Si sa che d’inverno sull’Atlante nevica, essendo una catena montuosa che supera i 4.000 m con passi sterrati che arrivano a 3.000, però ogni volta che amici e conoscenti vanno a farsi una vacanza natalizia in moto sull’Atlante la neve non la trovano quasi mai. Oppure c’è, ma è vecchia, è sui bordi e le strade sono pulite.
Questa volta no. All’Africa Eco Race la prima tappa si sta svolgendo su neve fresca. Antoine Meo, con la Ducati DesertX ufficiale, ha guadagnato un’ora sul secondo, il veterano Kevin Schwantz con la Suzuki V-Strom: il francese ha utilizzato delle catene rompighiaccio ad aggancio rapido che gli hanno permesso di stracciare tutti. Al momento il governo italiano sta modificando la regola che vieta di andare in moto quando nevica, “a meno che non abbia le catene di Antoine Meo”. C’è proprio scritto così, ragazzi!
Ok, basta strunzeit
Vabbe’, stiamo scherzando. Sull’Atlante sta nevicando veramente, ma la tappa è stata annullata e, soprattutto, Ducati e Suzuki non sono impegnate all’Africa Eco Race.
Abbiamo un infiltrato di Zampetting.com, cioè Massimo Di Trapani, che è giù per scattare le foto con il team di Rally Cool, quello di Alessio Corradini detto il Mostruoso, perché è pazzo.

Tra l’altro tra le fotografe di Rally Cool c’è la russa Anastasiya Nifontova, che vediamo a sinistra, accanto alla veterana francese Flore Layole.
Anastasiya è stata, per un certo periodo, la migliore crossista russa. Per due volte è stata campionessa del mondo di motorally (2015 e 2021) ed è arrivata seconda tra le donne alla Dakar 2017.
Ma è veramente lui?
A Massimo e al Mostruso, tra le altre cose, abbiamo chiesto, implorandoli in ginocchio, di scattare una foto UomoMezzo a Marc Joineau.

Marc è uno dei veterani veramente veterani della Dakar.
Correva in squadra con suo fratello Philippe. Erano figli di un concessionario Suzuki, ci pare di Parigi, per cui gareggiavano sempre e solo con moto di quella Casa. Già nel 1980 Marc s’è piazzato decimo, tra le moto, in sella a una Suzuki SP370. Nel 1982, foto cui si riferisce la foto sopra, Marc andò in testa alla Dakar ma la perse quando ruppe il cambio della sua DR500S di serie modificata nelle sospensioni e nell’autonomia. Andò avanti, ci pare col cambio bloccato in terza, finché non cosse la frizione (ma pensa che strano).
Nel 1983, con la stessa moto, Marc vinse la terribile tappa della tempesta di sabbia nel Ténéré e si piazzò al terzo posto assoluto. Nel 1987, quando Suzuki fece un timido tentativo di entrare ufficialmente con una DR650S raffreddata ad olio, nella squadra oltre al campione del mondo di cross Michele Rinaldi c’erano anche i due fratelli Joineau. Ma poi, quando Suzuki costruì la DR 800 S Big e ingaggiò ufficialmente Gaston Rahier, i due bro vennero esclusi dal progetto.
Adesso Marc è iscritto, ha quasi 70 anni e risulta in sella al prototipo della futura Suzuki DR-Z4SE Adventure, quella col cupolino, il serbatoio da 20 l e il cambio a 6 marce. Bello crederci, eh? In realtà è a bordo di una Kove 450 Rally. Finora i nostri due amici l’UomoMezzo non glielo hanno fatto.

A giudicare da come Massimo, qui fotografato da Alessio, sta toppando clamorosamente la posa UomoMezzo ad Andrea Vignone, abbiamo dubbi che i due riescano a portare a casa l’impresa di fare quella foto a Marc Joineau.

