True bike stories. Not serious

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ICONICA 2026, QUELLA DELLE FRANE

Una frana sulla strada per arrivare e una sul percorso non hanno cambiato di una virgola il gusto di partecipare all'Iconica, che quest'anno s'è disputata un po' sull'Appennino Ligure e un po' nelle Cinque Terre

Indice dei Contenuti

NOTA ESSENZIALE: questo articolo è lunghissimo perché, essendo le moto d’epoca un affare per brutti vecchiacci, questi amano ancora leggere, quindi ci abbiamo dato dentro. L’ideale sarebbe centellinarlo sul computer, con calma, a tappe.
L’edizione ’26 ci ha colpito perché non faceva perno su una grande città, ma in un posto cui è più facile pensare come meta di arrivo o come giro di boa: Cuccaro, una località di villeggiatura sulle montagne dell’entroterra di La Spezia, sopra Rocchetta di Vara (SP). Una zona che conosciamo bene, per le sterrate della zona dei passi dei Casoni e del Rastrello, da cui si vedono le Alpi Apuane e il mare.

Dalla Fontana del Ratto si vedono le massime vette delle Apuane, che sembrano alte 3.000 m e invece non arrivano ai 2.000. Il primo da sinistra è il Pisanino (1.945 m), a seguire il Pizzo d’Uccello (1.781 m), il Monte Cavallo (1.890 m), il Grondilice (1.809 m), il Sella (1.736 m) e il Sagro (1.748 m).

La località non è stata scelta a caso: era la sede di arrivo della seconda tappa della Imponente Adventure Dual 500, splendida due giorni riservata alle dual sport, disputatasi lo scorso settembre 2025 e replicata il 12/13 giugno 2026. La partenza avveniva a Guastalla (RE) e la prima tappa finiva proprio quassù, a Cuccaro. E a Giuseppe Mandurino, la mente e il braccio di questi eventi, è venuta in mente l’idea: fare di questo posto, piazzato strategicamente tra mare e montagna, la base dell’Iconica 2026.

Il percorso era a margherita: sabato si è girato in montagna (zona Passi Centocroci e Bocco), domenica al mare (Cinque Terre).

Nei 300 euro di iscrizione erano comprese anche le due cene e le due notti in albergo, il recupero del mezzo (assai probabile), diversi gadget, tra cui uno zaino “d’epoca” molto bellino. Tre le categorie ammesse: le veterane (prodotte fino al 1960), le classiche (dal 1961 al 1989) e le young timer (dal 1990 al 1993).
La mia Ténéré del 2020 è stata ammessa tra le veterane, perché non ho mai cambiato l’olio del monoammortizzatore in 96.000 km (è una battuta, lo dico perché c’è sempre qualcuno che ci casca).

Ecco Giuseppe insieme a Zeno Benciolini, uno dei partecipanti più motivati dell’edizione 2026.

Perché motivato? Beh, il bello dell’Iconica è che ogni anno cambia location e formula e quest’anno c’erano due sfide da portare a termine.

Una è la solita prova a velocità controllata, dove non contano i cavalli ma la precisione. In foto Marcello Lucchi, che si chiama come il pilota dell’Aprilia 250 da Gran Premio ma guida il Galletto 192 della Moto Guzzi.

L’altra sfida era una caccia al tesoro: venivano indicati tre luoghi che andavano scovati e fotografati. Se li beccavi tutti e tre ed eri pure bravo nella prova a tempo, rischiavi di vincere.

La prima frana dell’Iconica 2026, quella in montagna

Il modo più veloce per arrivare a Cuccaro, per buona parte dei partecipanti, sarebbe stato prendere l’autostrada della Cisa, uscire a Pontremoli e affrontare la strada del Passo dei Casoni. Ma un tratto di questa è franata il 25 ottobre del 2011 e, nonostante siano passati 15 anni, la viabilità non è mai stata ripristinata. Alcuni navigatori ti ci mandano, ma è un grave errore. Google Maps invece ti fa fare dei vasconi belli lunghi per aggirare l’ostacolo.
La gente del posto si lamenta, chiaramente. Ci hanno raccontato di famiglie che vivevano distribuite in paesi / fattorie nella zona del passo, collegate da cinque minuti di strada, che si sono trovateseparate di colpo.

Se non si vuole fare il giro dell’oca, esiste il panoramico sterrato della Sella di San Genesio (1.030 m).

Da lassù si vedono bene il Golfo di La Spezia, il paese di Venere e l’isola della Gorgona.

Si vedono anche le marine di Massa e Carrara.

C’è un cartello di divieto, ma i locali passano lo stesso, vista la situazione di emergenza. “Non ci dice nulla nessuno, ci mancherebbe, visto che non ci mettono a posto la strada” mi ha raccontato una signora che stava passando su una Panda 4×4. Questa storia ricorda cosa successe ad Amatrice con il terremoto del 2016, quando la strada asfaltata per Norcia era stata chiusa e la gente si arrangiava facendo la meravigliosa sterrata dei Pantani di Accumuli. Oppure quando il Monte Coppetto franò isolando Bormio sul versante valtellinese, cosa che portò alla riapertura del Passo Gavia e, purtroppo (lo dico da fuoristradista) alla sua asfaltatura.

Così per raggiungere la base di partenza dell’Iconica ho fatto la Sella di San Genesio che si trova lungo una sterrata lunga ben 23 km, tra Parana e il Passo Calzavitello. Se vi sembra che questo nome sia bizzarro, pensate che la strada tocca anche montagne chiamate Borra Grande e Stronzo!

Centro nevralgico dell’evento era il Cuccaro Club Hotel.

