
Come succedeva anche nelle Dakar di una volta, in Marocco ci sono più pietre che sabbia (foto Alessio Corradini, Rally Cool).
Finora, su cinque tappe, ci sono stati cinque vincitori diversi. Maltempo ha vinto la prima, Botturi la seconda, Marini la terza, Cerutti la quarta e Gallas la quinta. Tra quelle cronometrate, questa è la prima dove a vincere non è un italiano e anche quella dove chi vince la tappa non va in testa alla generale.
Rispetto a un anno fa, le cose sono cambiate tantissimo. Nel 2025 Alessandro Botturi e Jacopo Cerutti, con le loro bicilindriche Yamaha e Aprilia, gareggiavano per i fatti loro. Facevano quasi sempre primo e secondo. Quello che vinceva oggi arrivava secondo domani, sembrava che nessuno fosse in grado di inserirsi nel loro duello. A rendere la corsa vivace ci sono stati gli attacchi di diarrea e la febbre alta che hanno colpito prima uno poi l’altro. Poi sembrava che Botturi avesse preso un vantaggio decisivo, ma Cerutti riuscì a fare una rimonta mostruosa. Avrebbe comunque perso se Alessandro non fosse finito sopra una rete che gli si è impigliata nella ruota, a pochi km dalla vittoria finale.

Certo, “non è mai finita finché non è finita”, ma Jacopo, nel 2025, era partito per l’ultima tappa senza troppe speranze di vincere la AER (foto Corradini).

Quest’anno il livello s’è alzato. Uno come lui, se parte per primo come in Tappa Cinque, non viene ripreso solo da Botturi come un anno fa, ma da altri sei (foto Corradini).

Sul fatto che i due siano in sella a bicilindriche e siano penalizzati dal peso diremmo che le prestazioni di Gallas smentiscono questo ragionamento. Anche se si tratta di uno che usa la “vaccona” come se fosse una moto da trial (foto Flore Layole, Rally Cool).
120 di media non li facciamo neanche in autostrada
Il fatto è che quella di oggi, che portava a Dakhla, con circa 400 km di speciale e poco meno di trasferimento, era una tappa velocissima, che il tedesco ha vinto a quasi 120 km/h di media. Ma secondo e terzo, con distacchi minimi (un minuto e mezzo e due minuti e mezzo) sono arrivati Jean-Loup Lepan e Thomas Marini, in sella a monocilindriche. Non ha senso. È vero che per tutte le moto c’è il limite di velocità di 150 km/h, ma le bicilindriche nelle piste veloci ci arrivano prima e sono pure più stabili. Lo sono ancora di più in condizioni di forte vento, come oggi. Per cui Lepan e Marini sono stati bravissimi a tenere quelle velocità con delle piccole 450 cc.
Ci domandiamo spesso come andrebbe, alla AER, la vecchia KTM 690 Rally, ma nessuno tra i top rider la usa: è uscita di scena 15 anni fa, quindi immaginiamo che sia molto più pesante e meno maneggevole rispetto alle 450 di ultima generazione.

Jean Loup alla Dakar lottava per vincere la classe Rally2, qua invece è davanti a tutti: è dal 2023 che non si vede un mono in testa alla AER (foto Alexis Blondel).

Una cosa che non sapevamo: Thomas Marini è un ex allievo di Paolo Massari, il professore che insegna a fare le moto da rally.
È una storia da riviera romagnola, la Terra dei Mutor: Paolo, che è un endurista sfegatato, insegna al Leon Battista Alberti, un IPSIA (Istituto professionale statale per l’industria e l’artigianato) di Rimini in cui anche il preside ha le moto nel sangue. Visto che doveva insegnare a costruire qualcosa, tanto valeva che fossero delle moto da rally, no? La foto sopra l’abbiamo scattata nel 2010, quando siamo andati a fare un servizio nella sua classe e Thomas Marini aveva 9 anni. Tra i suoi alunni c’è anche Jacopo Azzolini, uno degli organizzatori della Malle Mutor. Gli alunni che abbiamo conosciuto nel 2010 si sono esercitati nel preparare la Rieju-Yamaha con cui Filippo Ciotti ha partecipato alla Dakar 2012, giù in Sud America.

