Questo articolone avremmo voluto pubblicarlo un anno fa, per festeggiare le nostre dieci partecipazioni a quello che è uno dei migliori eventi adventouring in assoluto, per come è fatto e per come lo abbiamo vissuto. Ma è venuto a mancare il giornale su cui scriverlo e così eccoci qua, con un anno di ritardo, con le edizioni che, nel frattempo, sono diventate undici. È un articolo demenziale, perché parla di tutte e 42 le tappe disputate finora. Crediamo che nessuno sarà in grado di arrivare fino in fondo. È una roba da leggersi con calma, sul computer, facendo pause. Diciamo che, se mai qualcuno avesse avuto questa idea di descrivere 42 tappe, non avrebbe che potuto essere su un sito come questo.
E la prendiamo pure alla lontana
C’è Honda che, nel ’62, organizza la traversata non-stop della Baja California in Messico, per lanciare la sua scrambler CL72. 39 ore per fare 1.600 km. La sfida è il detonatore delle gare di durata nel deserto, che esistono già, ma non sono così lunghe.
Si può ritenere che la Baja 1000 sia la matrice ispiratrice anche della Abidjan-Nizza del 1977, che è la prima gara a tappe di lungo corso sul suolo africano. Da questa deriva la Paris-Dakar del 1979, che ha un successo planetario e che spinge gli italiani a organizzare eventi simili nel Bel Paese. Nascono così il Rally di Sardegna (1984), il Tarkus in Sicilia (1984) e il Titano (1985).

Andrea Balestrieri mentre vince il rally di Sardegna del 1984, in sella al prototipo dell’Aprilia Tuareg Rally 250.
Ovviamente sono rally all’italiana, non ci sono deserti né spazi sconfinati: il terreno di gioco sono sterrate e mulattiere, la navigazione è serrata e ha le note vicinissime, Ia bussola non serve e le moto ideali sono le enduro 250 2T. Questi tre rally vengono usati dalle Case per collaudare le moto: si vedono infatti gareggiare i prototipi dell’Aprilia Tuareg Rally da 125 e 250 cc (con Andrea Balestrieri, Beppe Gualini e Valerio Boni), della Cagiva 350 T4 (con Franco Gualdi) e delle Gilera RC250 (con Ivan Alborghetti) e RC600 (con Guglielmo Andreini). C’è anche Claudio Terruzzi che gareggia con una Honda Transalp elaborata dal Team Ormeni, lo stesso che correva alla Dakar.

Ogni occasione è buona per pubblicare la foto del prototipo della Gilera RC600 del 1987.
Titano, il rally che cambia nome due volte
Il Titano, organizzato dal rallysta Riccardo Taroni, parte da Rimini, attraversa le campagne ondulate di Romagna e Marche e si arrampica sugli Appennini. Tre giornate, 650 km. Quella catena montuosa, che parte dalla Liguria e termina alle porte di Palermo, è una miniera inesauribile di sterrate intriganti, adattissime alla disputa di un rally. Il terreno di gara si espande anno dopo anno, fino a raggiungere, nel 1989, il Gargano in Puglia: a quel punto, il rally si guadagna un nome più evocativo, Transitalia Marathon. Adesso la gara occupa tutta la settimana, con tappe da 250-270 km. Per i tanti che, in quegli anni, sognano la Dakar ma non hanno i soldi e il tempo per parteciparvi, una gara così esercita un fascino magnetico, la vedono come la sorellina accessibile, un modo per poter respirare l’atmosfera della gara a tappe avventurosa.
Per questo io e mio fratello ci rechiamo al via di una delle edizioni di fine anni ’80. Ai tempi abbiamo una ventina d’anni e giriamo con le piccole Honda XL 125/200 cc ma non abbiamo i soldi per fare una gara simile. Siamo al porto canale di Rimini, è una notte d’estate. Noi mangiamo il gelato, ma stiamo male, vediamo i piloti schierarsi in attesa della partenza e li invidiamo da bestia, vorremmo essere al posto loro. Tappa notturna, prima prova speciale sugli Appennini, chissà quali strade clamorose dovranno affrontare? Al via ci sono tantissime 250 2T, ma anche parecchie 600 4T, specialmente Honda XR e Yamaha TT. Subito dopo la partenza c’è una curva a sinistra, su asfalto (se ricordo bene, era davanti al ristorante Avamposto) dove i piloti, gasati dal pubblico, aprono il gas in uscita e notiamo che le 250 2T impennano, mentre le 600 derapano.
Tra i partecipanti c’è anche Sergio Santoni, che non è un pilota di spicco, ma è molto amico di Mirco Urbinati, un ragazzino di San Savino (RN), classe ’73, che fa già enduro ma ha un’anima poetica/esplorativa, per cui è molto attratto dai rally. Il suo sogno è partecipare alla Transitalia Marathon insieme a Sergio, che gli racconta le mille cose che succedono al rally.

Mirco Urbinati possiede un totem con i numeri di gara delle cinque edizioni del Titano affrontate da Stefano Santoni, tra il 1986 e il 1990. Sergio è il pilota ritratto sulla BMW R 80 G/S Paris-Dakar.
Ma l’edizione del Gargano rappresenta l’apice della storia della Transitalia, che entra in un’irreversibile fase calante. Taroni, infatti, si è appassionato alle mountain-bike e già nel 1989 ha messo in piedi la Rampilonga, una gran fondo che si disputa in Trentino Alto Adige. A livello organizzativo non c’è storia: per il rally in moto, Riccardo fa sempre più fatica a trovare i permessi di transito per percorsi così lunghi, mentre organizzare gare di gran fondo per mountain-bike è immensamente più facile e si possono tirare su anche duemila iscritti.

L’edizione del 1991 della Rampilonga arriva alla Baita Segantini (2.170 m) risalendo la Val Venegia su una delle più belle sterrate d’Italia. Ottenere i permessi per far passare di qui le moto sarebbe impossibile… e a ragione.
Nei primi anni ’90, la Transitalia Marathon diventa sempre più corta. A un certo punto diventa un coast to coast da Rimini all’Isola d’Elba, poi semplicemente si concentra tutto sull’isola, tanto che le edizioni del 1994 e 1995 si chiameranno Elba 500. Potete capire il crollo del fascino, da grande traversata a gara circoscritta su un’isoletta. Che ne so, è come se la Dakar, da grande traversata da Parigi al Senegal attraverso il Sahara e svariate nazioni africane, a un certo punto si concentrasse tutta in un percorso ad anello dentro un’unica nazione, tipo l’Arabia Saudita: sarebbe un po’ triste, vero?
La morte della Transitalia Marathon… e non solo
Il 1995, quindi, rappresenta l’ultimo anno per la saga del Rally del Titano, con le sue varie evoluzioni e cambi di nome. Ma la delusione per la fine di questa gara è minima rispetto alla tragedia della morte di Stefano Santoni, che colpisce Urbinati nel profondo. Lui non è mai riuscito a partecipare alla Transitalia. Nel frattempo ha una Honda XR600R e con quella si diverte a esplorare il Centro Italia per sterrati e mulattiere, per anni, fino alla Basilicata, dove vivono i futuri suoceri. Finalmente riesce a partecipare ai rally, compreso il Sardegna e non va neanche male. Quanto a me, non avendo mai avuto né i soldi né il furore agonistico per partecipare alle gare, ho trovato il modo di respirare da dentro l’atmosfera dei rally come fotografo motociclista inviato della rivista Motociclismo FUORIstrada.
È così che, nel 2004, conosco Mirco: lui gareggia al Sardegna, io faccio le foto. Facciamo amizicia perché lui è diverso dalla massa dei rallysti, che sono presi al 100% dal sacro furore dell’agonismo e pensano solo alla gara. Mirco mi descrive gli itinerari dell’entroterra di Rimini in un modo che mi appassiona: parla di Elcito, un isolato villaggio di montagna che potrebbe tranquillamente chiamarsi El Cito e fare da location a un film western, oppure di un albero presso Pennabilli, dove il poeta Tonino Guerra aveva piazzato una seggiola per quando voleva stare tranquillo a meditare.

Di Elcito non sapevo nulla. Se ci sono andato è solo per i racconti di Mirco. Ed è ancora più affascinante di quello che mi aspettassi!
La rinascita della Transitalia Marathon
Urbinati prende una decisione di vita bella grossa: mettere a frutto la sua passione per la moto, per le esplorazioni, per i paesaggi, per il territorio da tutti i punti di vista e farne un lavoro. Insieme alla moglie Noemi e al suocero Roberto Izzo dà vita a Strade Bianche in Moto e il colpo grosso lo fa nel 2013, quando rileva il marchio Transitalia Marathon. Quel rally gli è rimasto nella testa e nel cuore per quasi 30 anni, per cui sente che deve fare qualcosa. Così gli ridà vita, ma senza cronometro. Quello che gli piace – la traversata dell’Italia minore, con i suoi paesaggi, le sue stradine, i villaggi isolati, la gente che ci vive – va goduto senza la distrazione dal contesto cui una gara ti condanna. Questa cosa, da parte di un ex rallysta, è notevole.
L’idea è quella di riproporre gli stessi percorsi del rally, cambiandoli ogni anno, con una meta finale sempre diversa ma la partenza sempre da Rimini. Tre tappe, dal giovedì al sabato, con la domenica per tornare a casa con calma. Navigazione con tracce GPS o road book.
Va però detto che la passione per la Transitalia, da parte di Mirco, sembra che debba per forza andare di pari passo con il dolore per la perdita di un amico.

Tra le persone che gli danno una mano, nella ricerca dei percorsi, c’è Giuseppe “Pucci” Grossi, che è stato per ben sei volte campione italiano di rally su sterrato, con una media di una gara vinta ogni quattro (e ne ha disputate oltre 200!).
Pucci è anche un appassionato di fuoristrada in moto e s’è fatto un’enduro partendo da una Harley-Davidson Sportster. Il risultato è incredibile, la moto è bellissima e va pure bene, visto come lui la guida: in piedi sulle pedane, derapando in maniera molto armonica e mai brutale. La foto UomoMezzo che gli ho scattato qui sopra risale al 2015 ma, undici mesi dopo, è morto: stava facendo enduro in zona Badia Prataglia e gli amici lo hanno visto fermarsi sull’orlo di un burrone, senza un apparente motivo e poi precipitare di sotto, probabilmente colto da infarto, a 59 anni. Una morte orrenda, un altro colpo per Mirco.
Transitalia Marathon: finora, undici volte

Insieme alla HAT Sanremo-Sestriere, è una delle manifestazioni più amate dagli stranieri, che amano fare soste rilassanti nei borghetti medioevali. Questo è Montegabbione (TR), durante l’edizione 2025.

In questa schermata Garmin si vedono i gomitoli delle undici edizioni disputate finora: 42 tappe per 10.231 km.
Guardare questa schermata ci fa godere. Ogni tratto che guardiamo ci fa venire in mente un paesaggio o un episodio. La Transitalia è l’evento rilassante che arriva subito dopo la HAT, dove invece la parola relax è bandita perché si tratta di una sfida stressante e faticosa.