Si trova in posizione isolata, a quota 880 m ed è perfetto per i numeri di una manifestazione di questo genere, che vede una quarantina di moto al via. C’è un parcheggio adatto a carrelli e furgoni, ci sono camere quasi per tutti (e altre nei dintorni), è possibile fare un bagno nella piscina e si mangia molto bene.

Iconica 2026, un b&b da sogno

Io non sono stato ospitato lì, ma in un luogo idilliaco, nel bed & breakfast di Simone, fratello della proprietaria del Cuccaro Club: si trova in località Sarecchio, vicino a Veppo (SP).

Si tratta della casetta che vedete in foto, che ha due camere matrimoniali e un ampio salone con bar: può essere la base ideale per un soggiorno su queste montagne, che si prestano a giri stupendi su strade molto divertenti (telefono 349-0819203, Simone). Di giorno giri, la sera ti rilassi in questa casetta che si trova isolata in mezzo alla natura.

Per arrivarci c’è questa bella sterrata dal fondo scuro.

Il centauro in foto è Marco Masetti, una delle penne storiche del giornalismo motociclistico italiano.
Ho avuto la fortuna di dividere il b&b con lui.
Leggo i suoi articoli, sulle riviste tipo Motociclismo o Motosprint, da quando sono un ragazzino, dato che ha una decina di anni più di me. In questa epoca deprimente, in cui troppi giornalisti/blogger/influencer di moto non sono né competenti né appassionati, per cui scrivono i pezzi copiando e incollando le cartelle stampa oppure si affidano a Chat GPT, uno come Marco, che sa le cose e ne parla usando il proprio cervello, è una boccata di ossigeno dentro un tunnel in fiamme.

Qui siamo nel B&B e ci stiamo rilassando parlando di un argomento a caso: le motociclette.

Nello specifico, stavamo parlando di un libro che mi è stato regalato da un amico, Marco Varini, che parla della Galbusera-Marama Toyo 500, una moto che venne presentata al Salone di Milano del 1938 e che fece scalpore. Ovviamente, Masetti lo conosce: “È bellissimo, l’ho letto due volte”.

Era una moto incredibile: due tempi, 8 cilindri a V con alberi motore controrotanti, compressore volumetrico, il tutto per la mostruosa potenza… di 28 CV a 8.000 giri, per 150 km/h di velocità massima: 90 anni fa era una signora cavalleria. C’era anche una sorellina V4 da 250 cc fatta allo stesso modo, ma con metà motore.

Iconica 2026, due tempi for ever

Questa moto farebbe una figura incredibile all’Iconica, ma ha avuto una storia travagliata perché lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale ne ha tarpato le ali. Dai prototipi non si arrivò mai alla produzione, gli stabilimenti Galbusera vennero bombardati e il socio di Galbusera – Marama Toyo – morì nel 1948 durante una gara di dirt track. Leggende parlano di moto finite in Croazia, ma in effetti laggiù ne è stata trovata una (brutta) imitazione. La notizia clamorosa è che Mirco Snaidero, un artigiano friulano specializzato nella costruzione di affettatrici a volano, basandosi su quattro foto d’epoca ha realizzato, nel 2024, una replica di quella moto, addirittura funzionante.

Anche Marco Masetti, per l’Iconica, ha puntato sul ciclo a due tempi e su una moto a otto cilindri, la DKW K 125 BW, meglio nota come Militar.

Di profilo sembra una monocilindrica perché gli otto cilindri sono in linea, con una cilindrata unitaria di neanche 16 cc ma, vista di fronte, è larga un metro.
Ovviamente sto scherzando. Questa monocilindrica è il frutto della vittoria di un concorso che il Ministero della Difesa Tedesco indisse nel 1966 tra BMW, Hercules e Zündapp, per la realizzazione di una moto adatta ad essere impiegata dall’esercito. Vinse Hercules e la moto entrò in produzione nel 1970. BW sta per Bundeswehr, esercito tedesco. 123 cc, carburatore Bing da 24 mm, 12,5 CV a 7.000 giri/min, cerchi da 18″, sospensione anteriore Earles, serbatoio da 15 litri, peso dichiarato 130 kg: peccato però che la moto, dopo quell’UomoMezzo, non sia più partita, cosa già successa alla Lambretta 125 di Fabio Gervaso nella puntata precedente.
È evidente che le 125 a due tempi non reggono lo stress dell’UomoMezzo, ma va capito dov’è il problema di preciso, per un futuro più radioso anche tra le vecchie ottavo di litro.

Iconica 2026, la partenza della prima tappa

Alla partenza della prima tappa il fotografo ufficiale, Maurizio Aganetto, ha realizzato gli UomoMezzo a tutti i partecipanti: foto bellissime con uno sfondo realizzato ad hoc.

Dovendo scegliere un UomoMezzo by Aganetto tra tutti i 38, opto per la Bianchi 500M a 3 marce del 1938 che si vede sopra, per due motivi:

1) Come la Hercules di Marco, è una moto costruita per un uso militare, in questo caso per il Regio Esercito Italiano. Rispetto all’altra monocilindrica 500 4 tempi prodotta da Bianchi, la Freccia Azzurra, questa ha le valvole laterali al posto che averle in testa. I vantaggi erano tutti pratici: con le valvole laterali le moto erano più semplici da costruire, mantenere e riparare; avevano più coppia; erano più elastiche; potevano funzionare meglio con benzine povere.

