True bike stories. Not serious

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HAT LEGEND 2026: LA NOSTRA PROVA DEL PERCORSO

Manca meno di una settimana alla seconda edizione dell'evento dedicato alle enduro anni '80. Ambiente e atmosfera cambiano completamente rispetto al 2025. Due anelli, con partenza e arrivo sempre a Bobbio

Indice dei Contenuti

Non abbiamo pianificato di provare questo tracciato nel pieno della settimana più calda del 2026 (o del secolo?) ma è così che è andata. Ci siamo divertiti? Sì, parecchio, perché abbiamo provato tutte le varianti hard.

HAT Legend: ci vuole la moto giusta anche per lo scouting

Il modo migliore sarebbe stato usare una grossa bicilindrica vintage, come può essere una classica Honda Africa Twin V2 o una BMW R 80 G/S, che rappresentano la tipologia più pesante e impegnativa tra le moto ammesse al via (ovvero progettate negli anni ’80, quindi qualcuna dei ’90 va bene purché tecnicamente sia strettamente imparentata a quelle del decennio precedente).

Questa sarà una delle più interessanti al via: la replica della BMW usata da Gaston Rahier alla Baja 1000 del 1985, realizzata da Evum per conto di Donato Benetti.

Ma io la mia Africona l’ho data via. Ho chiesto al mio compare di merende, Edoardo Manara detto Edward Mani di Moto, se lui fosse in possesso di una qualche enduro anni ’80 e lui ha risposto: “Sì, ho una Yamaha TT600 59X”. Bene, ottima. Certo, sarebbe stata meglio una bicilindrica per vedere come se la sarebbe cavata nei tratti hard, ma per le foto la vecchia TT “giapponese” andava benissimo: non potevamo permetterci di fotografare una moto moderna allo scouting di un evento vintage, giusto?

Due pagliacci alla HAT Legend

Ma, all’appuntamento, Mani di Moto si presentava con una (relativamente) modernissima KTM 690 Enduro del 2008.

“Ti ho detto che la TT600 ce l’avevo, ma non è assicurata e non la uso da anni” spiegava il maramaldo. Il suo ragionamento non faceva una piega: io gli avevo chiesto esplicitamente solo se ce l’avesse, non se fosse disposto a usarla.
A questo punto, tutto l’onere di usare una moto anni ’80 ricadeva sulle mie spalle.

Ma una moto di 40 anni fa non ce l’ho, quindi anche io dovevo fare il pagliaccio e venire con una moderna, sia pure parecchio vissuta.

La Yamaha Ténéré 700 e la KTM 690 Enduro sono simili in alcune cose (cilindrata e potenza massima) e completamente diverse in altre (erogazione, peso – 50 kg di differenza a favore dell’austriaca – affidabilità) ma hanno un bacino di utenti simile, ovvero persone che vorrebbero fare tutto con la stessa moto ma non sanno se sbilanciarsi così tanto verso il fuoristrada con la KTM o privilegiare la possibilità di macinare km con la T7.
In ogni caso, moderna o vintage che fosse, la mia aveva la stazza giusta per capire se una moto grossa potesse fare i pezzi hard della HAT Legend 2026. Coloro che hanno disegnato e provato il percorso, infatti, hanno usato moto leggere, come giusto quando lo provi per la prima volta e non sai in che guai potresti andare a cacciarti.
Esplorare significa che vai in una zona che non conosci e la percorri in lungo e in largo, in preda alla curiosità. Invece con il termine inglese scouting, che non mi pare abbia un corrispettivo altrettanto breve ed efficace in italiano, si intende quando vai a provare un percorso che hai già in testa, per verificarne la fattività, spesso in vista di un evento. Io non ho fatto lo scouting della HAT Legend, lo hanno fatto altri, ma serviva provare il tracciato con una maxienduro. Quindi questo articolo non racconta esattamente com’è il percorso, ma com’è andata la prova del medesimo.

