Abbiamo pubblicato questo articolo in suo onore, lo scorso inverno, quando il sito ha preso vita. Adesso però Roberto Boano non c’è più, una polmonite fulminante ce lo ha portato via, a 76 anni. Dei grandi veterani che facevano fuoristrada ad alto livello negli anni ’70 e che si erano resi protagonisti alla Dakar, lui era uno dei più simpatici e divertenti. Sembra che stesse poco bene da qualche giorno, quindi è una notizia che ha colto l’ambiente dei motociclisti come una doccia fredda. Inoltre, come tutti quelli che fanno ancora enduro alla soglia degli 80 anni, veniva da considerarlo immortale.

Roberto Boano è stato uno degli ospiti della prima edizione della HAT Legend 2025, a Garessio (CN).
Qui lo vediamo insieme a pezzi da Novanta della storia della Dakar come Roberto Mandelli (unico in grado di vincere una tappa della Dakar con la Gilera RC600, nel 1990) e Andrea Balestrieri, il primo italiano a finire quella gara (1983) e a entrare nella top ten (1994). Gli altri sono Maurizio Bombarda e Nicola Poggio, anche loro testimoni di epoche mitologiche del fuoristrada.

Con il peso del corpo scaricato sul perno della ruota anteriore, Roberto scatena un’epica derapona alla Transitalia Marathon del 2016.
Era un articolo che lo celebrava
Adesso vi riproponiamo l’articolo, ma il significato cambia: lo avevamo scritto per celebrarlo, adesso serve per ricordarlo.
Nel 2017 la HAT (HartAlpiTour) Sanremo-Sestriere aveva perso già da due edizioni il passaggio per l’altopiano della Gardetta. Tra gli “spot” della Colla di Prarosso e del Colle di Sampeyre c’era un noioso trasferimento su asfalto, in pianura, che passava per Caraglio (CN). Il compianto Luca Nagini ed io eravamo iscritti alla versione Extreme, quella da 850 km con due notturne. Avevamo già superato la prima nottata, tutta la giornata del sabato ed eravamo entrati nella seconda notte. Avevamo cenato a Limone Piemonte, stava piovendo ma, come orario, eravamo messi bene. Ma ecco che, entrando in Caraglio, siamo stati colpiti da una luce nella notte: era la concessionaria di Roberto Boano, due piani di vetrine illuminate. “Guarda là! Lo sai che espone in vetrina le moto con cui ha fatto la Dakar?”. “Andiamo a vedere”. “Eccole là, le tiene al primo piano”.

Voi capite che, se un appassionato della Dakar scopre una vetrina come questa, non può non fermarsi e mettersi a urlare “Minchia che figata”.
Commentavamo a voce alta anche perché non sapevamo che Roberto Boano fosse dentro il negozio, nonostante l’ora (erano le 22). Lui sentì delle voci, pensò che fossero due banditi ed uscì, brandendo un’accetta. Ok, stiamo scherzando: è tutto vero, banditi compresi, tranne l’accetta. Comunque mise la testa fuori urlando: “Chi siete? Che cosa volete?”. Ci siamo fatti riconoscere e allora ci fece entrare, ci offrì da bere e da mangiare, era contento di vederci e ci mostrò le sue moto dakariane.

Era come visitare un museo, con il direttore a farci da cicerone.
Questa foto è terribile, perché mentre stiamo ritoccando questo articolo (24 giugno 2026) entrambe quelle persone non ci sono più. Luca Nagini, infatti, è deceduto in un incidente stradale il 28 giugno 2022, praticamente quattro anni quasi tondi prima che Roberto Boano ci lasciasse.

La stessa vetrina di prima, ma vista dall’altra faccia della luna. Sono tutte Honda: una XR 500R, una XR 600R “magra”, una XR 600R “grassa”, cioè con i serbatoioni da rally, la XL 630LM del Team Ormeni usata alla Dakar 1987 e una delle Africa Twin Marathon con cui ha corso le sue ultime Dakar.