Nel frattempo Maxime Delestre ha immortalato un altro veterano illustre, David Frétigné, qui alle verifiche tecniche.
David ha 55 anni ed è in grande forma perché di mestiere, oggi, fa l’istruttore di guida in fuoristrada. Dopo una fulgida carriera nel cross e nell’enduro, alla Dakar 2004 si mise in evidenza perché vinse tre tappe, di cui una sulla neve e una sul fango, con una Yamaha WR450F dotata di trazione integrale idraulica Öhlins. Le sue vittorie fecero scalpore perché 22 anni fa le moto da battere erano le KTM 660 e provarci con una 450 da enduro era folle. Si diede il merito alla trazione 2×2 e noi appassionati ci convincemmo che il futuro sarebbe stato a due ruote motrici, finché non girò la voce che David corresse sconnettendo la ruota anteriore dal motore. Boh? Fatto sta che già nel 2005 Yamaha schierò una WR450F normalissima, senza doppia trazione e David vinse di nuovo tre tappe, sempre contro le 660. Poi fece pure terzo assoluto nella classifica generale in occasione della prima Dakar sudamericana, sempre contro le KTM che, nel frattempo, erano diventate le sublimi 690.
Il maltempo flagella la AER

Il primo ostacolo meteorologico che la corsa ha dovuto affrontare è stato il mare mosso scatenato dall’uragano Harry, che ha devastato le coste del sud Italia. La nave che vedete in foto (Rally Cool), che ha portato uomini e mezzi da Marsiglia a Tangeri, ha dovuto affrontare onde alte, pare, dieci metri .

Qualcuno avrebbe misurato anche un’onda da 17 metri ma la cosa squallida di questi tempi moderni è che c’è subito chi si affanna a mandare in giro foto farlocche create dalla AI, come questa.
Una volta a Tangeri, avrebbe dovuto disputarsi un prologo di 3 km sulla spiaggia per decidere l’ordine di partenza, ma non è stato fatto. E poi oggi c’era la prima tappa, ma la neve sull’Atlante ha spinto l’organizzazione a rimpiazzarla con un trasferimento su asfalto lungo 800 km, sotto la pioggia. Quindi non stiamo parlando di un inizio scoppiettante.
Andrea Perfetti, intanto è passato un anno
Non possiamo dimenticare l’assurdo incidente di un anno fa, quando un aereo guidato da uno dei due Schlesser (padre o figlio) ha urtato il camion dei rifornimenti mentre decollava, ruotando su se stesso e colpendo in pieno Andrea Perfetti di Moto.it, che stava facendo benzina. Andrea è stato a lungo in coma e ancora adesso si sta riprendendo. Non siamo mai riusciti a capire se è stata un’incredibile botta di sfiga o se quell’aereo era troppo vicino e non avrebbe dovuto transitare così vicino. Ma siamo tutti sicuri che una cosa simile, fatalità o meno che sia, non succederà più.
Spirito diverso
Tornando indietro nel tempo, la gara è nata nel 2008, quando Al-Qāʿida minacciò di bombardare i bivacchi della Dakar in Mauritania. La Aso spostò la corsa in Sud America, continuando a chiamarla disinvoltamente Dakar e un gruppo di ex grandi di questa corsa – René Metge, Jean-Louis Paul Schlesser e Hubert Auriol – decisero che ci avrebbero pensato loro a mandare avanti la tradizione, organizzando da zero una gara che arrivasse a Dakar partendo dalla Francia. I percorsi erano più o meno quelli del 1995, che passavano per Marocco e Mauritania saltando l’Algeria. Fin da subito la corsa s’è rivelata diversa da quell’altra: l’organizzazione era più alla buona, i top rider non ci andavano, lo spirito era più genuino e romantico. All’inizio si chiamava Africa Race, poi Africa Eco Race per sottolinearne la natura ecologica (un po’ per lo scopo di passare senza lasciare traccia e un po’ per la missione di aiuto umanitario e solidarietà che si prefigge di attuare in parallelo).
Mentre gli italiani sono spariti dalle zone alte della classifica della Dakar, qui sono vincenti: tra il 2010 e il 2025 abbiamo festeggiato le vittorie di Marco Capodacqua, Oscar Polli, Paolo Ceci, Alessandro Botturi e Jacopo Cerutti.