Bobbio, l’ombelico della HAT Legend

A differenza che nel 2025, la Legend del 2026 farà perno su una sola località, per rendere molto più comoda la logistica. Abbiamo quindi un anello di circa 130 km al sabato, una grande festa alla sera (con le moto vintage protagoniste) e un anello di circa 120 km la domenica, scorrazzando nelle valli del Piacentino (Trebbia, Luretta, Nure), zona considerata uno dei templi dell’enduro agonistico (è qui che si svolse una gara di regolarità talmente dura che il solo Alessandro Gritti riuscì a finirla).
Bobbio è un meraviglioso borgo medioevale, che si trova sulle rive del fiume Trebbia.

Di questa foto del 2024 vado molto fiero, perché ero in aereo tra Catania e Milano, ho guardato di sotto e ho riconosciuto al volo Bobbio, con il suo misterioso Ponte Gobbo dalle 11 arcate irregolari.

Nel 2023, Suzuki organizzò una prova della GSX-S1000GT dove ottenne il permesso di farci passare proprio sul Ponte Gobbo.

L’abbazia di San Colombano era, durante il Medio Evo, uno dei centri monastici più importanti del cristianesimo e vi sono stati custoditi alcuni tra i manoscritti più antichi tra quelli in lingua latina. La cena del sabato si terrà proprio sotto quei portici.

Anche se siamo rozzi enduristi, sarebbe un peccato non entrare nell’abbazia e visitarla, specie se vi piacciono i bassorilievi medioevali simili ai fumetti.

Anche i mosaici sono deliziosi: illustrano la vita agreste mese per mese, con tanto di animali prima nutriti e poi sgozzati.

Dal punto di vista culinario, la Val Trebbia è nota per i pisarei e faśö (gnocchetti di farina con i fagioli), ma io preferisco i maccheroni alla Bobbiese, fatti con i ferri da calza e conditi con lo stracotto di manzo.

La HAT Legend inizia verso il Brallo

Potreste obiettare che Bobbio sta sotto il passo del Penice e non sotto quello del Brallo. Ma esiste una stradina asfaltata, in salita, strettissima che, dalla cittadina, permette di raggiungere il Brallo. La Legend ne percorre un pezzo fino a quota 660 m, poi prende il divertente sterrato che scende a Brugnello.

Percorrendo la Val Trebbia, Brugnello si nota perché la sua chiesa spicca in cima a una montagna, al centro di un’ansa del fiume.

Brugnello è un minuscolo borgo medioevale, con le casette in pietra e la tranquillità assoluta. In moto dobbiamo passare pianissimo, per non disturbare.

Rallentate, anche perché all’ingresso del paese si gode questa vista meravigliosa sul fiume Trebbia.

Dovete portare un cannocchiale, perché quella là sotto è la spiaggia naturista, così potete gustarvi le persone ignude (è una battuta, non denunciatemi per incitamento al voyeurismo).

La HAT Legend dopo la Trebbia

Da Brugnello si scende su asfalto al fiume, lo si passa e Inizia una parte molto fresca, tutta nei boschi, in cui bisogna scegliere tra sezioni hard sterrate o soft asfaltate.

Per “hard” non si intendono le mulattiere viscide e a gradini delle cavalcate per monocilindriche, ma tratti che richiedono un minimo di esperienza in fuoristrada. Il primo hard, ad esempio, presenta una salita con delle placche di roccia, lunga una ventina di metri.

Il secondo hard presenta un guado che, in primavera, all’epoca dello scouting, era pieno d’acqua e con una certa corrente, quindi aveva un way point di pericolo. Ma adesso è quasi in secca. Però c’è una salita ripida e smossa dopo una curva a destra che richiede decisione.

I calanchi della HAT Legend

Sono un passaggio bellissimo, leggendario, che personalmente ho scoperto negli anni ’90, quando dei tipi con le Honda XR250 mi ci portarono. Ci si arriva con uno sterrato normale, nel bosco, in salita. Non ci si aspetta di stare finendo in cima a dune d’argilla piuttosto spettacolari.

Occhio a questo bivio: a sinistra fai uno sterrato ed eviti il pezzo hard, ma sarebbe un peccato.

