ma non basta: pare che non fece molti km, ma chiaramente diventò il mio pilota di superbike preferito.

L’immenso dilemma delle maxienduro moderne.

Sono moto meravigliose su asfalto, con le gomme giuste. Sono godibili in fuoristrada, con le gomme giuste. Ma non sono gomme giuste coincidenti: non esiste una sola gomma capace di farti piegare forte su asfalto e di tenere su delle fangaie come quelle della foto sopra. Molti dicono “comprati una moto da strada e una enduro specialistica”, ma non capiscono il fascino di un giro che metta insieme fuoristrada tecnico e asfalto godurioso.

Leventino 2023: Massimo Di Trapani, che guida sempre in piedi, aveva le gomme finite, lo sapeva ma non ha fatto in tempo a cambiarle. E si è detto: meglio zampettare che stare a casa.

Quando è dignitoso

La foto di apertura: quando si avanza nei solchi di fangazza la guida in piedi è sexy, ma anche lo zampetting viene tollerato. Siamo alla Cef Adventure del 2018, scendendo dal Passo dello Zovallo, in Emilia.

Stessa situazione sul Monte San Michele, in Chianti (FI). Il pilota, Riccardo Capra detto Rick del Po, di solito guida in piedi, ma qui è saggiamente guardingo.

Uno zampetting che allarga il cuore: Gio’ Sala, che ha vinto cinque mondiali enduro, zampetta senza paranoie durante un giro di svago con gli amici, sulla sua KTM Super Enduro.

Una volta lo zampetting era normale. Qua vediamo Donato Di Luzio (a destra) in piena bagarre con un rivale durante una gara di regolarità a Trezzano sul Naviglio (MI), nel marzo del ’68.

Francesca “Pispi” Gasperi corre in Africa ed è abituata a guidare in piedi sulle pedane, ma certe “strade” della Croazia impongono una guida riflessiva.

L’ImPonente del 2018 potrebbe avere visto più gente zampettare che guidare in piedi. Pioveva e tutto il percorso era una fangaia. E abbiamo capito che sul fango, con le moto elettriche tipo la Zero FXS guidata da Ilaria Gelain, si sopravvive bene, perché puoi dosare la potenza al millicavallo.

Ultima, cruciale questione: la moto dev’essere bassa

Vero, verissimo. Meglio tocchi per terra e meno cadi. E più dai zampate potenti. È il motivo per cui Stefano Passeri è stato praticamente obbligato a imparare a guidare in piedi. In Enduro Technic si vede anche lui zampettare: è su una pietraia in salita, davvero selvaggia ma la sua tecnica è tosta: cala la gamba per toccare e dare la pedata, a quel punto salta, torna in sella e si cala dalla parte opposta.

Alla Malle Mutor 2024, il numero 142 era molto bravo in pista da cross, ma in mulattiera faticava, perché la sua Husky Norden era troppo alta.

A conclusione di tutto questo, siate felici, imparate a guidare in piedi ma comprate una moto con la sella regolabile in altezza elettricamente, comandata dalla forza della mente.

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2 risposte

  1. Ciaccia,sei prolisso,ti dilunghi in lunghi preamboli,divaghi di continuo…e mi diverto moltissimo a leggerti.Non abbandonare il tuo stile e auguri,dopo le note vicissitudini,per il tuo futuro professionale ( e non solo,ça va sans dire).

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