Tra le chicche del “museo” c’era anche il prototipo della Beta da cross a due tempi sviluppata da Philippaerts. Là in fondo si vede il poster della Dakar 2014, corsa da Luca Viglio con la Beta 450 Atacama preparata da Boano.
A un certo punto ci ha offerto delle brandine per fare un pisolino. Non andavamo a nanna da 38 ore, per cui la tentazione di accettare l’offerta era enorme. Ma avrebbe significato dire addio alla HAT, per cui abbiamo rifiutato e abbiamo ripreso il nostro calvario verso Sestriere, dopo avere passato tre quarti d’ora in sua compagnia. Ma resta uno dei più begli episodi delle 17 HAT che ho disputato finora. Questa maratona mi piace perché anche se è vero che il percorso è, sempre, più o meno lo stesso, di fatto ogni anno succede qualcosa che rende ogni edizione unica e irripetibile.
Fermarsi per quasi un’ora a chiacchierare con un dakariano, nel suo “museo”, in piena notte… Non ha prezzo!
Roberto Boano era un crossista
Per noi che amiamo i viaggi e le avventure in fuoristrada Roberto è, come dicevamo prima, uno dei dakariani più simpatici e carismatici, ma lui ha un passato di crossista di alto livello.

Nato nel 1951, correva negli anni ’70 e ’80, anche al Mondiale.
Nel 1976 ha aperto un’officina dove vendeva e riparava moto da fuoristrada e che si è evoluta, diventando una concessionaria Honda nel 1981, fino al 2010. Ma lo ricordiamo anche per i figli Jarno e Ivan, che hanno corso nel Mondiale enduro e poi sono diventati manager del Boano Factory Enduro prima con le Beta e poi con le TM. Ivan, poi, è quello famoso per i video su YouTube dove guida la Ténéré 700 come un animale. Altro motivo per cui Boano è famoso è che nella sua officina prepara kit di trasformazione per le maxienduro, in testa a tutte le vecchie Honda Africa Twin, le V2, per le quali ha una venerazione.
Però Roberto Boano è, soprattutto, un dakariano, avendo disputato la regina del deserto cinque volte, tra il 1986 e il 1998, sempre in territorio africano.
Un incidente incredibile
Ha debuttato nel 1986, da privato, con una XR 600R e un team che comprendeva anche Enzo Costamagna (Honda XR 600R) e Carlo Mercandelli (Yamaha TT600), assistiti da Alberto Rovera e Alessandro Dutto iscritti alla gara con un camion Iveco.

Dei tre piloti è stato l’unico ad arrivare in fondo, classificandosi 21°. In foto è sul Lago Rosa, alle porte di Dakar.
La sua fama di crossista e l’attitudine alla sofferenza dimostrata in quella Dakar spinsero Honda ad affidargli una XL 630LM del 1986, per l’edizione 1987: “Mi fanno fare una Dakar da signore”, commentò. Ma gli capitò un incidente incredibile: in pieno deserto s’è scontrato con il francese Pierre-Marie Poli.
Può sembrare assurdo ma capita: sei concentratissimo nel guardare avanti, non c’è una pista da seguire e non ti rendi conto che stai guidando con uno al tuo fianco, che non si è accorto di te e che non sta marciando esattamente parallelo, per cui finite per toccarvi. Così i due si scontrarono e caddero rovinosamente.
Durante la HAT Legend dell’ottobre 2025, Boano ha raccontato l’episodio con la sua tipica parlata velocissima, tipo dj, con accento piemontese e ha fatto morire tutti dal ridere, anche se si è trattato di un evento drammatico. Poli, infatti, era a terra con una gamba fratturata e urlava, ma Roberto aveva picchiato la testa ed era in uno stato di semi-tranche. Abbiamo sentito spesso parlare di gente che, dopo traumi cranici, fa cose senza rendersene conto e senza averne memoria. Lui si rialzò, urlò una cosa tipo “Non rompere, francese di merda” al poveretto che stava urlando e ripartì in senso contrario, senza rendersi conto di cosa stesse facendo.
Tornò così indietro fino a un controllo timbro dov’era passato molto tempo prima: i commissari di percorso lo videro arrivare da lontano, dalla parte sbagliata e non capivano che diavolo fosse successo. Poi, quando glielo chiesero, si resero conto che questo non c’era con la testa e lo fermarono. Quando tornò in sé, non capiva dove fosse e non disse nulla di Poli, perché non aveva memoria dell’incidente.

Di Pierre Marie Poli, giornalista e ispiratore del progetto Ecureuil con motore BMW, mettiamo questa foto del 1986, perché è l’anno in cui passò alla Storia per essere stato il primo pilota a vincere una tappa della Dakar con le gomme chiodate. E probabilmente anche l’ultimo… Usò i chiodi perché il prologo del 1986 si disputò sotto la neve.
Il colpo di fulmine per l’Africa Twin
Due anni dopo quel botto, nel 1989 Boano è tornato alla Dakar, in sella a una Honda Africa Twin RD03 650 facente parte del progetto Marathon messo in piedi dalla stessa Honda.