Andando a destra, si sale ancora, ma la navigazione richiede attenzione, perché si deve prendere un sentiero a sinistra poco visibile.

A questo punto ti ritrovi nel canalone di Madesimo della HAT Legend. In foto non si capisce, ma la discesa è ripida e friabile. Conviene stare a destra, perché a sinistra ci sono gradini belli alti, dove la mia T7 ha spanciato.

In realtà esiste anche un super hard, che è la cresta alle spalle di Mani di Moto. Ma quello non è nella traccia della Legend, tranquilli.

Con la sgrandangolata si vede tutta la pista da sci, ma a destra c’è anche la sterrata che aggira questa meraviglia.

Dopo i calanchi si riprende a viaggiare dentro i boschi. Salite, discese, un altro tratto hard con una discesa molto sassosa. Ogni tanto si passa per qualche minuscolo paesino.

Questo si chiama Costa Rodi.

Dopo 63 km si arriva a un ristorante posto sulla strada che porta da Travo al Passo della Caldarola. Si chiama Trattoria i Pastori, ci si mangia piuttosto bene ed è qui che si terrà il pranzo della HAT Legend.

Subito dopo pranzo, sotto i Pastori c’è un bel sentierino nel bosco, che porta verso la Trebbia.

Ma il giorno della prova il sentiero era interrotto da un albero caduto durante uno degli ultimi temporali.

Enduristi del posto hanno realizzato una rampa in pietra per passare di là ma, nel caso di un evento di massa come la HAT Legend, i casi sono due: o si riesce a togliere l’albero, o si elimina questo sentiero dalla traccia.

Il pezzo più difficile della HAT Legend

Si prende un’altra strada asfaltata per salire alla Caldarola (questo bellissimo passo ha diverse varianti per raggiungerlo e questa passa per il paese di Brodo) ma è possibile prendere una variante che Matteo Di Benedetto, uno dei tracciatori, mi ha descritto come il più difficile di tutta la manifestazione: un rampone lungo un chilometro, con tratti al 30% e fondo molto scassato. Avendolo lui provato con un 450 da enduro specialistico, ho pensato che per la mia T7 fosse troppo, ma poi lo so come sono fatto, ci provo lo stesso.

Eccolo qua. Si tratta si una pietraia di sassi smossi alternati a fissi: è un tipo di fondo che odio, ma non l’ho trovato così difficile. A destra si vede la Pietra Parcellara, una montagna stranissima.

Il fatto che uno con la 450 specialistica l’abbia trovato molto difficile e uno con la maxienduro impegnativo ma neanche tanto farebbe pensare che qualcuno lo abbia messo a posto, tra il suo scouting e la mia uscita.
Dopo questo, il numero di tratti alternativi difficili crolla: ce n’è solo uno.

La mia parte preferita della HAT Legend

I 57 km che seguono dopo l’hard della foto sopra sono i miei preferiti e si sviluppano sulle montagne/colline a nord della Trebbia, su una cresta chiamata Costa di Bulla e in una valle chiamata Luretta. Sono i miei preferiti per i paesaggi, molto agresti e riposanti e per il fatto che spesso si guida sulle creste delle colline.

Questo punto mi piace molto: è una frana sotto il paese di Brodo, da cui si vede bene la Val Trebbia.

Si arriva sulla Caldarola, ai piedi della Pietra Parcellara.

Ne avevo parlato nell’articolo Bettola Surprise, dove scrivevo che montagne di quel tipo sono ofioliti, cioè due pezzi di fondale marino schizzati verso l’alto: una cosa successa molti anni fa, ancora prima degli anni ’70. La causa sarebbe stata una spaventosa eruzione vulcanica avvenuta in fondo al mare 250.000.000 di anni fa, capace di portare ad altezze stratosferiche parti del fondale roccioso. In particolare, la Parcellara è roccia magmatica carica di ferro che, col passare del tempo, è ossidato, per questo è rossiccia e sembra una montagna arrugginita. Resiste all’erosione in mezzo a un mare di colline fatte di argilla appiccicosa”.