L’arrivo di tappa più figo: 2015, camerata di gruppo a 2100 m di quota. Mirco ed io supercontenti.
Avendole disputate tutte, di seguito tentiamo la monumentale opera di commentarle una per una, con una foto significativa per ciascuna tappa. Ovviamente scegliere le foto è stato molto faticoso, perché ogni tappa ha svariate chicche ma dovevamo sceglierne solo una, il gioco era quello.
Transitalia Marathon 2015, Rimini – Campo Imperatore, 3 tappe, 627 km
Iniziamo a scaldarci guardando le tracce GPS, inviate pochi giorni prima. Alcuni posti li conosciamo già e siamo contenti di ripassarci, di altri non sappiamo nulla e speriamo che saranno delle sorprese: e lo saranno.
Si inizia con una tappa anomala, corta, che parte a mezzogiorno e che finisce dopo il tramonto, perché Mirco vuole che i partecipanti assaggino le sensazioni delle tappe notturne del Titano. Meta di tappa è Pietralunga, un paese collinare dove si trova un grande albergo, necessario per ospitare i partecipanti, le moto, lo staff, le auto dello staff.

Prima tappa del 2015, Rimini – Pietralunga (PG), 156 km. Le “montagne russe” di Baciuccaro (PU).
Me la ricordo come romantica, cupa e struggente, perché la diarrea mi inchioda a Milano fino alle 9 di mattina, poi parto con la mia Suzuki DR-Z400, mi viene il colpo della strega alla schiena, mi fermo in diversi autogrill per scagazzare, faccio 350 km sotto la pioggia, arrivo a Rimini alle 16 con tutti che sono partiti da ore e mi faccio tutto il percorso con nebbia e pioggia, da solo, vivendo intensamente le sensazioni dell’Appennino agli inizi dell’autunno. Finisco alle 22, al buio, dopo avere visto cinghiali, lepri, daini e persino un’istrice, ma non sono l’ultimo, dei milanesi si sono persi e arriveranno solo a mezzanotte.

Seconda tappa del 2015, Pietralunga – Leonessa (RI), 269 km. Una BMW è uscita di strada dalle parti di Gubbio (PG).
Una frazione che cavalca gli Appennini per il lungo: dopo Gubbio si monta in groppa ai monti Cucco e Pennino, poi si passa per Colfiorito, si supera il Monte Cavallo, si entra in Norcia, si passa Cascia e si arriva a Leonessa. Sono tutte località destinate a diventare abituali, soprattutto Colfiorito. Per tutta la mattinata e parte del pomeriggio piove e c’è nebbia, ma poi esce il sole e la sensazione è quella di avere fatto un viaggio lunghissimo in zone isolate e affascinanti.
Nel 2015 non ci sono eventi così. Il riferimento è la HAT che, come già detto, è una prova di resistenza, una sorta di tappa della Dakar spostata sulle Alpi. La Transitalia Marathon invece è un viaggio dove puoi anche permetterti, ogni tanto, di entrare in un borgo medioevale per prendere un caffè. E il fatto che non sia un percorso ad anello, ma che ogni sera si dorma in un posto diverso, allontanandosi sempre più da Rimini, dà l’inebriante sensazione di essere in viaggio. Leonessa è un villaggio medioevale a quasi 1000 m di altezza, è bello, l’aria è frizzante, ci aspettano le majorette e ci fanno cenare nel chiostro della chiesa di San Pietro. Esaltante.

Terza tappa del 2015, Leonessa – Campo Imperatore (AQ), 202 km. La traversata dei Prati di Cinno (AQ).
L’estate è appena finita, ma a Leonessa è un ricordo lontano: siamo quasi a mille metri di quota e, al mattino, ci sono quattro gradi. E farà sempre quattro gradi anche nelle partenze degli anni successivi.
La prima tappa mi è piaciuta per il senso di intimità che ho provato a infilarmi negli Appennini da solo, col buio e la pioggia. La seconda perché mi sembrava di avere fatto un viaggio. Ma è stata la terza a farmi capire che razza di roba grossa fosse la Transitalia Marathon. I miei paesaggi preferiti sono gli altopiani come quelli che si trovano in Pamir e Mongolia, quelli circondati da montagne tondeggianti poco più alte. Ero già esaltato per l’arrivo a Campo Imperatore, che offre paesaggi di quel genere, ma non mi aspettavo che ci saremmo arrivati con un sfilza di altopiani dei quali non sapevo niente, ma che avevano proprio l’aspetto che piace a me: Piscignola, Prati di Cinno, Pizzoli, Filetto, tutti tra Lazio e Abruzzo. Ogni volta fai una salita sterrata, dall’aspetto “normale” (tornanti, boschi) poi, arrivato in cima, non c’è un passo, ma si cala in questa ciotola erbosa, ogni volta a me sconosciuta, ma bellissima.
Per poi dormire a Campo Imperatore (AQ), con un freddo cane, la stellata e il cosiddetto albergo di Mussolini (dove il dittatore venne imprigionato durante la Seconda Guerra Mondiale), un cilindro disegnato dallo stesso architetto degli alberghi di Sestriere(TO), del Lingotto a Torino e della Torre Balilla a Marina di Massa (MC), Vittorio Bonadé Bottino.
Transitalia Marathon 2016, Rimini – Sulmona, 3 tappe, 696 km
Dopo i fuochi d’artificio della memorabile terza giornata del 2015, per la prima del 2016 l’aspettativa è altissima. Per cui rimango un po’ spiazzato perché la tappa sembra la stessa dell’anno prima. Solo che si parte al mattino presto e si arriva a Pietralunga poco dopo pranzo, per cui si va avanti più o meno facendo l’inizio della seconda tappa del ’15 fino a Fabriano, che però non era stata toccata l’anno prima. Inizio così a capire che, anche nelle edizioni successive, la prima frazione sarà più o meno sempre la stessa, mentre i petardi esploderanno nella terza. Non sarà esattamente così o, almeno, non sempre. Ma per un sacco di volte la prima tappa seguirà, come direttrice, l’infilata Rimini – Coriano – Macerata Feltria – Belforte all’Isauro – Mercatello sul Metauro – Bocca Serriola, sempre con qualche sterrato diverso nel mezzo. Per cui, per comodità, quando le cose sono così le definirò la Rimini-Serriola Classic, ok?

Prima tappa del 2016, Rimini – Fabriano (AN), 255 km. Elisabetta Bettocchi e Giulia Torri, note nell’ambiente dei rally come Mamma & Figlia, passano sul Monte Cucco (PG), come già nel 2015. Questa volta però il tempo è bello e si vede il panorama.
Gli arrivi sono quasi sempre nei “salotti buoni” di pregevoli cittadine medioevali o rinascimentali, ovvero nelle piazze centrali e questa cosa è una novità nel panorama degli eventi per moto da fuoristrada. Diventa così una bellissima abitudine finire la tappa, posteggiare la moto in piazza e fare una bella merenda seduti ai tavolini dei bar. Il classico è farsi una birra, ma io sono astemio, così mi butto sui gelati artigianali. Già in questa edizione si nota la partecipazione di diversi tedeschi, estasiati da questi arrivi in piazza.
Nota curiosa: per questa edizione ho una BMW F 800 GS, moto che mi esalta per la sua trazione, solo che quando arrivano le prime salite sterrate il motore perde potenza e avanza a strattoni o non va proprio. Ci metto un po’ a capire che devo togliere il controllo di trazione: 10 anni fa era una rarità e non avevo pensato che questa moto lo avesse, inoltre non pensavo che togliesse potenza al motore fino ad annullarlo. In quel periodo ABS e TC erano invasivi a livelli letali.

Seconda tappa del 2016, Fabriano – Leonessa (RI), 243 km. Lorenzo Piolini galleggia sul Montino (1.379 m, ma sembrano 3.000). Là in fondo si vedono il Monte Cambio (2.081 m), il Terminillo (2.217 m) e, ai loro piedi, Leonessa.
Per fortuna, la seconda tappa non c’entra nulla con il percorso del 2015. Per una buona metà infatti indugia sulle montagne marchigiane tra Fabriano, San Severino e Camerino, quest’ultima blindata dopo il terremoto di poche settimane prima. Passiamo su monti come il San Vicino e il Pagliano. Scopro un nuovo altopiano: i Pantani di Matelica. Rendendomi conto che Elcito è vicino, devio apposta per andarlo a vedere, influenzato dalle descrizioni di Mirco Urbinati e anche del suo amico Pietro Vitale.
Altro altopiano, subito prima di Colfiorito: Montelago, quello del festival celtico che si tiene ogni anno.
Chicca finale il Montino, che si vede nella foto sopra: è il culmine della traversata dalla Val Nerina a Leonessa. Qui troviamo di nuovo le majorette e la cena sempre in un chiostro, ma in una chiesa diversa: quella di San Francesco.

Terza tappa del 2016, Leonessa – Sulmona (PE), 198 km. Dalle parti di Santo Stefano di Sessanio (AQ).
Una delle tappe memorabili della Storia della Transitalia, per via dei 75 km quasi tutti sterrati che costeggiano il massiccio del Gran Sasso, tra Arischia e Collepietro, passando sopra L’Aquila e toccando Santo Stefano di Sessanio e Roccacalascio. Notevole anche la parte fino a Sulmona, in un Abruzzo davvero duro e selvaggio. Incredibile il finale: è prevista la commemorazione in piazza di un’antica battaglia con figuranti in costumi storici, alla luce delle torce, ma non succede nulla. Il Comune s’è dimenticato.
Transitalia Marathon 2017, Rimini – Fermo, 3 tappe, 720 km
Edizione che ricordo con nostalgia, per averla fatta con uno dei miei migliori amici, Luca Nagini, destinato a tragica fine cinque anni più tardi. Come moto usiamo due Ducati Desert Sled dotate di gomme praticamente stradali, le Pirelli Scorpion Rally STR. Pensiamo che siano mezzi da bar, che ci faranno soffrire sia in autostrada sia in fuoristrada, invece andranno alla grande, in pratica ci fanno scoprire la terza via del fuoristrada turistico: oltre alle dual sport e alle maxienduro esistono le scrambler, mezzi agili, molto divertenti e affascinanti.

Prima tappa del 2017, Rimini – Passignano sul Trasimeno (PG), 230 km. In vetta al Monte Pagliaiolo (AR).
La pista per l’osservatorio del Monte San Lorenzo (PU) è fangosa e vengono messi due uomini a deviare il traffico: se hai gomme stradali vieni deviato su asfalto. Ovviamente veniamo bocciati, ma spieghiamo che vogliamo provare lo stesso per vedere come vanno le Ducati sul fango e ci concedono di passare con un “cazzi vostri…”. La risposta è sorprendente, perché la Desert Sled è spettacolare pur con quelle gomme.
Più in là, a Calzoppo (PU) troviamo il dakariano Alex Zanotti in panne con la sua KTM 690 Rally: destino incredibile per una moto studiata per la Dakar.
Anche questa tappa è una Rimini-Serriola Classic, ma ogni anno si passa per una sterrata diversa e quest’anno tocca a quella che ci piace chiamare delle Dune Grigie, presso Fraccano (PG). Ma da lì in poi la tappa è 100% nuova: entra in Toscana per la prima volta e raggiunge il Lago Trasimeno con un percorso molto divertente. Dovendo fare le foto arriviamo per ultimi, ma ci va bene, perché ci becchiamo un tramonto da paura sul lago.