2) È una 500 cc del 1938, esattamente come la Galbusera di cui parlavamo prima. Così possiamo fare un confronto con la potenza e capire perché 28 CV a 8.000 giri, per una V8 compressa a due tempi, erano tantissimi: questa ne eroga soltanto 9, a 3.200 giri. Ai giorni nostri, una 500 per uso militare erogherebbe più o meno 45 CV, quindi in proporzione una Galbusera moderna andrebbe sui 140. Beh, in realtà immagino che una 500 V8 2 tempi con compressore oggi volerebbe oltre i 200…

Alla Iconica sono ammesse anche alcune moto moderne, ma solo se “di servizio”. Ovvero quelle dei fotografi, che devono superare tutti dopo ogni sosta oppure quelle delle scope.

Le emozioni dipendono anche dal vissuto di chi guarda

Le partenze di questi eventi sono sempre emozionanti. Arrivi e guardi qua e là nella speranza di vedere qualche moto rara, qualche perla.

Male emozioni derivano, in buona parte, dal vissuto di chi guarda. Per esempio, la foto sopra. Vediamo, prime due da sinistra, una Moto Guzzi 850 T e una BMW R 65. Sono moto da strada molto diffuse negli anni ’80, quando cioè mi sono appassionato alle moto. Quindi, in un certo senso, le percepisco come familiari e mi fanno tornare indietro a un’epoca per me importante.

Poi c’è la Cagiva SX 250 di Luca Chianese.

La versione con questo colore e il freno a disco anteriore è del 1982 e, con il suo monocilindrico a due tempi, non viene considerata una pietra miliare delle moto d’epoca. Ma per me lo è, perché a quei tempi mi stavo “ingrifando” per le dual sport, che erano appena nate: il riferimento era la Yamaha XT500 e la Cagiva SX, che esisteva già a fine anni ’70, era una sua sorta di alternativa economica, nonchél’unica proposta italiana prima che arrivassero le varie Moto Morini Camel 500, SWM XN350/504 ecc.

Riguardando la foto di prima, la moto che si intravede più a destra è la Moto Guzzi Sport 15 2VT del 1934 ed è guidata da Francesco Anichini. Lui è giovane ed è uno dei superuomini che riescono a guidare queste moto con l’anticipo, il cambio a mano sul serbatoio, ecc.

In questo caso le emozioni, il percepito sono completamente diversi. Oggi solo chi ha compiuto più di cento anni era in età motociclettabile quando una moto come questa Guzzi usciva sul mercato. Io ho sessant’anni e, quando ho raggiunto l’età giusta per guidare macchine simili (nel 1984), queste erano già dei dinosauri appartenenti a ere geologiche precedenti, che non avevo vissuto e di cui non sapevo nulla. Credo che ormai tutti quelli che si presentano agli eventi d’epoca in sella a moto così datate non erano neanche nati, quando quelle uscivano dalle fabbriche. Per apprezzarle bisogna studiare e appassionarsi, ma manca la pelle d’oca per averle vissute. Ed è un peccato. La storia della Moto Guzzi è affascinante solo per come è nata, con tre giovani studenti, che si conoscono durante la Prima Guerra Mondiale in qualità di piloti di idrovolanti. Carlo Guzzi, uno di loro, aveva in testa un tipo di motocicletta che non esisteva, parecchio innovativa e convinse gli altri due a mettersi insieme per costruirla. La fecero nel 1919, si chiamava G.P. 500 (Guzzi-Parodi, perché il terzo amico, Ravelli, nel frattempo era morto) e, tra le altre cose, vantava la testa a 4 valvole.

La moto che arrivò in produzione, la Normale 500 del 1921, di valvole ne aveva due, ma quella di scarico era in testa, l’altra era laterale.

Questo perché tutta la moto era stata pensata pezzo per pezzo per la massima efficienza. Cilindro orizzontale per il massimo raffreddamento e per avere il baricentro basso. Due candele. Alesaggio maggiore della corsa. Circuito dell’olio indipendente. Cambio integrato nel blocco motore e collegato ad esso tramite ingranaggi e non catena. Lubrificazione particolarmente efficiente per rendere il motore indistruttibile, anche se bruciava un litro d’olio ogni 300 km. Volano esterno, enorme, quasi 30 cm di diametro, per il mitico minimo dove conti i pum pum al minuto. Potenza 8,5 CV a 3.200 giri al minuto, peso 130 kg, velocità massima 90 km.
La moto di Anichini, la Sport 15 2VT, è un’evoluzione di 10 anni dopo (è stata presentata nel 1931) e vanta entrambe le valvole in testa ma, sostanzialmente, rispetta gli stessi principi. Però era il modello sportivo di punta, infatti erogava 16 CV a 4.200 giri/min e aveva una velocità, secondo la brochure dell’epoca, “tra il passo d’uomo e i 120 km/h”. Quindi una sportiva degli anni Trenta erogava 16 CV e andava a 120 km/h, il che fa capire che mostro fosse la Galbusera V8 da 28 CV e 150 km/h. Ma non possiamo dimenticare che, già nel 1936, era arrivata la Vincent Rapide, che aveva un V2 da un litro di cilindrata, 44 CV a 5.200 giri/min e raggiungeva i 170 km/h!

La brochure della Moto Guzzi Sport 15 è un capolavoro, perché spiega per filo e per segno com’è fatto il motore e perché sono state fatte tutte le scelte.

Esempio: “Degna di particolare menzione è l’esistenza di un apparecchio, il quale, anche nel caso che la valvola di scarico si rompa, garantisce la perfetta incolumità del pistone. Grazie a tale dispositivo, la MOTO GUZZI possiede tutti i vantaggi delle Moto a valvole in testa avendone eliminati tutti gli inconvenienti”. Oggi i tempi sono cambiati e siamo più interessati alla connettività tra moto e smartphone, mentre di cosa c’è dentro il motore non ce ne frega niente.
Mi rendo conto che sto deragliando dall’argomento principale, che è raccontare l’Iconica, ma questo succede perché parlare delle moto d’epoca è fantastico, anche se non le conosco. Devo ringraziare Giuseppe, che ha creato un evento che mi ha fatto venire tutte queste curiosità.