Poco prima di arrivare al passo, però, a Scarniago si prende la sterrata che porta sul Monte Bugo e sulla Costa di Bulla, sempre con la Parcellara in bella vista.

La mia idea – perdonate la sfrontatezza – è fermare qui i partecipanti, tipo Forche Caudine, per scattare loro la foto UomoMezzo. Non è figo, come posto?

Costa di Bulla: sterratone facile di cresta, da godersi su una vecchia monocilindrica che fa pum pum o una gloriosa bicilindrica dall’incedere solenne.

Il passaggio dentro Valenzago, nel corso dell’ultimo tratto hard della prima tappa.

Non ricordo che difficoltà ci fosse. Mi stavo divertendo molto a guidare. Più che difficile era una roba tecnica, nel senso che non lasci scorrere la moto, ma devi interpretare il tracciato e scegliere dove mettere le ruote: per quello è divertente.

In planata su Casa Lunga.

La seconda tappa della HAT Legend

Dopo 128 km è finita la prima tappa. All’evento è previsto che ci sia abbastanza tempo, prima della cena, per andare in piazza a Bobbio ad ammirare le moto storiche e sentire i racconti dei proprietari.
Ma nel nostro caso stavamo provando il percorso, per cui come abbiamo finito la prima tappa siamo ripartiti per la seconda, lunga 116 km, anche se faceva così caldo che avremmo preferito andare in una gelateria.
Inizia come una lunga traversata dalla Valle Trebbia alla Val di Nure, con un breve tratto in comune con la prima tappa, all’altezza di Costa Rodi. Ma da qui le due tracce si separano e la seconda tappa scende a Villanova Chiesa. Gli scouter mi hanno dato tre tracce: una è la variante facile asfaltata, una è una sterrata facile e l’altra è una variante difficile.

La sterrata facile, erbosa, finisce dritta dentro un bosco fittissimo. Non si avanza neanche a piedi.

Ma siamo esattamente sulla traccia e Matteo non l’ha disegnata a tavolino: è una traccia “bava di lumaca”, l’ha registrata passando di qua. Papabile spiegazione: qualche mese fa di qua si passava, poi sono cresciute le piante. O ce le hanno messe. O la traccia è un essere vivente e si è spostata per farci uno scherzo.
Allora abbiamo preso la variante hard, ma è parecchio hard. Una discesa ripida, ricoperta di palle da tennis di pietra, in cui la mia T7 sembra pesare 600 kg.
Ci sono i rami fittissimi di un albero molto inclinato, che occupano metà “carreggiata”. Per cui dico alla mia moto pesante 600 kg di passare a destra.

Uhm, ci sono situazioni in cui non è dicendo a una Ténéré di andare a destra che quella andrà a destra.

Sono così finito in mezzo ai rami, aumentando la fatica e il caldo di una giornataccia. Credo che arrivato a Costa Rodi farò l’asfalto, alla data fatidica.
Al telefono, Matteo mi ha detto che non gli risulta che quel pezzo sia così difficile, tanto che quelli di Enduro Repubblic se lo farebbero in salita, durante i loro tour. Devo fare loro i complimenti, allora.

Contrasti

Dopo Villanova Chiesa il percorso si fa scorrevole e divertente. Si macinano chilometri senza problemi. Si supera Bellito Pradello e si infila lo sterrato che passa davanti all’agriturismo Gusai, gestito da due fratelli sardi sui quali circolano leggende in merito all’abbondanza delle porzioni dei loro piatti. Siamo stanchi, affamati, assetati, accaldati. “Mario, fermiamoci al Gusai”. “No, Edoardo. Non ne usciremmo più”. Mi sento come Ulisse che cerca di resistere al canto delle sirene. Quanti, alla HAT Legend, finiranno la loro corsa qui dentro?
Lo sterrato si arrampica sul Passo della Pia (788 m), che io amo perché è un posto isolato, intimo, dove non passa nessuno.