Seconda tappa del 2017, Passignano sul Trasimeno – Leonessa (RI), 254 km. Un rudere nei pressi di Ripalvella (TR).
Una delle frazioni paesaggisticamente più varie: una sterrata panoramica sopra il Trasimeno, il borgo medioevale di Panicale, la lunghissima traversata per colline selvagge della Valle Fersinone fino al Lago di Corbara, i Monti Martani con il borgo di Portaria e la traversata del Monte Petano per arrivare a Leonessa.
La zona compresa tra il Trasimeno e Orvieto è una sorpresa: è un rettangolo verticale di circa 25×35 km, poco antropizzato, collinare, pieno di sterrate come quella della foto. Poiché non riusciamo a trovare un nome ufficiale che la identifichi, abbiamo deciso di darle quello di un bel villaggio castellomunito che si trova nel bel mezzo e che ci colpisce per via del suo buffo nome: chiameremo quella zona il Rettangolo di Greppolischieto.
Ma è una tappa drammatica, per la presenza di troppa gente che corre come se fosse in gara. In particolare c’è un gruppetto di stranieri che semina il panico nel gruppo e si verificano alcuni incidenti gravi, con gente fratturata che finisce in ospedale. Mirco è furibondo e la sera, al briefing, sale sul palco in piazza a Leonessa e urla che intende finire lì e cancellare la manifestazione: “Prendete esempio da Mario Ciaccia! Lui va piano, fa le foto ma arriva sempre prima di buio”. In realtà è già buio e io non sono ancora arrivato, perché sul Monte Petano io e Nagio siamo stati fermati da un allevatore che ha bisogno di aiuto per caricare una mulera su un furgone. Noi pensiamo che la mulera sia una fascina di legna, invece è una giovane mula, che ha deciso che su quel furgone non ci vuole salire. Ci dobbiamo mettere in tre e sollevarla di peso, ma è come provare a fare la stessa cosa con un Hummer. Ci mettiamo un sacco di tempo, cala il buio e arriviamo tardi a Leonessa, ma è uno dei momenti più intensi delle mie undici Transitalia, una di quelle cose che ti fa vivere il territorio non solo dal punto di vista del paesaggio, ma anche da quello umano.

Terza tappa del 2017, Leonessa – Fermo, 236 km. La cena in piazza a Fermo, la più spettacolare di tutte le Transitalia.
Mirco ci ripensa, la Transitalia non viene annullata e il giorno dopo un deficiente su una BMW HP2 arriva lungo in curva, fa un dritto, sfiora tre moto e un’auto e finisce nel prato. Incredibilmente riesce a non cadere e a non toccare nessuno, altrimenti sarebbe la tomba della Transitalia. Fortunatamente, da lì in poi ci saranno meno episodi incresciosi.
Il disegno della tappa è radicale: per metà si va a nord e per il resto verso est, fino a Fermo, quasi sul Mare Adriatico. Viene mantenuta la tradizione per cui la terza frazione mi deve far scoprire altopiani che non conosco: è il caso del Pagliaro e del Passo della Forcatura. Altri invece li conosco già, come quelli sui monti di Roccaporena e del Monte Cavallo, ma sono sempre bellissimi. Come borghi ci colpiscono Cerreto di Spoleto (PG) e Pievefavera (MC).
Dopo tutto questo, io e Nagio ci immaginiamo che la traversata delle colline marchigiane fino a Fermo sarà meno interessante, invece ci stupisce. Da Camerino in poi sono 85 km di puro relax su strade sterrate scorrevoli, che passano da una collina verdissima all’altra, è davvero la gioia di vivere. L’ultima cena è poi nel cuore di Fermo, nella piazza principale, all’aperto, circondati dall’Arte e dalla Storia.
Transitalia Marathon 2018, Rimini – Pescara, 3 tappe, 802 km
La Transitalia dura sempre tre giorni, ma nel ’18 supera gli 800 km: quasi 200 in più rispetto alla prima edizione. Questa è una delle più divertenti, nei miei ricordi, perché la faccio con una bella squadra e ci divertiamo molto. Ovvero mi accordo per farla insieme ad Alessio Rimoldi, colui che distribuisce in Italia le borse Enduristan e i road book elettronici Tripy ma, all’ultimo momento, si aggrega Roberto Natali, un “cane sciolto” a cui stanno simpatici sia Alessio, sia io. Casualmente, tutti e tre siamo in sella ad altrettante Suzuki DR-Z400 e questo ci rimanda all’articolo della Vigevano-Monferrato in cui spiego perché è bello fare questo genere di giri con moto simili. Il trio si rivela perfetto, tanto che Roberto diventerà socio di Alessio, sul lavoro, mentre io ne farò uno dei miei compagni di viaggio preferiti (per meglio dire: uno dei migliori schiavi, intendendo per tali coloro che mi stanno sempre dietro, pronti per essere fotografati).

Prima tappa del 2018, Rimini – Passignano sul Trasimeno (PG), 261 km. Sulle Dune Grigie di Fraccano (PG).
La prima tappa si rivela molto simile alla prima del 2017. In direzione del Lago del Trasimeno abbiamo preso un bel ritmo, il percorso è divertente, ce la stiamo spassando e negli interfoni commentiamo con frasi del genere “Ma che figata è ‘sta tappa” quando incontriamo due amici fermi, depressi, a testimonianza di come i bicchieri siano sempre mezzi pieni o mezzi vuoti a seconda di chi li guarda: si lamentano che c’è troppa polvere e troppo sole in faccia, dicono la storica frase “È un patimento” e decidono di tagliare il resto della tappa su asfalto. Subito dopo, un grosso problema elettrico inizia a rallentare la Suzuki di Alessio. Avanziamo con molte soste e arriviamo ultimissimi ma va bene così, perché anche questa volta il tramonto sul Trasimeno. Passignano è una garanzia, da questo punto di vista.

Seconda tappa del 2018, Passignano sul Trasimeno – Cascia (PG), 249 km. La spettacolare sterrata a ghiaia grossa del Monte Penna (PG), su cui si piantano diversi partecipanti.
Alessio fa visita a un elettrauto e riparte con una presa elettrica che esce da una fiancatina: per far partire la moto bisogna collegare il booster che porto sempre con me. Si inizia come l’anno prima, sorvolando il Trasimeno in sterrato, ma poi si compie una lunga traversata verso est, tutta dentro i boschi (con la sorpresa delle Dune Bianche di Grello – PG) per finire sul crinale appenninico già percorso durante le prime due edizioni, ma con due chicche, due nuove “montagne con l’altopiano in cima”: il Penna e il Faeto. Tra i due c’è Nocera Umbra (PG), paese bellissimo e pure molto ospitale con gli enduristi, dove per me diventa una tradizione fermarsi a mangiare la trippa. La giornata finisce a Cascia (PG): per la prima volta in 4 edizioni non si dorme a Leonessa.

Terza tappa del 2018, Cascia – Pescara, 292 km. Dalla strada sterrata che collega Capestrano a Collepietro (AQ) si vedono, in un colpo solo, l’inquietante castello di Roccacalascio, visto nel film Lady Hawk e il Corno Grande del Gran Sasso (2.914 m), l’Everest degli Appennini.
Grandiosa traversata dell’Abruzzo, su strade selvagge e a vista di panorami straordinari sul gruppo del Gran Sasso. Si torna sui due altopiani di Piscignola e Prati di Cinno (già fatti nel 2015) e si ripercorrono tratti della traversata del Gran Sasso del 2016. Dopo il Tirino ci sono 100 km nuovi di zecca fino a Pescara, ma sono in bassa quota e attraverso paesaggi meno coinvolgenti del resto della tappa. Anche Pescara non è la più suggestiva delle location. Si cena sotto tendoni di plastica, nella zona del porto.
Transitalia Marathon 2019, Rimini – Castiglion Fiorentino, 4 tappe, 992 km
Edizione ricca di novità. La Transitalia Marathon piace tantissimo e, nonostante ogni anno le quote siano sempre più elevate, le iscrizioni raggiungono sempre il sold out in pochi minuti. Ma Mirco azzarda e decide di portare le tappe da tre a quattro: adesso si sfiorano i 1.000 km. Oggi iscriversi costa quasi 1000 euro e da questa cifrona sono esclusi gli alberghi, i pranzi e la benzina, ma l’organizzazione ha raggiunto livelli di efficienza impressionanti. Fa impressione come su distanze di 250 km al giorno tutto il percorso sia tenuto sotto controllo, non solo a livello di permessi ottenuti (è il grosso del lavoro e il motivo per cui Taroni mollò il colpo), ma anche per quella sensazione che anche uno come me, che dovendo scattare le foto è sempre tra gli ultimi, sa che da qualche parte incontrerà persone dello staff pronte a intervenire in situazioni di emergenza.
Altra grossa novità, la seconda e la terza tappa si spingono in zone finora inesplorate, come il Lago di Bolsena in Lazio e la Val d’Orcia in Toscana.

Prima tappa del 2019, Rimini – Sansepolcro (AR), 188 km. La stradina che si arrampica sulla rupe dove sorge la Rocca di San Leo (RN).
Per la prima volta la tappa iniziale abbandona la Rimini-Serriola Classic, ma si sposta più a nord ovest: passa per San Leo, Pennabilli, la strepitosa Montebotolino e svalica gli Appennini nella zona del Passo di Viamaggio. Anche la notte a Sansepolcro (AR) è inedita.
Il 2019 è anche l’anno in cui sono finalmente disponibili due maxienduro molto attese e che sono perfette per la Transitalia: la Yamaha Ténéré 700, con cui ho fatto la HAT un mese prima e la KTM 790 Adventure, che uso – in versione base – a questa edizione della Transitalia. Sulla carta, la T7 sembrava una moto da strada adattata, mentre la KTM era un progetto più ragionato. All’atto pratico, con la Ténéré mi sono trovato fin da subito e me ne sono innamorato, mentre alla KTM ho dovuto adattarmi. Ha una posizione di guida più stradale, sospensioni peggiori e non regolabili, un motore che in basso è meno piacevole da usare. In più ha un’elettronica molto invasiva, ci si mette tanto a disinserirla e poi si inserisce di nuovo dopo ogni sosta fotografica. Ma quattro tappe sono lunghe e mi permettono di prenderci la mano, scoprendo che è una gran moto, una delle bicilindriche più amichevoli nel brutto. Con la modalità Enduro ha un’elettronica fantastica, a livello di ABS e controllo di trazione, per cui non serve più impazzire per disattivarla.
La prima tappa misura “solo” 188 km, ma perdiamo un sacco di tempo. Per fare uno scatto su una discesa controluce finiamo in una fangaia immane, dove la ruota si impacca così tanto che il parafango viene sparato via. Quando ne usciamo, io resto a secco di benzina. Succede anche se hai un serbatoio da 100 litri: i percorsi degli eventi in stile Transitalia passano per zone con benzinai, ma non è detto che li tocchino. Ci sono i waypoint apposta, ma uno non ha voglia di abbandonare la traccia per cercare un benzinaio e così va avanti convinto che, prima o poi, ne comparirà uno. Arriviamo a Pennabilli, ci facciamo una pasta al ragù bianco e si mette a piovere. Ripartiamo e troviamo discese fangose da fare a passo d’uomo. Insomma, meno male che sono solo 188 km!
Finiamo al tramonto e ceniamo in un albergone.