Vi ho già detto che a un’Iconica mi piacerebbe partecipare con una Scott Flying Squirrel del 1926? Altro mostro: 596 cc, due tempi raffreddato ad acqua, lubrificazione separata, telaio perimetrale, 28 CV pure lei.

Basta, torno all’Iconica. Non posso non citare Raffaella Michelin, la più elegante dell’edizione 2026 insieme al marito, Valerio Citti. La cito perché ha la BMW R 25/2 del 1952, simile alla R 25/3 che avevo guidato l’anno prima: mi sono commosso.

MotoGame, ovvero la caccia al tesoro

Pochi giorni prima della partenza, Beppe ci ha mandato le tracce e poi un documento pdf dove spiegava quali erano i tre posti da scovare e fotografare. Ovvero: una croce sulla strada sterrata del Pianpintardo, che costituiva una variante hard alla traccia principale (10 punti); la nave Segesta (5 punti); e una targa che cita una visita di Alberto II Principe di Monaco a un castello della zona (5 punti).
Gli indizi erano pochi, per capire dove andare era necessario navigare in rete. Davo per scontato che i tre posti fossero sulla traccia, ma non era così. Li ho trovati, ma era necessario uscire dalla traccia. Per beccarli tutti e tre, bisognava fare un giro dell’oca e degli avanti e indietro. Conoscendo la media dei partecipanti agli eventi organizzati, ero certo che pochissimi si sarebbero sbattuti per raggiungere i tre posti.

Inizio del giro alla grande, su una stradina stretta e tortuosa, che partiva da sotto ai Casoni e, attraverso una zona montagnosa fantastica, passava per i borghetti di Fontana Fredda e Pieve. In foto Sebastiano Lodi.

Iconica 2025, Grazzano Visconti (PC). La serata in teatro, con le due storiche viaggiatrici protagoniste, è finita.

Abbiamo anche cenato, sono le 23, Grazzano è deserta. Sebastiano Lodi inforca la sua BMW R 75/5 e se ne torna a casa, piano piano, con il suo boxer che ronfa ai bassi regimi sulla stradina sterrata, in mezzo ai muri (finti) medioevali. Una scena bellissima. Sono contento che Sebastiano ci sia anche all’Iconica 2026.

Iconica 2026, un luogo straziante

Dopo Pieve abbiamo girato a sinistra ma, poco prima di Sassetta, mi ha colpito una sorta di cappelletta votiva parecchio articolata.

C’erano giocattoli dappertutto, era davvero un posto strano.

Andando in rete ho scoperto che, come peraltro era facile immaginare, c’è dietro la struggente storia di genitori che hanno perso i loro figli in tenera età e che lasciano i giocattoli non come ex-voto, ma con il significato opposto. Ma sembra che ci siano anche molti turisti che, suggestionati dalla storia, lasciano loro stessi dei giochi, anche se non hanno perso i figli. Sono quelle cose curiose che si scoprono viaggiando.

Varese Ligure

Sono andato in fuga: la mia moto era due volte e mezza più potente di una Galbusera V8, quindi potevo permettermelo. Volevo fare le foto alle moto mentre attraversavano Varese Ligure. Questo è un borgo medioevale che ha goduto di un certo sviluppo perché si trovava sul bivio tra la strada del Passo Centocroci, dal quale poi si scendeva a Parma, e quello del Bocco.

La strada sfiora il Castello dei Fieschi, proprio in centro a Varese Ligure, dove spiccano le due torri: quella del Piccinino è del 1435, mentre la Manfredo Landi è del 1472. In foto si vedono anche i due Elegantissimi, cioè Raffaella Michelin e Valerio Citti, sulle loro BMW R 25 e R 51.

Passo del Bocco, anzi, di Monte Pollano

Il Bocco (955 m) è un altro passo importante tra quelli che portano dalla Liguria a Parma, quindi aveva senso fare un’altra fuga per aspettare le moto lassù. Però, arrivandoci da Varese Ligure, avremmo dovuto scavalcare prima un altro valico, quello del Monte Pollano (1.050 m) che io personalmente trovo più intrigante del Bocco, perché attraversa una stupenda foresta di faggi. Così mi appostavo tra gli alberi, come un cecchino, pronto a sparare.

Ecco, completamente contromano, la Bianchi 500M.

Francesco Anichini con la Moto Guzzi Sport 15 con le valvole in testa. Ho notato che i giovani guidano le moto d’epoca con la stessa disinvoltura in curva che hanno con le moto attuali.

Francesco Castagnoli con la sua stupenda BMW R 65 G/S color verde militare. Era la sorellina della R 80 G/S, ma ci sono cultori che preferiscono ricavare le special da lei perché ha i cilindri meno sporgenti.

Un trio di amici composto da Zeno Benciolini, Marco Marcolini e Paolo Cattani. Ancora non lo so, ma questi tre si faranno notare.

Uh, che bella questa! Una delle moto che più mi affascinavano negli anni ’80, ma pochissimo venduta.

Sto parlando della Yamaha SRX-6 del 1985, una sportiva leggerissima ed essenziale, spinta da un mono raffreddato ad aria e con avviamento a pedale: era lo stesso della XT600, ma maggiorato a 608 cc.

