Giugno 2014. Valle d’Aosta. Autostrada quasi deserta, notte fonda, aria sottile e fredda che punge anche a inizio estate. Era la seconda tappa della 24 Ore delle Alpi che organizzavamo anni fa per Motociclismo: un viaggio-test fatto di passi di montagna e chilometri macinati senza sosta.
La protagonista di quella notte era la Yamaha SR400. Una moto semplice, essenziale, quasi d’altri tempi. E forse proprio per questo, quando ha deciso di fare i capricci, lo ha fatto con una coerenza d’altri tempi: problemi elettrici. Andava a singhiozzo, tossiva come se avesse preso freddo, si spegneva all’improvviso per poi ripartire. Ti fermavi e sembrava sul punto di abbandonarti. Un’altalena continua tra speranza e sconforto.
Eravamo stanchi. Di quella stanchezza pesante che non è solo fisica, ma mentale. Ci aveva colto la “Depressione della Notte”: quel momento in cui ogni problema sembra enorme, ogni soluzione impossibile, ogni chilometro infinito. Le luci dell’autostrada diventano ipnotiche, il casco pesa il doppio e anche una decisione banale – fermarsi o proseguire – assume proporzioni epiche.
Così abbiamo deciso di fermarci e basta, montare la nostra tenda e occuparci della moto a mente fresca.
Una risposta
Cos’è successo poi a mente fresca?