Seconda tappa del 2019, Sansepolcro – Nocera Umbra (PG), 268 km. La favolosa sterrata del Monte Faeto, uno dei luoghi che più amo della Transitalia.
La seconda tappa si spara un’orgia di montagne già affrontate nelle tappe uno-due delle edizioni precedenti: si inizia con la Bocca Trabaria, il Monte Cucco, il Monte Serra Santa, ma io so che ogni anno finiremo su dei monti-altopiano bellissimi che non conosco e succede anche questa volta: sono il Monte Gemmo e il Monte Vermenone. Poi ci sono il Monte Pennino e il Monte Faeto, quest’ultimo per la seconda volta.
Si dorme nella bellissima Nocera Umbra, che mi ha colpito fin da piccolo per via della terrificante strage dei Trinci del 1419. Cena in piazza nella parte bassa, fantastica come tutte le cene nelle piazze delle città medioevali.

Terza tappa del 2019, Nocera Umbra – Bolsena (VT), 270 km. Il Monte Subasio visto dai Monti Martani.
La terza tappa è complicata: inizia indugiando sulle montagne della dorsale appenninica intorno a Foligno, come il Sasso di Pale, il Monte Le Macchie e il Monte Cammoro, ma un’interruzione sul valico sopra il villaggio di Cancelli ci costringe a fare una deviazione lunghissima, perdendo un sacco di tempo. Poi, sul Monte di Cammoro, si crea un tappo perché c’è una salita ripidissima con un dente finale, dove molto cadono. Cado anche io, per la prima volta in cinque Transitalia. Poi mi fermo per fare le foto agli altri che cadono, ma uno lancia la moto in impennata per farla arrivare in cima, questa mi prende in pieno e mi lancia giù dalla scarpata, dove rotolo picchiando la testa e cercando di salvare le fotocamere.
A quel punto s’è fatto tardissimo e un sacco di gente taglia su asfalto, ma noi si insiste. Adesso c’è da fare una traversata verso ovest che comprende ben 48 km di sterrati in groppa ai Monti Martani. Poi, passato il Lago di Corbara, si prosegue verso ovest in zone mai toccate da questo evento. Cala il sole, dovremmo vedere Civita di Bagnoregio (VT) emergere da un mare di calanchi argillosi ma è già notte, maledizione. Non si vede nulla.
A Bolsena si cena e si dorme in un albergone.

Quarta tappa del 2019, Bolsena – Castiglion Fiorentino (AR), 266 km. La tipica campagna della Val d’Orcia presso San Quirico (SI).
Dopo avere ammirato il lago di Bolsena, che è vulcanico come il Trasimeno e quindi ha un paesaggio molto particolare (e bellissimo, che lo dico a fare?) ed avere esplorato il borgo medioevale di Proceno, inizia un percorso con scorci del tutto inediti per la Transitalia, che con le 4 tappe e la Toscana sembra ancora di più un viaggio. Si passano il Monte Amiata e il Monte Labbro, una zona con vulcani, sette religiose e templi tibetani per ritrovarsi nel più tipico dei paesaggi toscani, quelli con i cipressi, i casali isolati, le vigne, i prati verdissimi e gli scorrevolissimi sterrati dell’Eroica. Dopo Pienza e Torrita di Siena c’è la pianura percorsa dalla A1 e si attraversa una campagna strana, con piccole case-torre tutte uguali. Sembra che sia ormai finita, invece no: tra Cortona e Castiglion Fiorentino c’è da attraversare la catena montuosa dell’Alta di Sant’Egidio.
Transitalia Marathon 2020, Rimini – L’Aquila, 4 tappe, 891 km
Vengono confermate le quattro tappe, con un mix tra Toscana e crinale appenninico tra Umbria, Lazio e Abruzzo.
Quella del 2020 è una Transitalia particolarmente goduta, perché si svolge nel pieno della pandemia da Covid-19, dopo avere passato la primavera chiusi in casa e con le prime avvisaglie di arrivo della seconda ondata, per cui nulla è dato per scontato, molti valori sono stati rivisti e ritrovarsi con altre persone per godersi questi eventi appare un grande privilegio e una gran fortuna. Io ho perso 39 kg tra l’edizione 2019 e questa. In più, come tutti, devo indossare la mascherina, per cui diversa gente non mi riconosce e non risponde ai miei saluti, o lo fa per educazione. Inoltre, grazie alla dieta ho iniziato a guidare in piedi, altra cosa che mi rende irriconoscibile. Infine mi sono appena comprato una splendida Ténéré celeste come le Yamaha Sonauto delle prime Dakar, per cui sono proprio contento. E l’ho pure gommata Metzeler Karoo Extreme davanti e dietro, per cui mi sento sicuro anche sul fango.
Durante i giorni della pandemia, mentre stavamo chiusi in casa, Mirco al telefono mi spiegava di come fosse pieno di idee su come promuovere non tanto la Transitalia in sé, quanto questo modo di fare turismo. È così nata la Transitalia Expo, una fiera del mototurismo di due giorni che, dal 2021, anticipa la partenza della prima tappa a Rimini, ma non solo: è entrata in scena anche l’università di Bologna, con studenti che hanno trattato, come tesi di laurea, il mototurismo italiano, con la Transitalia come esempio da analizzare. È anche nata la collaborazione universitaria con il Centro Studi Avanzato sul Turismo (Cast).

Prima tappa del 2020, Rimini – Sansepolcro (AR), 234 km. La cascata di Presalino (AR).
Si inizia con la Rimini-Serriola Classic, che però presenta delle cose nuove, come la rotonda Transitalia a San Savino (RN) e il valico del Cerrone (874 m), equipaggiato anche lui di dune grigie, dal quale si scende all’imbocco del tunnel della Guinza (un luogo urbex ormai leggendario e scandaloso). Parte da qui una traversata verso nord, passando accanto alla cascata di Presalino, per superare Badia Tedalda e infilarsi nella traccia 2019 in tempo per passare per il delizioso borghetto di montagna di Montebotolino, dove potrebbero tranquillamente venire a vivere i Sette Nani. Per il secondo anno consecutivo si fa la nanna a Sansepolcro, cenando in un albergone. È la prima volta, in 35 anni, che guido in piedi, mi diverto un sacco, inoltre la T7 ha una triangolazione perfetta per la mia statura, quindi vado a letto esaltato e non vedo l’ora che arrivi il giorno dopo.

Seconda tappa del 2020, Sansepolcro – Todi (PG), 270 km. La strada per Castiglione del Lago (PG).
Il giorno dopo arriva e la tappa è nuova quasi al 100%, ma ci sono diverse cose che mi esaltano meno, anche se Urbinati non ne ha alcuna colpa. È una gran traversata toscana in un corridoio tra Lago Trasimeno e Monte Amiata, ma non mi piace. Si passa per Anghiari, Alpe di Poti, Cortona, Castiglione del Lago sul Trasimeno, Montepulciano, Chianciano Terme, Sarteano, San Casciano de’ Bagni. Si fa il fiuming del Paglia lungo una ferrovia abbandonata, si passa sotto Orvieto e poi si ripercorre la seconda tappa del 2017 fino a Todi. Ma perché non mi piace? Intanto ognuno ha i suoi gusti e io della Transitalia amo soprattutto gli altopiani selvaggi di Umbria, Lazio e Abruzzo: ma quelli arriveranno. Poi, la zona della Toscana dopo Montepulciano si rivela poco amante delle moto. Nonostante gli sterrati della Val d’Orcia siano aperti al traffico, all’ultimo vengono tolti i permessi e la meravigliosa strada di Castiglioncello del Trinoro viene rimpiazzata da 38 km di asfalto. Non solo, ma se ci fermiamo a Sarteano a bere un caffè arriva la Polizia Locale a cazziarci perché le moto sono parcheggiate come vengono sempre parcheggiate in occasioni come queste. Negli altri posti toccati dalla Transitalia, avere 300 moto che spendono soldi nei bar viene sempre vista come una manna.
E poi c’è un’altra questione: adesso che sto imparando a guidare in piedi, scopro che le strade bianche toscane, che ho sempre trovato facilissime e noiose, hanno il profilo a schiena d’asino, per cui in curva funzionano al contrario delle paraboliche e, se guido in piedi, mi buttano fuori, se sto seduto invece riesco a chiuderle. Dentro l’interfono, io bestemmio, mentre i compari di viaggio (sempre Roberto e Alessio) mi dicono che sono pazzo, che guido al contrario di come si dovrebbe.

Terza tappa del 2020, Todi – Cascia, 233 km. Poggio Lie (PG), un posto da cow-boy, foss’anche un western spaghetti.
Eccezionale, per lo meno secondo i miei gusti. Si torna in quell’Umbria che adoro, salendo a nord fino a Nocera Umbra, planandoci dall’alto del Monte Faeto, che facciamo per la terza volta ed è sempre impressionante. La nuova scoperta è uno sterrato che sfila tra gli ulivi sovrastanti Trevi: quel paese l’avevo sempre visto dal basso e aveva la forma di un albero di Natale, questa volta lo vediamo dall’alto. Subito dopo c’è un altro pezzo nuovo della collezione monti-altipiani: è l’Aglie, dal quale si plana su Cammoro.
Da Nocera Umbra a Cascia è una picchiata nord-sud su tracce già percorse nelle edizioni 2015, ’17 e ’18, come i monti Cerecione e Fergino. Notte a Cascia, come già nel 2018.