Nello scendere dal Passo del Bocco mi sono divertito a pennellare le curve dietro il Galletto della Moto Guzzi, pilotato da Marcello Lucchi con uno stile impeccabile.

Il Galletto l’ho sempre trovato geniale. Un mezzo che univa la praticità dello scooter al gusto di guida della moto.

Mi sono sempre domandato come mai in seguito non abbiano fatto moto simili. C’è chi dice che l’Aprilia Scarabeo 250/500 sia la sua erede, ma procura le sensazioni di uno scooter, non bestemmiamo. Piuttosto, direi che quella che più si avvicina o, per meglio dire, che meno si allontana è la Honda X-Adv.

Quando l’Iconica va per sterrati

Mentre tallonavo il Galletto meditavo sul da farsi. A Pontestrambo, che giuro si chiama veramente così (sempre meglio che Monte Stronzo, no?) la traccia si divideva. Quella “normale”, asfaltata, tirava dritto verso Parma, scendeva fino alle porte di Bedonia, quindi invertiva la rotta e saliva verso Tarsogno, il Passo Centrocroci e via verso il mare.

Ed è stata la scelta di Luca Chianese, nonostante avesse la Cagiva da enduro.

Ma c’era la variante “hard”, sterrata, che andava diretta verso il Centocroci passando per il valico di Pianpintardo (1.120 m) e la famosa croce della prova da 10 punti. A me, chiaramente, sarebbe piaciuto fare lo sterrato, o meglio, avere delle foto delle vecchie glorie sullo sterrato. Ma chi è così scemo da andare in sterrato con moto vecchie di 90 anni? Certo, ai loro tempi di asfalto ce n’era pochissimo, ma siamo ai giorni d’oggi, in cui la maggior parte di chi compra maxi enduro ha il terrore di andare sulle strade bianche.
Ero convinto che sullo sterrato non avrei trovato nessuno, ma non ho saputo resistere e ci sono andato lo stesso. Il rischio era non riuscire a fare foto qui e non avere più il tempo di recuperare.

Ho iniziato a salire, ho trovato un punto buono, mi sono dato un tempo. Se entro un’ora non fosse arrivato nessuno, sarei ripartito. C’è scappata pure una cacca ma, dopo 20 minuti, ho sentito l’inequivocabile sound di motori boxer in avvicinamento.

Un mistone di boxer BMW di tutte le annate: un 1250 a fasatura variabile, un 600 ad aria, un 1170 ad olio. Ovvero: le due scope che scortavano la R 60/2 di Roberto Gregorelli e Tiziana Botti.

Incredibile, questi due bresciani si stavano facendo lo sterrato in coppia, su una moto da strada! Quando, ripeto, c’è gente con le enduro che ha paura a fare strade persino più facili di questa.

La presenza delle scope significava che, in teoria, questi erano gli ultimi a fare lo sterrato. Ho rischiato a salire su di qua e m’è andata bene, perché almeno una moto stavo riuscendo a fotografarla.

Va anche detto che io so, per esperienza personale, che quando una scopa ti dice “Io sono l’ultimo” raramente è vero. C’è sempre qualcuno che esce dal percorso a sua insaputa: perché sbaglia strada, perché va a fare benzina, perché si ferma al bar, perché è incuriosito da un paesino e devia per visitarlo. La scopa passa, non lo vede, pensa di essere The Last.

Ma la mia missione di avere le foto delle moto d’epoca sullo sterrato è andata a buon fine, per cui ero felice. Ogni Iconica è proprio una storia a sé!

L’altra missione era quella di farci i selfie alla croce che si trova lungo la sterrata, ma abbiamo pensato che un bell’UomoMezzo andasse bene lo stesso, anzi, di più!

La BMW R 60/2 è una pietra miliare tra i giramondo perché nel 1955, quando è entrata in produzione, era considerata la migliore moto in assoluto con la quale affrontare viaggi transcontinentali. Sospensione anteriore Earles, 30 CV a 5.800 giri, 195 kg senza benzina, serbatoio da 17 litri.

Moto da strada in sterrato

Stavamo per ripartire, quando abbiamo sentito dei suoni inconfondibili. Qualcosa tipo un vecchio boxer in compagnia di robe che facevano dei pum pum ben scanditi, tipo le Guzzi monocilindriche.

A conferma che una scopa non è mai ultima, ecco sbucare dal bosco Sebastiano Lodi con la sua R 75/5.

Lorenzo Crocetta, innamorato della sua Moto Guzzi 850 T: dice che è facile, comoda, fluida pure in sterrato.

Beppe Andreose, su Moto Guzzi Astore del 1950, addirittura guida con una mano sola per salutare.

Altra Guzzi con il cilindro orizzontale, la GTV 500 del 1949 di Paolo Franchini, anche lui in monomano salutativa.

La moto di Paolo è soprannominata La Lupa per via della pelliccia legata dietro.

Lorenzo, Beppe e Paolo, romani, amici, sono i classici veterani, super esperti, che ne hanno viste tante e godono a girare insieme. La GTV di Paolo è una fine serie di una moto che è stata prodotta dal 1934 al 1949, mentre l’Astore di Beppe è la moto che ne ha preso il posto ed è stata prodotta dal 1949 al 1953. Entrambe erogano 19 CV a 4.300 giri, ma l’Astore ha le valvole coperte, sospensioni più raffinate e un’estetica più moderna. Sono comunque eredi dei concetti della Normale del 1921, comprese le misure di alesaggio e corsa 88×82 mm.

E così io, che ho preso lo sterrato convinto che non ci avrei trovato nessuno, mi sono ritrovato a una sorta di rave party su alla Croce del Pianpintardo. Mi mangio le mani per non avere portato, con me, una cassa JBL da 900 watt e avere sparato a manetta The Bad Touch dei Bloodhound Gang. Come ho potuto non pensarci?