A novembre ero passato di qua da solo, con la neve, al tramonto ed era stato un momento di serenità e felicità assolute. Adesso fa un caldo pazzesco. Mi piace vivere lo stesso posto con contrasti così forti.

Dopo la Pia tocca al valico asfaltato del Cerro (750 m) e scendiamo a Bettola, che si trova in Val Nure e che io lego, nei miei ricordi, sempre a soste mangerecce e accoglienti durante i giri in moto o bicicletta. Pizzerie estive, cioccolate calde invernali. Non resistiamo e ci piazziamo nello strategico Bar Centrale: bibite, gelati, per poi fare il pieno di acqua gelata alla fontana pubblica.
In realtà, alla HAT Legend questa sarà la parte iniziale della tappa della domenica, per cui la gente non sarà così affamata e assetata: il ristoro è previsto a Grazzano Visconti, che dista ancora 38 km di sterrati da Bettola. Questi sono tutti sulla destra orografica della valle del Nure, mentre noi finora siamo stati sulla sinistra.

Prato Maiano!

Siamo passati di qui nel marzo del 2024 quando Honda, per far provare alla stampa la CRF1000L Africa Twin ES (quella con le sospensioni elettroniche), anziché portarci nella solita Spagna ha deciso di farci fare una verace, ruspante uscita enduristica, dove faceva freddo, c’era fango e si mangiava nelle trattorie. Fantastico!

In cresta dalle parti di Rossoreggio, a vista della valle del fiume Riglio, sempre nel Piacentino.

Cravarezza. Un prato andato in acido.

Sterratone veloce in discesa fino al Castello di Folignano. Là in fondo si vede la Pianura Padana, verso Piacenza.

Matteo, nello spiegarmi il percorso, mi aveva raccontato che in primavera, quando lo ha verificato, il fiume Nure era pieno d’acqua, inguadabile. “Prova a vedere com’è messo, adesso”.

Beh, adesso è fattibilissimo.

Siamo così arrivati a Vigolzone, che è un paese subito a sud di Grazzano Visconti. Qui è previsto il pranzo del giro di boa della Legend, prima di tornare a Bobbio. Fino a qui sono 74 km. Poi, con la pancia piena, bisognerà farne altri 42.

C’è questa collaborazione tra la HAT ed Enduro Republic, per cui il pranzo avverrà nel loro bistrot. Qui vediamo Mani di Moto bussare invano alla loro porta: sono appena andati via, rassegnati.

Grazzano Visconti sembra un borgo medioevale e in questa foto, che abbiamo scattato alle 19, senza la gente, ha un aspetto delizioso.

Qui si trova un castello veramente di origine medioevale, che è stato sempre oggetto di conquiste e contese, tanto da venire raso al suolo e ricostruito più volte. Ai primi del XX Secolo era conciato male ed è finito nelle mani di Giuseppe Visconti di Modrone, che non solo lo ha fatto restaurare, ma ha anche trasformato il borgo rurale adiacente in un villaggio in stile gotico/rinascimentale. Da una parte è una tamarrata kitsch, dall’altra un luogo davvero piacevole e antico comunque di 120 anni, che però nei week end si riempie di troppi turisti. Nonostante questo, sarà fantastico come punto ristoro della HAT Legend.

I 42 km per tornare a Bobbio ci sono piaciuti molto. Facili, scorrevoli, ma con scorci agresti commoventi.

C’è anche un tratto per sentieri, tanto per stare al fresco.

Dunque, questo è il percorso della HAT Legend 2026. Più bucolico e campagnolo di quello 2025, che aveva prediletto l’alta montagna, intendendo per essa quella oltre i 1.800 m. Sarà un’esperienza completamente diversa. Termine iscrizioni il 6 luglio, prima tappa l’11 luglio, festa a Bobbio l’11 sera, seconda tappa il 12.

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4 risposte

  1. Gli assenti hanno sempre torto, faccio ammenda ma troppe coincidenze negative mi hanno impedito di partecipare, peccato avevo tutto o quasi, sicuramente la dr600. Boh finirà sto periodo negativo.
    Massimo

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