Quarta tappa del 2020, Cascia – L’Aquila, 154 km. Uno dei piccoli altopiani carsici lungo la strada del Colle Puzzillo, tra Lazio e Abruzzo.
La tappa più corta della Storia della Transitalia, ma è tutta bellissima. Scopriamo un borgo affascinante e originale, Monteleone di Spoleto (PG), quindi torniamo a Leonessa (RI) che non vedevamo dal 2017. Ma la chicca, la perla è la traversata da Borbona (RI) al Pian di Cascina (AQ) attraverso il Colle Puzzillo (1.500 m), su uno sterrato di 18 km che passa da un altopiano carsico all’altro, come quello che si vede in foto. Seguono i Piani di Pizzoli, già fatti nel 2015 e la Arischia-Collebrincioni, altra strada sterrata che passa per altipiani, fatta nel 2016. A L’Aquila si arriva direttamente in Piazza Duomo, che lo dico a fare?
Transitalia Marathon 2021, Rimini – Nocera Umbra, 4 tappe, 1.049 km
Nuovo record di lunghezza, ottenuto anche con una filosofia un po’ diversa. Da diversi anni Mirco ha affiancato alla Transitalia un’altra manifestazione, l’Italian Challenge. La prima è ispirata a un rally, la seconda nasce dalle traversate che Urbinati faceva, in moto, per raggiungere i suoceri in Basilicata, da Rimini. Prima con la Honda XR600R, poi con la BMW F 800 GS. All’Italian Challenge le tappe sono più lunghe, i percorsi sono più scorrevoli, c’è più asfalto ma è stretto e scassato, lo scopo è viaggiare il più possibile in linea retta e coprire grandi distanze in ambienti selvaggi: è quello che viene chiamato bitumenduro. Ho partecipato all’edizione del 2022 e devo dire che se è vero che la Transitalia è più divertente dal punto di vista della guida, l’Italian Challenge mi ha emozionato maggiormente, perché è ancora di più un viaggio. Intorno al 2020, sempre durante quelle telefonate made in pandemia, Mirco si poneva domande sul vero senso di queste traversate in moto e si capiva che era molto preso, emotivamente, dalla filosofia dell’Italian Challenge.
Effettivamente, l’edizione 2021mi farà pensare che Mirco stia deviando la Transitalia verso l’Italian Challenge, ma nel 2022 tutto tornerà come prima.

Prima tappa del 2021, Rimini – Castiglion Fiorentino (AR), 230 km. Per la prima volta a Mercatello sul Metauro si rendono conto che un sacco di motociclisti fanno pranzo qui e si attivano con i prodotti tipici in piazza.
La tappa sembra lunghissima, ma la traccia è abbastanza diretta, non ci sono arzigogoli o ferri di cavallo per aumentare i km. Non c’è nulla di nuovo: le solite cittadine di Romagna e Marche, gli sterrati tra Trabaria e Serriola e, per arrivare a Castiglion Fiorentino, c’è l’Alpe di Poti, già fatta l’anno prima. La stranezza è che io e Roberto Natali partiamo mezz’ora prima come al solito (guadagniamo un po’ di tempo per fare le foto) ma, a differenza delle altre volte, i partecipanti non ci acchiappano fino a Mercatello sul Metauro (PU), uno dei paesi che più amiamo. Come da tradizione, i primi che ci pigliano sono i ragazzi delle Africa Twin capitanati da Massimo Mattio, che vediamo primo da destra: partono sempre per primi, corrono, fanno poche soste e arrivano nel primo pomeriggio. In questo 2021 noi ripartiamo poco dopo di loro e, per il resto della tappa, ci supereranno in pochissimi, eppure noi le soste fotografiche continuiamo a farle. Arriviamo verso le 17, tra i primi. Non succederà mai più.

Seconda tappa del 2021, Castiglion Fiorentino – Casciana Terme (PI), 245 km. Il castello di Brolio (PI), visto dallo sterrato dell’Eroica.
È una Transtoscana in piena regola, da est a ovest, sempre su stradine sterrate collinari che attraversano zone sconosciute ai più (ma con perle come il borgo di Cennina) o iperultrafamose, come le colline del Chianti, il castello di Brolio sull’Eroica, San Gimignano e il grandissimo finale sulle dune d’erba di Volterra, con tanto di Teatro del Silenzio di Bocelli. A San Gimignano c’è la gelateria Dondoli, con appesi cartelli che dicono che avrebbe vinto il campionato del mondo di gelato tra il 2006 e il 2009. Lo vorremmo assaggiare, ma c’è la più lunga coda che abbiamo mai visto per una gelateria (la gente in fila si vede pure con Google Earth). La cosa buffa è che di fronte c’è un’altra gelateria, con l’insegna “Il gelato più buono del mondo”, ma non ci va nessuno.
A Casciana Terme (PI) c’è una delle rare cene in piazza: di solito vengono organizzate in alberghi enormi, ma quelle in piazza sono molto più suggestive. Se ne fanno poche per problemi di organizzazione e di meteo.

Terza tappa del 2021, Casciana Terme – Bolsena, 321 km. In un colpo solo: il teatro del Silenzio e, là in cima, Volterra.
Oltre 320 km di tappa è il nuovo record della Transitalia Marathon ed è la giornata in cui immaginiamo come possa essere l’Italian Challenge. Si affrontano questi km con il cosiddetto pepe nel culo, sono tanti e bisogna perdere poco tempo. Meno soste nei paesini, meno sterrati tecnici. La prima parte sono le dune d’erba al contrario, ma poi si passa per Volterra ed è tutto nuovo per 185 km: sterrati scorrevoli facendo un diagonalone della Toscana in direzione sud est (Monsano, fiuming del Merse, Poggio alle Monache, Miniera di Murio, Monte Pertuso, Bibbiano e Tavernelle), fino a rifare al contrario la quarta frazione del 2019 tra il Monte Labro e Bolsena. A sera mi rendo conto che, per la prima volta in 7 edizioni, in queste prime tre tappe non c’è stato neanche un altopiano e sono in astinenza. Ma manca ancora una giornata.

Quarta tappa del 2021, Bolsena – Nocera Umbra, 253 km. Il Monte Subasio può venire preso come esempio di monte-altopiano.
L’ultima tappa soddisfa chi, come me, ama gli altipiani. Si tratta di un diagonalone umbro in direzione nord est, attraverso il Rettangolo di Greppolischieto, fino a Valfabbrica e all’agriturismo Sassi Grossi, sede del pranzo. Quindi seguono tre monti-altipiani, ovvero il Monte delle Croci, il Subasio (per la prima volta) e il Faeto, questo per la quarta volta in quattro anni. Tra il Croci e il Faeto c’è il passaggio per Assisi, per la prima volta.
Nocera Umbra, il Delirio. Arrivano gruppi di tedeschi con le mogli che li attendono, urlano di gioia, piangono, lanciano coriandoli: c’è gente che esulta molto meno, quando finisce la Dakar. La cena è nella piazza bassa e Urbinati sfila tra i tavoli, trasportato su una portantina, tipo Papa o Faraone. Un pazzo, che è identico a Francesco Gabbani, canta Occidental’s Karma 42 volte, con la stessa voce di Gabbani. I tedeschi pensano che sia quello vero. Io spero che il vero Gabbani non urli “Su i tovaglioli” ogni 20 secondi mentre la gente mangia.
Transitalia Marathon 2022, Rimini – Teramo, 4 tappe, 934 km
Per me la ’22 è un’edizione unica, per almeno tre motivi. Rispetto al 2023, segna un ritorno verso le origini, anche se ha quattro tappe. Da Rimini ci si infila dentro le solite Trabaria/Serriola e poi si passa il resto del tempo a fare su e giù lungo il crinale appenninico umbro, laziale e abruzzese. Per i miei gusti, è una Transitalia al top. Ma quali sono i tre motivi?
1) Il mondo del giornalismo sta cambiando. Finora alla Transitalia avevano partecipato i giornalisti della carta stampata, tutti di una certa età. Il 2022 è l’anno dell’esplosione dei blogger e degli influencer, che vivono solo sul web e fanno solo video. Al via a Rimini ce ne sono una decina. Una rivoluzione, anche perché sono giovani mentre, alla Transitalia, l’età media temo che sia di un bel po’ sopra i 40 anni.
2) Vengo a sapere che un gruppo di questi content creator ha intenzione di fare la Transitalia dormendo in tenda. Mi sembra un’idea fantastica, da quello che ho capito ci sarà un accampamento itinerante alternativo agli alberghi usati finora. Allora disdico gli hotel e mi aggrego anche io alla tendata. Ma scoprirò che non è come la pensavo io: si tratta di un’idea di Marco Cappelli (del gruppo Il 6% che va in moto tutto l’anno) e Federico Marretta con il solo scopo di spendere meno. Tant’è che Marrett, scoperto che può imboscarsi gratis negli alberghi con un amico, ci abbandona al nostro destino. Fare campeggio per spendere meno, a un evento dove tutti dormono in hotel, è una forzatura. Io adoro dormire in tenda, ma solo se significa raggiungere un posto isolato e panoramico in mezzo alla natura, da godersi cenando in loco. Cenare in un albergone con 300 persone che dormono in albergo per poi prendere la moto e, alle 23, andare a cercare un posto nella notte è triste (e pensate se dovesse piovere…). Anche perché Marco ha pianificato di andare a dormire in posti isolati, studiati a tavolino, che distano 25 km dalla cena. Il che significa che, ogni mattina, dobbiamo alzarci presto, smontare le tende e fare 25 km per raggiungere la partenza, quando già io devo partire prima degli altri.
3) Piove. Non è la prima volta che succede alla Transitalia, ma non lo aveva mai fatto così intensamente, rendendo molti percorsi difficili. La filosofia di Urbinati è offrire un percorso divertente tecnicamente, ma fattibile da una maxienduro con gomme tipo Metzeler Karoo 4. Solo che il maltempo, se si accanisce, può cambiare le cose. E se poi dormi in tenda…

Prima tappa del 2022, Rimini – Gubbio (PG), 237 km. A Gubbio gli sbandieratori si saltano a vicenda, in nostro onore.
Per me si tratta di una Transitalia complessa: parto da Milano, passo da Verona per il concerto di Marracash all’Arena, arrivo a Rimini di notte e riparto la mattina dopo per la prima tappa, che ricalca la Rimini – Serriola Classic e poi indugia sugli appennini fino a Gubbio. Tornando da Teramo, invece, mi fermerò in Umbria per un matrimonio. Per la mitica località medioevale, quella di San Francesco e il Lupo, è la prima volta e la città ci accoglie con un impressionante spettacolo di sbandieratori. Al tramonto, io e Marco ci godiamo una bella merenda in piazza: dormendo in tenda non possiamo fare la doccia, il che ha il vantaggio che non dobbiamo correre in albergo per lavarci col timore di fare tardi per la cena.
Nelle giornate precedenti ha piovuto tanto, ma il percorso ha tenuto. Durante la cena, però, attacca a diluviare e Marco ha deciso che dormiremo in cima al Monte Cucco, distante 25 km. Sarà una notte di tregenda, con pioggia violenta e raffiche di vento.

