True bike stories. Not serious

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Dakar 2026: il pilota spagnolo Shareina alla tappa 4.
Dakar 2026: il pilota spagnolo Shareina alla tappa 4.

DAKAR 2026, TAPPA 3: LA SPAGNA SCALPITA

Sono 11 anni che uno spagnolo non vince la Dakar e c'è un pilota che potrebbe interrompere la tradizione: Tosha Shareina, che ha vinto la IV giornata nonostante una caduta spaventosa

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Certi campioni sono facili da mettere a fuoco. Edgar Canet è chiaramente un fenomeno, lo si è capito fin dal primo momento che ha messo piede alla Dakar. Ha solo 20 anni ed è già al top. Anche Daniel Sanders è fortissimo e lo si era capito già al debutto (2021) ma, per esplodere, ci ha messo diversi anni dove ha accumulato esperienza (e infortuni): adesso ha già 32 anni ed è alla sua sesta Dakar.
Ma Tosha Shareina? Certo, il fatto che uno spagnolo abbia, di tedesco, sia il nome sia il cognome lo rende atipico, ma lui non aveva una folgorante carriera alle spalle, quando è arrivato alla Dakar. Era un pilota privato che aveva corso con mille sacrifici, essendo cresciuto in una famiglia modesta. Ha corso la Dakar 2021 da privato, classificandosi 13° ma ha saltato la 2022 per mancanza di fondi. Nel 2023 è tornato, sempre da privato e si è piazzato ancora 13°. Quindi bravo ma non fenomenale. Solo che Honda lo ha preso e ne ha fatto un pilota ufficiale, nel 2024. Don Abbondio avrebbe detto: “Shareina, chi è costui?”. Tosha ha subito vinto una tappa, poi s’è fatto male. Un anno fa è tornato, di nuovo come pilota ufficiale Honda e si è classificato al secondo posto, quindi Honda ci ha visto giusto.

11 anni di astinenza

Adesso, gli spagnoli puntano su di lui per tornare in vetta alla Dakar, cosa che in Spagna non succede da ben 11 anni, quando Marc Coma vinse l’edizione del 2015. Nelle 10 edizioni successive la vittoria è andata per tre volte all’Australia, per due ad Argentina/Gran Bretagna/USA, per una ad Austria/Italia. In tutto fanno 11 vittorie in 10 edizioni, infatti una è palesemente falsa. Purtroppo.
Comunque, Shareina oggi ha vinto l’ennesima tappa ad anello e s’è portato in seconda posizione della generale.
La cosa incredibile è che c’era un punto in cui diversi piloti hanno fatto delle cadute spaventose, simili a quelle che si fanno in mountain-bike: un rettilineo sabbioso tra gli alberi nascondeva un qualcosa tale per cui la moto, a tutta velocità, si ribaltava in avanti, spiaccicando a terra il pilota davanti a sé. Il veterano Svitko è finito in ospedale, Cornejo è ripartito rincoglionito e Shareina, che apparentemente avrebbe preso una botta spaventosa e ha pure sfiorato un albero, s’è rialzato al volo, ha raddrizzato la ruota anteriore con un calcio ed è ripartito come se nulla fosse, andando a vincere la tappa. Sono quelle cadute in cui variabili infinitesimali possono fare la differenza tra il “non mi sono fatto nulla” e la tragedia.

Ebster, che a 26 anni sembrava un dakariano anni ’80

Tobias è uno dei nostri preferiti. Austriaco, è nipote di Heinz Kinigadner, che ha vinto il Mondiale di cross (classe 250) nel 1984 e nel 1985. Nel 2024 ha fatto il suo debutto alla Dakar, a 26 anni, correndo nella Original by Motul (dove non hai assistenza, devi cavartela da solo e guai se qualcuno ti aiuta). Non solo ha vinto quella classe, ma s’è anche piazzato al ventesimo posto assoluto, mostrando uno stile di guida stupendo, molto fluido ed elegante. Così è stato ingaggiato da un team satellite KTM e nel 2025 è arrivato nono. Per il 2026 c’è stato il salto da pilota ufficiale nel team Hero (marchio indiano, moto tedesca costruita dalla Speedbrain) ma la quarta giornata gli è stata fatale. Nelle immagini tv si vede lui che, in un tratto veloce, rallenta fino a cadere quasi da fermo. Non si capisce perché cada e non ci si aspetta che si sia rotto un polso, ma quest’anno le cose vanno così. Peccato.