Il resto dello sterrato, che misurava in tutto 13 km, ce lo siamo fatti in gaio sciame. Questo è Beppe Andreose con la Guzzi Astore.

Sebastiano Lodi con la BMW R 75/5, una delle moto più usate ai raduni d’epoca perché è elegante, bella da guidare e affidabile.

L’altra BMW, la R 60/2 della coppia Gregorelli/Botti.

Lorenzo Crocetta e la Guzzi 850 T. Presentata nel 1977, si può considerare come una erede della V7 da turismo, ma con un carattere più sportivo, simile a quello della V7 Sport.

Bene! Sterrato finito, Passo Centocroci raggiunto. Eravamo diventati grandi amici, ma adesso ognuno per la sua strada.

Io comunque ero stupito: ho avuto l’ennesima prova che l’abito non fa il monaco. Avevo appena visto moto da strada, vecchie di oltre 70 anni, spararsi 13 km di sterrato a una velocità decente, senza aprirsi in due, senza sfondarsi sotto e con i loro piloti estremamente tranquilli. Beppe Andreose, tra l’altro, in discesa andava proprio forte.

Del resto nel periodo 2013-2017, ai tempi di Motociclismo All Travellers, ci eravamo fatti una certa cultura di gente che, con le moto da strada, se la cavava meglio di quelli con le maxienduro, salvo poi peggiorare quando anche loro si prendevano le enduro. Può essere che, fino a un certo livello, una sella bassa dia più sicurezza di un comparto sospensioni valido.

Lo sosteneva anche Ted Simon, che fece un giro del mondo con una stradale Triumph Tiger T100 da 500 cc e poi lo rifece con una BMW R 80 G/S preparata per i viaggi avventurosi.

Lui raccontò che in fuoristrada si trovava meglio con la Triumph, che era più bassa e leggera, nonostante la BMW permettesse di andare più forte in sterrato. A difesa della BMW va però detto che lui la prima volta partì che aveva 42 anni, la seconda 69.

La nave Segesta dell’Iconica 2026

Questa cosa della nave era difficile da capire senza informarsi un minimo. Poi è saltato fuori che c’era un ingegnere navale di nome Remo Benvenuto che, trasferitosi a Tarsogno (PR), subito al di là del Passo Centocroci, avendo nostalgia del mare e del suo lavoro si era fatto fare una casa a forma di nave, in cemento armato, una sorta di capolavoro del brutalismo e l’aveva chiamata Segesta Tigulliorum, cioè con l’antico nome di Sestri Levante.

Questo è il versante ligure del Centocroci (1.055 m) ed è quello che andava percorso per finire la tappa e tornare all’albergo di Cuccaro. Ma la nave Segesta era sull’altro versante e andava pure cercata, perché non era in traccia: tant’è che pochi partecipanti dell’Iconica ci sono andati. Da qui in poi, non ho incontrato alcun partecipante.

Ed eccola qui, la nave.

Di fronte a uno spettacolo simile, la folla si divide. C’è chi dice che è una tavanata pazzesca e vomita e chi invece dice “che figata, ci andrei a vivere”.

Tra l’altro chi l’ha progettata non ha lesinato sulla sicurezza, visto che ha dotato la casa di regolare sicaluppa di salvataggio.

Bene! Secondo selfie fatto, adesso tocca al terzo.

Il terzo selfie dell’Iconica 2026

Questo è stato il più difficile da trovare. Gli indizi dicevano che “Montecarlo deve il titolo di Principato ad un piccolo borgo della provincia di Parma” e al matrimonio tra Maria Landi (che viveva in questo borgo) ed Ercole Grimaldi di Monaco. Per cui “Alberto II, Principe di Monaco, è stato in visita, nel maestoso Castello custode delle sue antiche origini ed ha inaugurato la targa”, che dovevamo fotografare.

Era facile pensare che si trattasse di Bardi, invece ho scoperto che si trattava di Compiano (PR), che vediamo nella foto. La targa del principe Alberto andava cercata nel castello che si vede là in cima.

All’interno di Compiano, che è bellissima. C’è questa strada che sale fino al castello.

Il castello ha targhe appiccicate da tutte le parti, ma quella che serviva è questa.

La cosa assurda è che io mi sono fatto tutti e tre i selfie, pur sapendo che non sarei stato classificato, perché ho la moto moderna, o perché sono giornalista, o entrambe le cose. Perché, come disse l’arcivescovo Ethelbert Talbot, “L’importante non è vincere, ma farsi squalificare”.

Comunque, visto che c’ero e che ormai non sarei più riuscito a fare foto a nessuno, mi sono girato il castello, che è bellissimo.

Da lassù si vedono il paese di Compiano e le montagne su cui passa la strada del Centocroci.

Satu Hati

La sera, al Cuccaro Club, oltre a mangiare benissimo abbiamo anche assistito alle premiazioni di Marco Masetti, che ha eletto gli equipaggi più belli e interessanti. Marco era rilassato, simpatico, non se la tirava.

Per quanto riguarda il MotoGame, come immaginavo sono stati quattro gatti quelli che si sono sbattuti per beccare i luoghi misteriosi. Anzi, tre gatti, tutti amici tra loro: Zeno Benciolini, Marco Marcolini e Paolo Cattani. Stop. Finito. Basta.
Per quanto riguarda Marco Masetti, come raccontavamo dieci milioni di righe più sopra,la giornata motociclistica è andata male, perché la sua piccola Hercules non si è messa in moto. Ma siccome è reggiano ma vive vicino a La Spezia, è riuscito a tornare a casa e a fare un cambio di moto.