Seconda tappa del 2022, Gubbio – Cascia (PG), 237 km. Fango viscido a Colfiorito.
La tappa è una picchiata nord-sud lungo il crinale appenninico ed è una sfilata di sterrati già fatti nelle edizioni precedenti. Ma ci sono cose che è bello ripetere, come la trippa a Nocera Umbra o il Monte Faeto, che la Transitalia affronta per il quinto anno di fila.
Al mattino fa freddo, tira vento e il cielo è nerissimo, ma si parte senza pioggia. Molte sterrate però sono diventate delle fangaie e le grosse enduro con gomme non specialistiche sono in difficoltà. Parliamo di gomme come le diffusissime Metzeler Karoo 4, le Continental TKC80, le Michelin Anakee Wild, le Anlas Capra X, le Bridgestone AX-41 che monto sulla mia Ténéré e altre: tengono bene su asfalto, durano almeno 10.000 km, vanno bene nel fuoristrada asciutto ma nel fango non tengono niente. Sul fango vanno bene le Metzeler Karoo Extreme, ma ho smesso di usarle perché l’anteriore mi dura solo 3.000 km. Insomma, qualsiasi gomma monti, sbagli.
Nella valle del fiume Chiascio una discesa scivolosa provoca un tappo di tre quarti d’ora, mai visto nelle edizioni precedenti. Sul monte Pennino si rimette a piovere, aggiungendo fango al fango e io invidio i miei due soliti compari di merende, Roberto e Alessio, che stanno guidando due Royal Enfield dotate di pneumatici da enduro specialistico e non hanno alcun problema, mentre io zampetto a passo d’uomo, ho l’avantreno che vuole sdraiarsi a tutti i costi e rimpiango le mie Karoo Extreme. Le due Royal Enfield sono le sorelline da 411 cc ad aria, la Himalayan e la Scram. Ho un’amnesia su quale 17″ montino (forse le Mitas da sidecarcross), ma ricordo la 19″ da cross posteriore messa sull’anteriore della Scram.
Un banale guasto al mio supporto del GPS ci fa fermare da un ferramenta di Colfiorito (PG), mentre diluvia. Ho scoperto questo paesino nel 1989, durante una traversata del Centro Italia in bicicletta. Già all’epoca mi dissi “Qui si respira aria di frontiera”, anche se non c’era nessun confine. Si trova su un altopiano, a 770 m di quota, tra i Monti Pennino e Cavallo ed è lambito dalla superstrada che collega Foligno al mare Adriatico (Civitanova Marche). Non so spiegare da cosa derivi il suo fascino, sembra un paese del Pamir al confine con la Cina, lo so che non ha senso ma, ogni volta che ci passo, mi immagino come sarebbe viverci. E la Transitalia, in 11 edizioni, c’è passata per ben 9 volte, (ha balzato solo nel 2021 e nel 2023), il che fa pensare che sia, se non proprio un posto di frontiera, un punto nevralgico di passaggio.
La seconda serata vede me e Marco Cappelli cenare a Cascia e andare di notte a montare la tenda in un’area pic nic sopra Norcia, dove si trova una fontana: così possiamo lavarci. Non piove, ma fa freddo.

Terza tappa del 2022, Cascia – Rieti , 222 km. Di solito Trevi (PG) la vedi dal basso ed è altissima, ma alla Transitalia la vedi dall’alto. Il pilota è Fabrizio Romanelli, che da 40 anni organizza il Pistamunno, uno degli eventi di orientamento più interessanti. Ma noi non siamo mai riusciti a partecipare.
La cosa che più mi rimane impressa di questa tappa è una discesa dalle parti di Scoppio (TR), di terra dura, bagnata dalla pioggia, che è scivolosa come ghiaccio. Scendo guardingo, a passo d’uomo, orgoglioso perché non sto cadendo quando arriva Alessandro Broglia, un tipo che ammiro per i suoi viaggi invernali in Nord Europa dove guida con disinvoltura su strade innevate. Capisco che il viscido è il suo pane: è in groppa a una Ducati Multistrada V4 S, ha su gomme peggio delle mie ma scende a una velocità pazzesca, in base al principio che meno freni e più lasci andare una moto e meno perderai aderenza (eppure non ho le palle per fare così). Non è un caso se Alessandro è noto nell’ambiente come Canepazzo.
La tappa è bella, è tutta nuova, compie un largo cerchio intorno a Spoleto e poi punta dritta a sud fino a Rieti, città finora neanche sfiorata dalla Transitalia. Si ripassa per il Monte Aglie, ma scopro posti per me nuovi come il paese medioevale di Acera, l’incredibile Passo Cattivo alto 1.100 m (una ripidissima strada asfaltata ricoperta di ghiaia) e un minuscolo villaggio nascosto dentro una foresta di castagni, Montebibico (PG), appena 97 abitanti.
L’arrivo a Rieti è grandioso, la merenda che facciamo in piazza è forse la più bella e goduta di tutte e 11 le edizioni. La cena è fuori città, al ristorante Colle Aluffi, dove sono esposte due raffinate moto italiane, la Beccaria 350 del 1925 e la Ancora 250 del 1935. Ma torna la pioggia e noi dobbiamo montare le tende ai Piani di Cottanello, 24 km più in là: sì, tendare in questo modo è proprio una forzatura.

Quarta tappa del 2022, Rieti – Teramo, 220 km. Dopo il 2015 e il 2018, per la terza volta si passa per i Prati di Cinno, ma le condizioni sono tremende.
La tappa più bagnata e viscida tra le undici Transitalia disputate finora. Diluvia già a Rieti e si inizia subito con il gruppo che si spacca in due: non tutti hanno capito che, causa peste suina, va eliminata completamente la parte sopra Cittaducale. C’è un percorso alternativo che passa per il castello di Calcariola e si ricongiunge alla traccia a Borgo Velino (RI). Io so che devo fare così, ma mi distraggo e me ne accorgo dopo 8 km, per cui torno indietro. 16 km in più che mi fanno perdere il vantaggio sul gruppo e, soprattutto, mi fanno arrivare tardi in punti cruciali, quando li hanno già segati. Funziona così: i primi, quelli bravi, veloci e con le gomme giuste, entrano nello sterrato e passano. Poi arrivano quelli con le gomme scarse e si piantano. Si formano cataste di uomini e mezzi e il tratto viene chiuso.
Per buona parte viene rifatta la parte più bella del 2015, quella con il poker di altipiani Piscignola – Prati di Cinno – Pian di Cascina – Pizzoli. Ma ci sarebbe una variante nuova, che raggiunge Borbona e poi Cagnano Amiterno: ma viene chiusa per eccesso di fango e così un pezzo nuovo di 32 km, col potenziale di essere il più bello del 2022, viene rimpiazzato da 5 km di asfalto.
La parte nuovissima è quella per arrivare a Teramo, con gli sterrati di Valle Vaccaro e Valle Soprana. Il primo è una splendida strada panoramica che sale fino a 1.200 m ed è esaltata dal vento, dalla pioggia e dai nuvoloni. Il secondo è una trappola mortale dove entriamo per ultimi, nel senso che lo chiudono subito dopo che siamo passati. Qui la difficoltà è scendere su lunghe placche di roccia molto ripide e scivolose come muschio bagnato. Si capisce che è da farsela addosso quando vediamo cascare il fotografo Alessio Corradini, che non cade mai.
Quindi eccoci a Teramo, dove la pioggia rovina l’euforia del finale.
A me aspetta un ritorno a Milano in tre giorni facendo fuoristrada e dormendo in tenda, con un matrimonio come intermezzo, dove pioverà nelle prime due tappe e dove giungerò alla conclusione che, per godermi la Ténéré in fuoristrada, ci vogliono gomme cazzute, le stesse che rovinano il piacere di guida su asfalto, ma si tratta di scegliere il male minore.
Transitalia Marathon 2023, Rimini – Riccione, 4 tappe, 1.088 km
Rimini e Riccione sono confinanti e, se non fosse per i cartelli, non capiresti dove finisce una e inizia l’altra, eppure la Transitalia del 2023 riesce a metterci in mezzo quasi 1.100 km, il nuovo record di lunghezza. E c’è una roba grossa: il coast to coast fino al Mar Tirreno, finalmente. Come nell’edizione che partì da Rimini e arrivò all’Isola d’Elba, nei primi anni ’90. Erano diversi anni che sognavo un coast to coast alla Transitalia!
Le prime tre tappe portano dall’Adriatico al Tirreno, a Follonica. La quarta è impressionante: tutta da sola, in botta unica, si spara il coast to coast inverso.

Prima tappa del 2023, Rimini – Città di Castello (PG), 187 km. La pietraia di Monte Fiorino semina morti e feriti.
La prima tappa è una Rimini-Serriola Classic in piena regola ma, guardando la mappa, si nota come gli Appennini siano stati affrontati disegnando una sfilza di ferri di cavallo, come quando si vogliono fare tanti km in poco spazio. Ma la tappa è lunga una cinquantina di km meno del solito.
Io e Roberto Natali siamo in sella a due Moto Morini X-Cape 650 equipaggiate con le Karoo 4. Non sono moto nostre e le gomme non le decidiamo noi, ma l’edizione del 2023 la ricordiamo come “normale”, dal punto di vista dell’aderenza. A Montegrimano Terme si mette a piovere, ma il fango è commestibile. La foto sopra mostra il pezzo più difficile della prima tappa: una salita viscida, con sassi smossi. Ma lì la mia Morini con gomme Karoo 4 sale senza problemi. Per essere una moto economica e con cerchi 19″-17″, stupisce perché è comoda da seduti, si guida bene in piedi, ha una forcella con poca corsa ma molto efficiente, frena benissimo, è stabile sulle pietraie come quella in foto. I difetti sono che tira poco ai bassi (ma ci sono state date con i rapporti corti, che migliorano parecchio la situazione) e che il mono posteriore è flaccido.
Città di Castello fa il suo esordio come finale di tappa: è facile confonderla con la vicina Sansepolcro, che ha ospitato la carovana nel 2019 e nel 2020. Le due cittadine distano 15 km una dall’altra e sorgono nella Valle del Tevere, ma una è in Toscana e l’altra in Umbria. Sono entrambe città d’arte e hanno due belle piazze dove ospitare il finale di tappa, ma la grossa differenza è che a Sansepolcro abbiamo sempre cenato in un grosso albergo. Qua invece ci ospitano a Palazzo Bufalini, nel Loggiato Gildoni e mangiamo ammirando gente in costume che si massacra a colpi di sciabola.

Seconda tappa del 2023, Città di Castello – Chianciano Terme (SI), 283 km. La valle del fiume Paglia. Nel 2020 qui passammo in senso contrario. Là in fondo, in cima alla collina, c’è Torre Alfina (VT).
Questa lunghissima frazione è composta inizialmente da un mix delle seconde tappe del 2017 e 2018: passa in groppa al Monte Pagliaiolo (AR), costeggia il Trasimeno, tocca Panicale (PG) e si avventura dentro il Rettangolo di Greppolischieto. Ma poi fa, al contrario, la seconda tappa dell’edizione 2020, recuperando le sterrate che ai tempi erano state negate, come quella che passa per Castiglioncello del Trinoro (SI). Di diverso da quelle c’è la salita al borgo di Monte Santa Maria Tiberina, arroccato in cima a una rupe aguzza.
Quest’anno siamo ancora più lenti del solito: oltre alle foto facciamo anche i reel per Instagram, che fanno perdere ancora più tempo. È già tardi quando ci fermiamo a mangiare un panino in un bar a caso di un piccolo borgo chiamato Parrano, ma lì dentro c’è il sindaco che ci spiega che in zona ci sono le Tane del Diavolo, 8 grotte abitate durante il paleolitico, dove hanno trovato una statua di una venere cicciotta di colore verde.
Riusciamo a finire prima del tramonto, con il Monte Amiata ben visibile. A Chianciano ceniamo nei saloni dei bagni delle terme. La località è in decadenza, quindi ha alberghi enormi con poca gente: è l’ideale per ospitare un evento come questo.