Con l’Africona si piazzò 29°. Lui, che arrivava dal cross ed era abituato a maneggiare moto leggere, s’è innamorato dell’Africa Twin. “Questa moto ha la magia. La metti in terza, le parli e lei sale ovunque. Prima che si rompa il telaio, ti rompi te. Mai cambiati i dischi della frizione, ma neanche la pompa della benzina e il regolatore…”.
Un mito! Io, sulla mia Africona, ogni 50.000 km cambiavo tutte e tre quelle cose: dischi frizione, pompa e regolatore. L’unica cosa che a Boano non piaceva era il peso, aggravato dai 50 litri di serbatoi. Sapeva che, in caso di caduta, non aveva il fisico per rimetterla in piedi. Era noto, infatti, per avere una struttura sottile, con le spalle strette, ma sopperiva alla cosa con una tecnica di guida sopraffina. “Il trucco per non avere problemi con una moto così grossa è non cadere”, spiegava.

L’Africona gli piaceva così tanto che ha deciso di usarla anche alla Dakar 1991, questa volta con la RD04 da 750 cc, sempre in versione Marathon.
Beh, possiamo considerarlo il capolavoro della sua vita perché con quella moto enorme, molto vicina alla serie e a un’età di 40 anni lui si classificò all’undicesimo posto assoluto, arrivando prima di pilotoni del calibro di Rahier e Neveu. Il che ci dice che tanto Boano quanto l’Africa Twin erano eccezionali.
L’ultima Dakar l’ha corsa nel 1998, quando aveva quasi 47 anni ma è comunque riuscito a piazzarsi 38°, pur avendo un’Africa Twin 750 RD07 derivata dalla serie.

Di quella edizione è famosa la sua alleanza con Lorenzo Lorenzelli.
Lorenzelli rappresenta il prototipo del dakariano “skrauso“, che ha pochi mezzi ma grande ingegno. Per affrontare una delle gare più dure e costose al mondo s’è fatto prestare una piccola Suzuki DR 350S da suo cugino, che aveva già avuto diversi proprietari. Poi ha deciso di fare tutto da sé, come nella Malle Moto, ma molto prima che la inventassero. Quindi non aveva meccanici al seguito, si arrangiava.
La leggenda narra che Boano fosse caduto e si fosse fatto male a una gamba, mentre a Lorenzo la moto partiva solo a spinta. Per cui fecero un’alleanza: uno rialzava la moto all’altro e Boano avrebbe trainato Lorenzo per farlo ripartire. “Ma è solo una leggenda – racconta oggi Roberto – quell’alleanza durò pochissimo”.
I due conclusero la gara: come già detto Boano arrivò 38°, l’altro 50°.
Quella è stata la sua ultima Dakar. Ma Roberto, grazie anche all’esperienza accumulata nell’avere corso per ben tre volte con l’Africa Twin, è diventato uno dei guru della preparazione di questi mezzi.

Nel 2000, quando Edi Orioli ha smesso di correre ma s’è dato alle traversate dei deserti in solitaria, Boano gli ha preparato questo gioiello di Honda Transalp 650, con serbatoioni in fibra di carbonio, sospensioni riviste, ecc.

Ai patiti di fuoristrada avventuroso, il nome Boano fa brillare gli occhi soprattutto se si parla dei kit dedicati alle Honda Transalp/Africa Twin e alla Yamaha Ténéré.
Oggi ai vari eventi è normale vedere gente in sella ad Africa Twin 650/750 rifatte da zero da Roberto, con carrozzerie attillate, serbatoi stretti, sospensioni a lunga escursione, fari a led… Sono dei capolavori e chi le guida potrebbe permettersi moto moderne e costosissime, ma preferisce le Africone riviste da Boano. Che costano parecchio: la moto della foto sopra, tra acquisto (ovviamente usata), rimessa a nuovo e pezzi pregiati, viene sui 23.000 euro.