Il figlio di Johnny

Honda quest’anno corre con due team (per coprire le categorie Rally1 e Rally2) e siamo incuriositi dalla presenza di Preston Campbell, che non è giovanissimo per essere un debuttante nel mondo dei rally (ha 26 anni). Ma ha un padre ingombrante: Johnny Campbell, che ha vinto 11 volte la Baja 1000. Il Dio delle sabbie americane ha corso una sola Dakar, ma ce lo ricordiamo perché aveva una Honda XR650R di serie, preparata da Dall’Ara ed equipaggiata col kit Acerbis composto da due serbatoi: quello davanti da 22 l e uno che si metteva al posto della sella, da 14 (ci si sedeva sopra). Johnny, senza esperienza e con una moto privatissima, arrivò ottavo assoluto. Suo figlio non ha mai corso un rally fino a quest’anno, ha debuttato al Sonora, lo ha vinto e adesso è qui, quattordicesimo nella generale.

Da 1600 km a 300

Come dicevamo ieri, la Dakar moderna è molto meno viaggio di quelle antiche. Uno dei modi per rendersene conto è guardare di quanto si sono allontanati, dopo 4 giorni, i piloti del 2026 rispetto a quelli del 1985 (abbiamo scelto questa annata a caso, l’importante è che fosse negli anni ’80). Quella volta là, in quattro giornate si spostavano tipo da Algeri a Tamanrasset, che distano 1.600 km in linea d’aria. Quest’anno, alla fine della quarta giornata sono ad AlUla, a 280 km da Yanbu, ovvero da dove sono partiti. Finora sono state fatte tre tappe ad anello (una era il prologo) ed una in linea e questo spiega perché, in 4 giorni, si sono spostati di una distanza che si coprirebbe in meno di tre ore su una Fiat Panda.
Questa cosa di convertire un percorso in linea in uno ad anello o a margherita è un classico degli eventi adventouring: diverse manifestazioni sono cambiate in tale senso, come la Harditaroad Trento-Trieste o la 1000 Sassi. Questo succede perché rende la vita più facile dal punto di vista logistico: alla Dakar, l’immensa carovana di veicoli al seguito resta ferma e l’accampamento non va smontato e rimontato ogni giorno. Non c’è paragone, gli anelli rendono la vita più facile. Il paradosso però è che questa gara appartiene alla categoria degli eventi concepiti per far soffrire i piloti. Se li fai soffrire di meno loro sono contenti, ma un po’ di Poesia se ne va. Sarebbe come andare all’Elefantentreffen senza la neve, no?
Esagerando, sarebbe come se al posto di scalare l’Everest si stesse dentro una palestra-freezer, con una parete alta 100 m da scalare 88 volte: per chi ci prova sarebbe comunque uno sforzo immane, ma non sarebbe la stessa cosa. Ecco, il nostro timore è che la Dakar stia andando in quella direzione.

Non farò mai più la Dakar

I piloti, infatti, si fanno un culo pazzesco, su quello non si discute. Uno dei termometri per capire l’evoluzione della gara sono le dichiarazioni di Cesare Zacchetti che un anno fa, alla fine della sua settima Dakar, aveva detto: “È sempre più dura, quest’anno sembrava tutta una mulattiera da prima e seconda, troppa fatica, non la farò mai più”. In questo è stato molto anni ’80: i piloti arrivavano stremati, dicevano “mai più” e un anno dopo tornavano. Infatti, oggi Zacchetti è 69° nella generale. Lui ha 57 anni, ha già corso 8 Dakar, arriva quasi sempre, non se la tira, sembra sempre stralunato ma sa quello che fa e corre pure nella classe Original: è una leggenda.

Lucci e Montanari i migliori italiani

Il migliore dei nostri è Paolo Lucci, che è 18° nella generale. Lui di solito si piazza intorno ai primi 20. Se alla Dakar non fai cazzate e non hai sfighe e arrivi sempre tra i primi venti, alla fine entri nella top ten, occhio! Il discorso vale anche per Tommaso Montanari, che è 25°.
Sembra che i pochi italiani siano ancora tutti in gara, con Internò 42°, Gava 52° e Riva 88°. C’è stata una fuga dalla Kove e quest’anno la guida il solo Gava, trentenne che arriva dalla downhill, guida benissimo ed è al debutto. Internò sta correndo come un vero privato anni ’80, con i ricambi e i bagagli stivati nelle borse laterali, nel sottosella, dentro il paramotore e dietro la torretta.

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