Terza tappa del 2023, Chianciano Terme – Follonica (GR), 283 km. Il meritato UomoMezzo in riva al Tirreno: il primo dei due coast to coast è fatto.
La grossa emozione di questa tappa è arrivare al Mare Tirreno, dopo essere partiti dall’Adriatico. Si fanno dei bei pezzi di Val d’Orcia prima ed Eroica poi, per proseguire con interessanti sterrati di ghiaia bianca dentro fitte foreste, ma la Toscana, come già successe nel 2020, ci delude: nel tratto finale un sindaco non accorda più il permesso di transito, spiegando che le moto passerebbero, consumando il suolo senza lasciare un soldo, perché non si fermerebbero a bere nei bar. Non ha detto proprio così, ma è il succo della questione. Il finale di conseguenza ha tanto asfalto, ma l’arrivo al mare – l’altro mare – è emozionante.

Quarta tappa del 2023, Follonica – Riccione, 395 km. L’arrivo a Riccione, ultimissimo, col buio, dopo 14 ore.
Io e Roberto abbiamo ragionato a lungo su questa tappa, davvero anomala. Per fare 400 km il percorso ha tanto asfalto, sterrati scorrevoli e non ci fa troppo indugiare in una zona con i famigerati ferri di cavallo che servono a farti divertire, ma non ti danno l’appagante sensazione di starti avvicinando alla meta. Quindi sì, è faticosa e la facciamo con la stressante urgenza del fretta fretta, senza goderci i posti, ma ciò è bilanciato dal fascino di partire alle sei della mattina e guidare per tutta la giornata, vedendo cambiare tanti paesaggi. A rallentarci non sono solo le soste fotografiche e i reel, ma anche una visita a un ipermercato di Arezzo, quando ci rendiamo conto che le due Morini hanno quasi finito l’olio. La faccenda di andare negli ipermercati delle grandi città, durante queste traversate, ci fa sentire molto on the road. Come nel 2017, quando a Città di Castello eravamo andati a caccia di lenti a contatto per Luca Nagini. Tra l’altro, in quell’iper di Arezzo non siamo gli unici partecipanti alla Transitalia: ci sono anche tre ragazzi tedeschi, anche loro in cerca di qualcosa per le moto.
Questo tappone inizia al buio, di nuovo con tanto asfalto sempre per colpa del sindaco “tanto non vi fermereste nei bar”, poi ci sono le sterrate di ghiaia bianca dentro le foreste, tra Prata e Fantalcinaldo (GR). Quindi il Chianti, di nuovo con l’Eroica e il castello di Brolio, come nel 2021. Dopo Arezzo l’Alpe di Poti, quindi si fa la Rimini-Serriola Classica al contrario, provando pure a entrare dentro il tunnel della Guinza. Fare questo pezzo in senso inverso, al tramonto, dopo che per anni lo abbiamo fatto al mattino, è stranissimo. Non me lo aspettavo, ma lo apprezzo di più, è come se lo facessi per la prima volta, me lo godo proprio. E me lo faccio pure da solo, perché Roberto ne ha le palle piene e taglia su asfalto. Entrambi però arriviamo tardi a Coriano, il paese di Marco Simoncelli, dove è stato allestito un grande ristoro.
Transitalia Marathon 2024, Rimini – Roma, 5 tappe, 1.185 km
È la decima edizione, quindi Urbinati vuole che sia memorabile e diversa dalle altre e così ecco la versione Golden, con 5 tappe e l’arrivo a Roma, la capitale. Ovviamente con 5 tappe arriva anche il record di lunghezza, che sfiora i 1.200 km.

Prima tappa del 2024, Rimini – Città di Castello (PG), 237 km. Questo sterrato in discesa dalle parti di Valli di Teva (PU) è stato percorso, nelle prime 11 edizioni, ben 12 volte, saltandolo solo nel 2020 e facendolo due volte, nel 2023 e nel 2025, in entrambi i sensi, durante la prima e l’ultima tappa.
Anche l’anno prima si è fatta la Rimini – Città di Castello, ma questa volta la tappa è più lunga di 50 km, evita Mercatello sul Metauro e lo rimpiazza con Urbania (PU). Il percorso per passare gli Appennini è il più contorto e arzigogolato mai visto, più che ferri di cavallo questi sono addirittura cerchi! Io ho la mia Ténéré equipaggiata con Karoo 4 davanti e Karoo Extreme dietro, all’eterna ricerca del compromesso. Roberto invece si presenta con la sua nuova fiamma, la Honda CRF300L, la dual sport del momento. Dice che con lei fa molta meno fatica.
Anche questa volta si cena nel Loggiato Gildoni ma, al posto degli spadaccini, ci sono i percussionisti.

Seconda tappa del 2024, Città di Castello – Nocera Umbra (PG), 258 km. Durante la salita sul Monte Penna, un tedesco esce di strada con la sua gigantesca BMW R 1200 GS Adventure e un amico con la stessa moto e lo stesso outfit lo aiuta a risalire sulla sterrata.
Non erano mai stati fatti così tanti km nel labirinto di sterrati compresi tra la Bocca Trabaria e la Bocca Serriola: 120 km ieri, 146 oggi. In pratica la traccia ci fa tornare su e addirittura rifare dei pezzi del giorno prima. Così facendo, Roma non si avvicina, ma tanto mancano ancora tre tappe! Dopo Gubbio si prosegue sul crinale appenninico ripercorrendo tracce di svariate edizioni precedenti: per il Monte Faeto siamo alla volta numero sei.
Incredibile la cena in mezzo alla strada, a Nocera Umbra: è via Camilli ed è un porticato, è una delle cene più belle. Sempre che si ami ascoltare Occidentali’s Karma per 70 volte.

Terza tappa del 2024, Nocera Umbra – Cascia (PG), 240 km. L’altopiano che si attraversa passando sul Monte Metano (PG).
La filosofia del 2024 è fare tanti km avanzando relativamente poco, per cui anche in questa terza frazione ci sono ferri di cavallo tendenti all’anello. Psicologicamente, la sensazione è di non andare avanti, molto buffa. Esempio: a un certo punto abbiamo il castello di Roccafranca (PG) 800 m in linea d’aria alla nostra destra. 34 km dopo, ricompare sempre alla nostra destra, a 600 m di distanza, ma questa volta siamo sul lato opposto. È una sensazione stranissima, perché tu vedi un castello, poi guidi per un’ora in sterrato, quindi vedi di nuovo quel castello ma sei convinto che sia un altro. Ma quando capisci che è ancora lui, ti sembra di non esserti mai mosso… La stessa cosa succede alla HAT Master Challenge dove, dovendo arrivare a 1.000 km, ci sono diversi anelli.
Per la terza volta si passa per Trevi ed è sempre un colpo d’occhio spettacolare. Poi, attraversato il Monte di Roccaporena con una sterrata stupenda, si arriva a Cascia, sede di arrivo per la quarta volta.

Quarta tappa del 2024, Cascia – Rieti (PG), 237 km. L’altopiano di Piscignola (RI), dove i cavalli non temono le moto.
La Cascia – Rieti è già stata fatta nel 2022 su un chilometraggio molto simile (222 km contro 237), ma le orbite seguite sono diversissime, basti pensare che nel 2022 si andò a nord ovest fino a Trevi, che nel 2024 è stata toccata il giorno prima. Nel 2024 si va ad est e si rifà l’epica traversata del Colle Puzzillo, come nel 2020. Quindi ecco il Piscignola, uno dei posti più bucolici tra tutte le edizioni. C’è un castello nascosto che scopri solo se passi piano e ti fermi a guardare il paesaggio. Proprio qua vengo passato da un olandese che mi supera a manetta in un pezzo stretto e mi fa chiudere lo sterzo. Non cado, ma sarebbe il colmo spaccarsi tutto per colpa di un cretino che corre come in gara, proprio in uno dei posti dove andare piano avrebbe più senso visto che, oltretutto, qui è pieno di cavalli che girano liberi, come nel Paradiso Terrestre.

Quinta tappa del 2024, Rieti – Roma, 213 km. Se il Colosseo non va alla Transitalia, allora la Transitalia va al Colosseo.
C’è una grande curiosità verso questa tappa tutta laziale. Si inizia con l’Altopiano del Rascino, un posto che va visto almeno una volta nella vita e poi, con strade mai percorse prima da questo evento, si arriva a quello che per me è uno dei laghi più belli del Centro Italia, il Turano. Da lì in poi, a essere sincero, il percorso mi impressiona meno perché c’è tanto asfalto, i tratti in fuoristrada sono dei brevi ferri di cavallo in mezzo a zone coltivate (mi piace la sterrata di Scandriglia, però) e l’arrivo a Roma è in periferia, a Tor di Quinto, in un parco sportivo della Polizia di Stato.
La realtà è che il pezzo da 90 della tappa deve ancora arrivare: il colpo di genio è infilare i partecipanti della Transitalia dentro un raduno notturno che si svolge ogni anno, in cui migliaia di motociclisti girano per il centro di Roma fino alle tre di notte. Una delle cose più belle che mi sia mai capitata di fare in moto, il che è tutto dire, perché in generale dico queste cose per le scorrazzate sulle dune della Libia o il superamento dei passi in mezzo ai muri di neve.
Transitalia Marathon 2025, Rimini – Coriano, 5 tappe, 1.247 km
Dopo un’edizione storica come quella del decennale è dura inventare qualcosa di nuovo, ma la vita deve andare avanti. Così si arriva all’undicesima, che ha due novità: la prima tappa che non supera gli Appennini e la quarta ad anello. Anche questa volta ci sono cinque tappe, ma la filosofia è diversa. Mirco decide che il percorso avrà quattro tappe quando si allontanerà molto da Rimini, lasciando la quinta giornata per un ritorno autostradale. Altrimenti, la giornata dedicata al ritorno sarà trasformata in quinta tappa.

Prima tappa del 2025, Rimini – Iesi (AN), 254 km. Uno sterrato ondulato, tipico esempio di “lasagna”, dalle parti di Barbara (AN).
Super Marche Express: per la prima volta in 11 edizioni, la prima tappa non scavalca gli Appennini. Ci finisce contro e li usa come parabolica per deviare verso est fino a Iesi. Dopo Macerata Feltria e Belforte all’Isauro non si arriva a Mercatello sul Metauro, ma si fa un zig zag tutto nuovo passando per Sant’Angelo in Vado, Piobbico e Acqualagna. La parte finale ricorda quella del 2017 che arrivò a Fermo: son sempre colline marchigiane come quelle che si fanno durante tutte le prime tappe, ma hanno qualcosa di particolarmente riposante, forse per la luce del pomeriggio, o per la visione di profili tondeggianti in sequenza, chi lo sa? Di tecnico non c’è nulla, si guida in assoluto relax, all’arrivo la gente è estasiata. Nella piazza centrale di Iesi trovo pure un’ottima gelateria artigianale, me la godo proprio.