Boano ha realizzato anche una serie di kit “progressivi” per le Beta RR a quattro tempi, per modificarle gradualmente da enduro racing a dual sport a pronto Dakar: è la moto usata da Luca Viglio alla Dakar 2014. Tre serbatoi: uno anteriore da 23 litri, due posteriori da 6,5 litri ciascuno.
Roberto è andato in moto fino ai giorni nostri ma, di recente, si lamentava che sentiva il peso dell’età: “Ho iniziato a cadere troppo. La mente è ancora giovane, il corpo no e non riesce a seguirla”. Avrebbe dovuto andare più piano e usare moto più leggere ma, essendo un cavallo di razza, ‘sta cosa gli faceva passare la Poesia.

Non poteva salvarsi dalla nostra mania per l’UomoMezzo: eccolo a Leonessa (RI), durante la Transitalia Marathon del 2015.

A Garessio (CN), durante la HAT 2016, con Nicola Poggio e Jacopo Cerutti.

Durante la prima tappa della Transitalia 2016, sulle colline romagnole.

Cef Adventure 2018, mentre ripiega la tenda a San Michele di Pagana (GE). Ancora non lo sa, ma dentro c’è il suo smartphone. Se ne accorgerà a tenda chiusa, imballata e caricata!
Honda Africa Twin Marathon, il suo vero amore
Nell’ottobre del 2025 s’è disputata la HAT LEGEND, che celebra le dual sport anni ’80. Oltre a un percorso da 300 km in due tappe, l’evento prevedeva anche un concorso dove chi voleva poteva esporre una moto significativa, legata a quel periodo storico. È notevole il fatto che Roberto Boano abbia deciso di partecipare portando proprio un’Africa Twin Marathon. “La 650 del 1989 è la moto che ho amato di più, porterò quella”.
Ma cos’erano ‘ste Marathon?
Si trattava di un’idea che era venuta a due pezzi grossi della Honda France e che era stata caldeggiata da Joel Daures, pilota ufficiale HRC, che vanta un ottavo posto assoluto alla Dakar ’89 con una NXR780. L’idea era quella di realizzare 50 Africa Twin per la categoria Marathon, che prevedeva moto molto vicine a quelle di serie, da vendere a una selezione di piloti privati. Daures la collaudò al Rally dei Faraoni del 1988. Boano fu l’unico italiano a riuscire ad avere quella moto e si piazzò al quarto posto della categoria Marathon.
La ricetta delle maratonete
La trasformazione iniziava dai serbatoi: l’anteriore da 25 litri cedeva il posto ad uno di 41 e sul retrotreno ne compariva uno in alluminio da 17, per un totale di 58 litri. L’autonomia conseguente non era così straordinaria, se considerate che l’Africona, sulla sabbia, viaggiava a 10 km/litro: fai più strada con una Yamaha Ténéré 700 World Raid standard… Il motore era di serie, eccezion fatta per lo scarico, per le due ventole sul radiatore e per il rapporto di compressione abbassato, in modo da poter digerire le benzine di pessima qualità che si trovavano in Africa. Nella classe Marathon non potevi stravolgere le sospensioni. La forcella era quella di serie, con escursione aumentata di 1 cm (quindi 240 mm) e il mono aveva una molla più robusta. Inoltre lavorava su un forcellone più resistente e massiccio. Erano più robusti anche i cerchi.

La struttura anteriore che regge la carena veniva irrobustita per sopportare le sollecitazioni e il peso di road-book, trip master e bussola. Alla Hat Sanremo-Sestriere, che detiene il record di pietraie scassamoto tra gli eventi adventouring, ogni tanto capita che, sulle Africone di serie, il telaietto che regge la carena si spezzi. La sella era più alta, in modo da poter ospitare, in un incavo posteriore, la balise. Il paramotore era stato modificato in modo da fargli contenere gli attrezzi e l’acqua. Sulla versione dell’anno successivo sono comparsi anche il cerchio posteriore più stretto, sospensioni migliori e l’accesso rapido per il filtro dell’aria, sulla fiancata sinistra.

Nel 1991 la Marathon si basò sulla 750, ma… non fu una vera Marathon.
Infatti era stato tolto uno dei due dischi anteriori (e già di serie non è che frenasse molto), per cui le Marathon di quell’anno vennero passate alla categoria Silhouette. Del resto le 650 uscivano di fabbrica con un disco solo…

Concludiamo l’articolo, quindi, arrivando ai giorni nostri, con una passeggiata alla mostra Desert Queens di Eicma 2025: tra le 30 moto prescelte, c’era anche la Marathon 750 trasformata in Silhouette con cui Boano si piazzò undicesimo alla Dakar 1991. Se lo meritava questo onore, no?