La partecipazione di Filippo fu leggendaria, perché Stephane Peterhansel se lo trovò davanti in un guado ed essendo in piena prova speciale non rallentò, per cui lo colpì e lo fece cascare in acqua (foto dell’immenso Petr Lusk).
Non lo fece con cattiveria: aveva il cervello spento perché stava lottando per vincere la sua decima Dakar (e la vinse) ma per Ciotti quella roba fu devastante, perché l’acqua era ghiacciata e la moto affogò nel fiume. Tra il tirarla fuori e farla ripartire passarono le ore e Filippo arrivò a fine tappa di notte, congelato e incazzato come un gorilla. Peterhansel, che era conscio di averla fatta grossa, lo aspettava all’ingresso del bivacco, col capo coperto di cenere. Ciotti non lo uccise ma, sulle prime, come lo vide, ecco, insomma…
Ma basta divagare con le vecchie Dakar, parliamo del povero Botturi.

Alessandro Botturi, che oggi partiva molto indietro, ha fatto sorpassi su sorpassi, alla faccia della polvere e s’è piazzato quarto (foto Corradini).
Cerutti, come dicevamo, è arrivato solo settimo e ha perso la leadership. Anche perché era la stessa tappa dell’anno scorso, piena di trappole di navigazione e lui ha guidato con circospezione. In ogni caso, se dovesse vincere anche quest’anno, sarà un’impresa più tosta rispetto alle due precedenti. Ricapitolando: Lepan è primo, con appena 25 secondi su Gallas e un minuto su Marini, quindi diremmo che i primi tre sono appiccicati. Beh, dai, anche i due minuti e mezzo di Cerutti che è quarto rendono la gara apertissima, al giro di boa di Dakhla.
Quinto è Gautier Paulin, che è a oltre undici minuti. Stiamo sempre aspettando la sua prima vittoria di tappa.
Sesto c’è Antonio Maio, ma stiamo già parlando di 36 minuti di svantaggio.

Ma in Marocco ci sono i dolmen? Il tipo là dietro è il tedesco Mike Wiedemann, un altro assistito da Yamaha, che quatto quatto occupa la settima piazza, a 38 minuti da Lepan (foto Flore Layole).

Dietro di lui c’è Marco Menichini, che sembrerebbe stare divertendosi a questa AER (foto Flore Layole). Però ha già un’ora di distacco e sente il fiato sul collo, dietro di lui, di Botturi che è a un’ora e sette minuti.
Italiani
Stefano Dogliotti (22°) e Sebastiano Antonello (24°), entrambi sulle Kove e staccati di oltre tre ore dalla vetta, sono i migliori privati italiani, ma c’è un problema.

Già, Sebastiano ha smesso di fare le rizze davanti al fotografo.
Fabio Lottero ed Andrea Vignone sono nella top 30, con distacchi sulle 4 ore.

Matteo Bottino ieri ha subito un problema di moda alla Dakar: ha stracciato la gomma ed ha proseguito col copertone tenuto fermo con le fascette, arrivando 57°. Oggi però è stato splendido 13°. Per cui ora è 36°, con quattro ore e mezza da recuperare (foto Matteo Longobardi, Rally Cool).
Francesco Montanari, dopo il disastro di ieri dentro il cespuglio, è ripartito ed è arrivato 20°, una posizione non troppo esaltante per uno come lui. Ma se già un Botturi, che è nono, ha ammesso che questa mattina era poco motivato, figuriamoci Cecco che, adesso, è 53° con otto ore di distacco… Tra la 59° e la 62° posizione c’è un trio, a circa otto ore e mezza dalla vetta, composto dai Bettini Padre-Figlio e da Massimo Ferrari.

Tra l’altro Mirco Bettini s’è accollato l’onere di impennare davanti al fotografo, visto che Antonello non lo ha fatto (foto Corradini).
In classifica vediamo ancora Giuseppe Dal Pozzo, che ha ripreso il via dopo i problemi di ieri, mentre Carmelo Palmer non risulta avere partecipato alla tappa di oggi.
Dakhla, che Posto
La città ha 100.000 abitanti ed è degna sede del giorno di riposo perché si trova in cima a una penisola desertica lunga 40 km e larga al massimo 3. Un corridoio di sabbia che si spinge nell’Oceano Atlantico. Ma il panorama per arrivarci non è stato quello da mar Mediterraneo, con le palme e le spiagge.

Sembra, piuttosto, un’Irlanda sbruciacchiata e post atomica (foto Corradini).

Non la stiamo denigrando: ci piacerebbe passare una notte in quella casetta, magari arrivandoci in moto (foto Corradini).
Quindi sono state fatte cinque tappe in Marocco. Da dopodomani ce ne saranno cinque in Mauritania e una in Senegal. Nella giornata di domani, i piloti dovranno affrontare un quiz sugli episodi storici delle Dakar anni ’80. Il vincitore vedrà levarsi un’ora dal tempo di gara complessivo.
Ovviamente stiamo scherzando, eh!