Seconda tappa del 2025, Iesi – Foligno (PG), 275 km. Via Camilli a Nocera Umbra. Sembra impossibile che si possa andare in moto qui dentro senza pigliare una multa, ma è una strada aperta al traffico. L’anno precedente qua sotto è stata fatta la cena della seconda tappa.
Siamo nelle terre di Pietro Vitale, che non solo fa parte dello staff della Transitalia Marathon, ma organizza eventi di suo come ORMA Projekt, come la Elcito o la 880, una traversata di quasi 900 km da Pesaro ad Ascoli Piceno, in 5 giornate. Infatti la prima parte di tappa, da Iesi al Monte San Vicino passando per Staffolo e il lago di Cingoli, ha molto del suo zampino (avevo fatto una tratta della 880 proprio da queste parti, nel 2022). Viene rifatta la sterrata di montagna tra il Pian dell’Elmo e Poggio San Romualdo, bellissima, che era già stata fatta nel 2016.
Poi si arriva a Nocera Umbra, dove la scena è sempre questa: arrivo, parcheggio, ordino la trippa e cerco un tavolo all’aperto dove si trova qualcuno che mi stia simpatico, per mangiare in compagnia.
Tra Nocera Umbra e Colfiorito ci sono 12 km in linea d’aria, ma qui Urbinati ha scatenato una tempesta di tracce, per cui quei 12 km vengono riempiti da 84 km di sterrati su e giù per le montagne, compreso il Faeto. Ma la volta numero 7 di questa montagna è tosta, nel giro di un anno il fondo s’è scassato, adesso la strada dalla base alla cima è piena di sassi smossi, sono 6 km molto faticosi, dove si piantano in diversi. Il pezzo viene quindi chiuso, meno male che son passato in tempo perché questo posto è uno dei miei preferiti. Ma è impressionante quanto si possa deteriorare una strada sterrata dopo un solo inverno.
Nella Piana di Annifo, sul bello sterrato che passa davanti al cimitero, pizzico la gomma anteriore: in teoria la mia T7 sarebbe stata trasformata in tubeless, ma davanti esce sempre l’aria (tubeless anteriori e fango non vanno d’accordo) e così ho la camera. Ho anche quella di scorta, le leve, il compressore ma sono imbranato a livelli letali, per cui vado avanti: il prossimo paese è proprio Colfiorito, quello che mi sembra un avamposto di frontiera anche se non so perché. Sono contento, chiedere aiuto ai suoi abitanti è un po’ come vivere un paese. “Buongiorno, c’è qualche meccanico di moto qui?”. “Scherzi? C’è Caparvi, no?”.
Finisco così da Caparvi Racing, un’officina nota nel mondo del cross perché ha un team che va molto forte a livello nazionale. Cross ed Adventouring sono due modi di intendere il fuoristrada completamente diversi, ma che qui vengono in contatto: scopro che dei tedeschi sono ricorsi al loro aiuto, nelle edizioni precedenti e che passano ogni volta a salutare. Sono padre e figlio, simpaticissimi e disponibili e sono contenti perché hanno appena colto un terzo posto in una gara dell’Italiano a Cingoli. Mi aiutano al volo, mi attaccano un terrificante adesivo del Club dei Leccatori (immaginate di cosa) e mi rimettono in pista.
Tra i pezzi più belli per arrivare a Foligno c’è il Monte di Barri, già attraversato nel 2020 e 2022, il cui altopiano sommitale ricorda la savana africana. Ci starebbero bene delle giraffe.
Foligno si merita un fine tappa: la città è bellissima e la Transitalia le ha ronzato spesso intorno. Piazza della Repubblica è un salotto favoloso per la merenda di fine tappa, ma i locali del centro non sapevano del nostro arrivo e non hanno scorte a sufficienza. Per chi beve la birra è un disastro, per chi ama i gelati invece non c’è problema.

Terza tappa del 2025, Foligno – Arezzo, 274 km. In uno stato di celestiale beatitudine, Giulia Torri avanza derapando, a vista del bellissimo Lago Trasimeno. Lei e sua mamma Elisabetta hanno fatto così tante Transitalia che sono entrate a fare parte dello staff e le se incontra qua e là, a presidio dei tratti difficili.
È come essere in una regata, al giro di boa: la Transitalia 2025 smette di andare verso sud e inverte la rotta, per raggiungere Arezzo puntando al Trasimeno attraverso i Monti Martani e il Rettangolo di Greppolischieto. Seguono i monti subito a est di Cortona e Castiglion Fiorentino (che si chiamano Alta di Sant’Egidio e Poggio Fontanina), si passa per l’Alpe di Poti e poi, per la prima volta, si fa tappa ad Arezzo, che ha una strana morfologia. Se ci arrivi dall’autostrada, cioè da ovest, tu sei in pianura e ti ritrovi ai piedi di una città medioevale arrampicata su una rupe. Ma se ci arrivi dall’Alpe di Poti, cioè da ovest, Arezzo sembra una città di pianura vista dall’alto. Perdi quota vertiginosamente e arrivi a un parco in pianura, sede dell’arrivo. Pensi di essere in fondovalle, invece sei in vetta a quella che, da sotto, sembra una rupe: Arezzo è tutta sotto di te, in ripida discesa.

Quarta tappa del 2025, Arezzo- Arezzo, 221 km. Monte Corneta, tra Palazzo del Pero e Castiglione Fiorentino (AR). Donato Benetti sulla moto più bella che abbia mai visto alla Transitalia, la replica della BMW che Gaston Rahier usò alla Baja 1000 del 1985
La prima tappa ad anello, tra tutte e undici le Transitalia disputate finora. Inizia andando a est, con l’Alpe di Poti, poi si va ad arrampicare sul Passo del Catenaccio (901 m), su quegli Appennini (tra le Bocche Trabaria e Serriola) che erano stati ignorati nella prima tappa. Fa un freddo cane: 5 gradi la mattina ad Arezzo, che diventeranno 4 il giorno dopo.
Elisabetta e Giulia vengono messe alla base della salita al Catenaccio con un cartello di avviso: ci sono difficoltà da percorso enduro per monocilindriche. In realtà è solo molto sassoso, ma è sicuramente più facile di altri pezzi fatti nel corso degli anni.
Lassù viene effettuato un ferro di cavallo, per poi invertire la rotta, tornare a est, passare leggermente a nord del Pagliaiolo e raggiungere Castiglion Fiorentino, dove i partecipanti si fermano a omaggiare la memoria di Fabrizio Meoni, accanto al monumento creato da Lucio Minigrilli in onore del campione toscano, su una rotonda: è la statua di Fabrizio che impenna con la KTM LC8 con cui vinse la Dakar 2002. La statua è incredibilmente realistica e il momento è emozionante: c’è pure il sindaco, Mario Agnelli.
Le tappe ad anello sono molto comode, per motivi logistici: fai base nello stesso albergo, non devi trasportare i bagagli. Molti eventi si basano solo su tappe così (sono i cosiddetti percorsi a margherita). L’unico problema è che viene a mancare la sensazione di essere in viaggio che solo gli eventi in linea possono garantire. Certo, se stai facendo una cinque giorni ci sta fare una tappa ad anello, succede anche alla Dakar. Ma la stranezza di questa quarta tappa è che per buona parte ricalca l’inizio della quinta.

Quinta tappa del 2025, Arezzo- Coriano (RN), 223 km. Joan Pedrero, rallysta professionista (quinto alle Dakar 2011 e 2013), si spara l’Alpe di Poti in monoruota con la sua enorme Harley-Davidson.
Le tappe ad anello sono molto comode, per motivi logistici: fai base nello stesso albergo, non devi trasportare i bagagli. Molti eventi si basano solo su tappe così (sono i cosiddetti percorsi a margherita). L’unico problema è che viene a mancare la sensazione di essere in viaggio che solo gli eventi in linea possono garantire. Certo, se stai facendo una cinque giorni ci sta fare una tappa ad anello, succede anche alla Dakar. Ma la stranezza della quarta tappa è che per buona parte ricalca l’inizio della quinta.
Urbinati vive a San Savino, subito sopra Coriano, che era il paese del pilota di MotoGP Marco Simoncelli. Mirco ha un gran legame con i due borghi e uno dei suoi sogni era far finire lì la Transitalia, con una grande festa. Per cui l’ultima tappa del 2025 parte da Arezzo, rifà l’Alpe di Poti per la terza volta in tre tappe e torna sul Passo del Catenaccio ma con un percorso più facile. Poi non fa la Rimini-Serriola Classic, come invece successe nel 2023, perché dopo Mercatello sul Metauro la prende larga e sale fino a Pennabilli, per poi tornare verso est e rifare lo sterrato dell’Osservatorio San Lorenzo, quello che celebrò la trazione della Ducati Desert Sled.
Comunque già nel ’23 si passava per Coriano per festeggiare, ma poi c’era da ripartire per scendere a Riccione, sede dell’arrivo finale. Questa volta, invece, ci si ferma qui.
Transitalia Marathon 2026, Rimini – Termoli, 4 tappe
Per la prossima edizione Mirco ha deciso di tornare alle origini, quindi al viaggio puro, l’allontanamento da casa: niente tappe di ritorno, niente anelli, si ricalca il road book della gara del 1989 fino al Molise con tappe intermedie a Città di Castello (PG), Cascia (PG), Castel di Sangro (AQ, inedita). Le iscrizioni scatteranno il 28 gennaio a mezzogiorno e finiranno subito, come sempre.
7 risposte
Grande Mario!! è un piacere leggere un racconto cosi!! ed il giudizio non è dato perchè “racconta” la Transitalia Marathon, (verso la quale sono ovviamente troppo “di parte”..) ma per come la racconta, con il suo linguaggio unico, preciso ma sempre scanzonato; e poi le sue foto… Non si sente la mancanza della “carta”, ma si sentiva, eccome, la mancanza dei suoi racconti. Bentornato!!
Grazie mille Fabrizio!
Letto tutto d’un fiato,bello leggere le tue narrazioni,sei talmente preciso e coinvolgente,che mi hai fatto rivivere tanti flash
Mi fa piacere, ciao!
Grande Mario, sempre un grandissimo piacere poterti leggere
Grazie Alessandro! 🙏
M’hai fregato anche stavolta,Mario: comincio a leggere con l’intenzione di farlo a puntate…e arrivo alla fine. Che luoghi magnifici e che varieta’ di paesaggi e vedute,come sempre in questo nostro dannato e bellissimo Paese-