Tra le moto moderne, la sua Honda GB350S è una delle più adatte a partecipare all’Iconica: il suo mono a corsa lunga infatti eroga solo 21 CV e raggiunge la coppia massima a soli 3.000 giri, per cui è il classico cuore umano che pulsa scandendo bene i battiti, come le moto di una volta.

La scritta Satu Hati sul serbatoio è la stessa che compare sulle carene delle Honda HRC ufficiali fin dal 2010 e significa Un cuore in indonesiano. L’ha voluta Honda Indonesia e simboleggia l’unione tra pilota e moto, ma anche tra Honda e Indonesia, un Paese dove le moto vanno tantissimo.

La seconda frana dell’Iconica 2026, quella al mare

La seconda tappa misurava appena 105 km, per poter permettere a tutti di pranzare al Cuccaro Club e poi tornare a casa con calma. Si disputava nella direzione opposta alla prima, cioè verso il mare. Il suo pezzo forte avrebbe dovuto essere la strada che collega Levanto a La Spezia, sorvolando la costa, fino a superare i 500 m di quota, con viste mozzafiato sulle Cinque Terre: 30 km di goduria pura, tutti a curve, sulle Sp31 e Sp55 “dei Santuari”. Il mio piano era andare in fuga fino a trovare un punto a strapiombo sul mare e lì fotografare tutti.

Solo che, salendo da Levanto alla Colla di Gritta (330 m), ho visto questo scorcio e ho pensato che, forse, sarei riuscito a fare le foto ai primi, quindi ripartire, superarli e fare loro altre foto.

Ho quindi schierato l’artiglieria: grandangolo, normale, teleobiettivo e ho atteso, fiducioso.

Con il teleobiettivo prendevo i partecipanti mentre curvavano accanto al borghetto di Legnaro.

Con il grandangolo invece li prendevo mentre mi passavano accanto. Bella quella Moto Morini 3 1/2 color bronzo, vero? Dietro si vede Marco Masetti con la sua Satu Hati.

Passavano soltanto quindici moto, dopodiché arrivava la scopa. Possibile che in 23 avessero deciso di non partire? Boh! Tornavo in sella e, una volta superato il Passo del Termine (542 m), trovavo quello che speravo, ovvero gente ferma ad ammirare il paesaggio.

E facevano bene! Del resto, se ti metti a fare il FrettaFretta con le moto d’epoca vuol dire che sei messo male, ahahahah.

Il paese là sotto è Monterosso, ovvero il primo delle Cinque Terre. Dopodiché avremmo dovuto sorvolare Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore.

Ma diversi cartelli annunciavano l’interruzione della Sp51 dei Santuari. Sono andato avanti lo stesso, fino a trovare una sbarra. Sapevo che la strada era stata interrotta da una grossa frana caduta tra Porciana e Volastra, il 19 aprile 2025, esattamente un anno prima dell’Iconica, la cui seconda tappa si è disputatail 19 aprile 2026. Ma il 24 aprile 2025 era stata riaperta. So che è una zona soggetta a smottamenti. Comunque sia non si poteva andare avanti e sarebbe stata la parte più bella.

Avremmo visto Manarola sbucare in quel modo (la foto è del 2023 ed è stata scattata proprio dove è caduta la frana del 2025).

Questa è Riomaggiore, sempre nel 2023.

Iconica 2026, quando da un intoppo nascono meravigliose alternative

Con la parte più figa della giornata infattibile, l’Iconica andava reinterpretata. Non ho capito che fine abbiano fatto quei quindici. Ho visto una moto tornare indietro. Il gruppo che era fermo a fare le foto non è arrivato fino alla sbarra, sono spariti. Però poco prima si trova uno dei bar più panoramicamente strategici che io conosca, il Caffè Bistrot PZ. Mi ci fermo tutte le volte che ci passo, è al trivio delle strade che portano una a Vernazza, una a La Spezia e l’altra in Val di Vara.
Mentre parcheggiavo, è arrivato il trio Benciolini/Marcolini/Cattani e mi hanno offerto da bere. Su quella terrazza si sono così ritrovate le sole quattro persone che, il giorno prima, avevano raggiunto le tre località della caccia al tesoro. E non è un caso se ci siamo messi subito a consultare le mappe per trovare stradine intriganti per tornare a Cuccaro.

Se ho capito bene, Zeno Benciolini è l’esploratore del gruppo: è lui che cerca le stradine e che sprona gli altri due a seguirlo. Quelli lo prendono per il culo e gli dicono che finiranno per perdersi ma, alla fine, si fidano.

La sua BMW è una R 90/6 del ’73 ed eroga 60 CV. Il che non significa che sia la sesta serie della 900. BMW realizzava le sue moto a ondate, in cilindrate diverse, tutte assimilate dalle stesse soluzioni tecniche e dalle stesse innovazioni rispetto alle serie precedenti. Una delle novità della sesta generazione fu l’arrivo delle 900, mentre le /5 si fermavano a 750 cc. La R 90/6 aveva i carburatori Bing a depressione ed erogava 60 CV a 6.500 giri/min, ma c’era anche la R 90 S con i Dellorto che arrivava a 67 CV s 7.000 giri/min.

Anche Marco Marcolini ha una moto del 1973, solo che è tutta diversa: Yamaha XS650 II.

Questa moto è un pezzo di storia perché è stata la prima Yamaha a quattro tempi. Il motore derivava da un progetto Showa a sua volta ispirato a quello della Triumph Bonneville, ma era più moderna: albero a camme in testa al posto delle aste e bilancieri, cilindri in alluminio, carter tagliato verticalmente e trasmissione primaria a ingranaggi, al posto che a catena. 53 CV a 7.000 giri, fasatura a 360° come la Triumph. La versione II aveva il freno a disco.
A me questa moto piace parecchio, per due motivi: avendo l’albero motore composto da due pezzi, era possibile smontarlo e rimontarlo in modo che i perni di biella fossero sfalsati di 277° e 443°, cambiando il carattere del motore: praticamente un anticipo dei bicilindrici in linea che vanno di moda oggi, compreso quello della Yamaha MT-07, la Yamaha attuale più vicina alla XS. L’altro motivo è che il suo motore veniva utilizzato per creare moto da enduro e da rally.

Ho cercato in rete la XS che aveva corso una delle prime Dakar o quella che venne usata a qualche Sei Giorni, ma non le ho trovate. In compenso, c’è questa XT600Z Ténéré motorizzata XS650.

Ho trovato anche questa fantastica Krossover Customs, creata da Kacey Elkins per essere una vera moto da fuoristrada, quindi robusta e funzionale.

Il terzo del gruppo è Paolo Cattani ed è in sella a una Gilera 175 Regolarità Competizione del 1970.

Nei primi anni ’70, nell’enduro si correva con queste moto piccolissime, basse, a quattro tempi. Qui all’Iconica è chiaramente un pesce fuor d’acqua, essendo il suo habitat ideale la mulattiera, inoltre Paolo deve stare al passo delle moto da strada da oltre 50 CV dei suoi amici.

Il ritorno è avvenuto tutto per stradine strette e tortuose, divertentissime. Questa è la discesa dalla Foce di Drignana (500 m).

Qua Paolo sta scendendo da Memola alla valle di Vara.

Manzile, dove inizia la salita per il Rovereda.

Il Passo di Rovereda (411 m) è stato una vera sorpresa: montagne russe strette e asfaltate che passano accanto a pareti di roccia verticali. Nessuno di noi lo conosceva, ma la mappa prometteva bene.

Telefonata di Giuseppe Mandurino: “Dove siavolo siete? Qua la gente ha finito di mangiare e voi non siete ancora arrivati”. Caspita, ma abbiamo perso davvero così tanto tempo? Non erano neanche le 13…
Abbiamo accelerato, sentendoci in colpa come i minorenni che tornano dalla discoteca tutti fumati, alle 6 della mattina, per poi scoprire che Peppe stava scherzando: in realtà siamo stati i primi a tornare.

Gli altri sono arrivati a piccoli gruppi dopo di noi, ma si sono divertiti anche loro. Mancava Paolo Franchini: la sua Lupa lo ha lasciato a piedi.

Sabrina Apostoli, una delle presenze più originali.

Lo è perché guida una Ossa 250 Explorer del 1975, una monocilindrica due tempi che si poteva usare per fare trial agonistico, motoalpinismo, enduro esplorativo e, come si vede, anche asfalto.

Chi compra una moto moderna vuole che sia comoda, divertente, robusta. Chi si dà alle moto d’epoca non si cura troppo del comfort ed è rassegnato a restare a piedi. Davvero, è un bel mondo. Mi piacerebbe avere anche io una moto d’epoca, ma mi sto scervellando su quale.

Sabrina fa coppia con Carlo Maccarinelli, che gira con una moto che non c’azzecca nulla con la Ossa Explorer: è una Triumph Tiger T100 del 1954, capace di 32 CV a 6.500 giri/min.

Sarebbe la stessa moto che Ted Simon usò per fare il suo primo giro del mondo, solo che quella era del ’73. In quei 20 anni le T100 si era evoluta, passando da uno a due carburatori e beneficiando di un rapporto di compressione aumentato, tanto che era passata a 40 CV a 7.000 giri/min. Ma la moto di Ted era una versione base, ancora monocarburatore, da 34 CV.
La moto di Carlo ha gli scarichi così aperti che si sentono gli scoppi ben distinti nonostante la fasatura a 360° di solito produca un suono sordo e pastoso.

Sembra impossibile, ma questo articolone sta finendo. Sono tornato a Milano condividendo metà strada con le due scope, Gianni Cappelletti e Luca Buscarini.

Si è trattato di una traversata appenninica attraverso i passi Centocroci, Montevacà, Pianazze, Cerro, Pia e Caldarola, buona parte dei quali sotto il diluvio.

In tutto sono stati più di 400 km, compresa la tappa mattutina dell’Iconica, su strade tortuose e con tanto bagnato: non è un caso se tutti e tre avevamo moto moderne. La maggior parte di chi partecipa a questi eventi viene col furgone o il carrello. Sarebbe bello identificare una moto d’epoca, di carattere, che sia anche affidabile e veloce, per divertirsi pure durante i trasferimenti.

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5 risposte

  1. Grazie Mario per l’articolo lungo ma scorrevole, con tante belle foto.
    L’iconica è diventato un evento speciale da non perdere.
    Decisamente complesso è fare la scopa o la staffetta, a tutti gli obso motociclisti, se i territori attraversati sono affascinanti …ma noi c’è la mettiamo tutta!

  2. Bellissimo ed emozionante io ho partecipato alla prima edizione spero di potermi ripresentare al via alla prossima edizione con la mia XT500

  3. Quando ho letto “Quelli lo prendono per il culo e gli dicono che finiranno per perdersi ma, alla fine, si fidano.” mi sono scompisciato dal ridere, perchè è proprio così!
    Racconto bellissimo, foto stupende, trasmettono perfettamente lo spirito dell’evento e la gioia di guidare queste vecchie moto. Bello!

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