Probabilmente Marco Capodacqua non era sbarcato in Marocco con l’idea di vincere la gara. Nel 2010, alla seconda edizione, di italiani ce n’erano solo tre, tutti privati: lui, Dottori e il compianto Stefani. Marco era in sella a una vecchia gloria, la KTM 660 LC4 Rally.

L’ultima vittoria italiana è stata di Jacopo Cerutti, sempre con una 660, ma questa volta si trattava di un’Aprilia Tuareg ufficiale (foto Rally Cool).
Jacopo è stato il primo a vincere questa gara con una bicilindrica, nel 2024. Ammette che la moto pesa mezzo quintale più delle mono, però è fatta molto bene e permette di assecondare il suo immenso manico. Durante le ultime due edizioni ha lottato con Alessandro Botturi, anche lui in sella a una bicilindrica, ma Yamaha Ténéré.

Botturi ha vinto nel 2019 e 2020, in sella alla stessa Yamaha WR450F con cui aveva disputato una lunga serie di sfortunate Dakar (foto dal sito www.yamaha-motor.eu/it).
Il grosso, immenso vantaggio dell’Africa Eco Race, o AER che dir si voglia, è che non pone i limiti di partecipazione alle moto. Alla Dakar si corre con max un 450 cc e sono impegnate moto senza ricadute commerciali di rilievo. Qua invece ci sono le Aprilia e le Yamaha bicilindriche ufficiali, cosa che fa tornare con la mente ai mitici anni ’80. Ciò che delude è che ogni anno speriamo che arrivino anche altre squadre: pensate che figata megagalattica sarebbe se Ducati, KTM, Honda, Suzuki, ecc. partecipassero ufficialmente. The Desert Battle of Twins! Invece no.

Matteo Bottino anche quest’anno correrà con la Kove 800X Rally, ma non vanta lo stesso supporto di cui godono i piloti Aprilia e Yamaha (foto Rally Cool).

Aprilia conferma Jacopo Cerutti come pilota di punta, ma ci sono anche il giovane Marco Menichini e Francesco Montanari (foto Max Di Trapani – Rally Cool).
A quest’ultimo, detto Cecco, stanno ancora girando le palle per avere perso il terzo posto, che stava conquistando nel ’25, per colpa di una frizione cotta. È eccitante pensare che questa moto che potete comprare dal concessionario abbia vinto le ultime due edizioni, ma in realtà i due fratelli Guareschi (che vedete a destra) l’hanno sviluppata e lavorata in maniera così certosina che è un mezzo completamente diverso anche da quelli usati nell’Italiano Motorally. Non si sbottonano troppo, quindi si favoleggia di telai diversi come geometrie, rinforzi e forse persino materiali per essere più stabili e resistenti; di sospensioni tarate più sostenute; di motori in grado di lavorare bene a temperature torride; e, ovviamente, di serbatoi più capienti.

Sulla macchina di serie non ce lo troverete mai il radiatore dell’olio dentro al cupolino. E in nessun’altra parte (foto Matteo Longobardi – Rally Cool).

Jacopo Cerutti è chiaramente l’uomo da battere, essendo quello che ha vinto le ultime due edizioni. Qui lo vediamo a Tangeri, durante le verifiche tecniche, fotografato da Alessio Corradini di Rally Cool.
Ovviamente il nostro campione non è rilassato. Un anno fa diede la sensazione di essere molto più forte e veloce degli altri, ma controllava la corsa finché sfighe varie non lo costrinsero ad aprire il gas e galoppare come un demonio. Quest’anno i pericoli arrivano soprattutto da Yamaha: l’anomalia di questa gara è che le moto più competitive sono le monocilindriche, ma i piloti più forti sono sulle bicilindriche.

La grossa novità è il signore che vedete a destra, il francese Gautier Paulin (foto Alessio Corradini, Rallye Cool). L’altro è Alessandro Botturi. Ma c’è gente forte anche dietro.
Yamaha schiera due piloti superufficiali, ma ne assiste diversi altri con il programma Ténéré Spirit Experience, forti anche loro.
Botturi è unico nel suo genere: arriva dal rugby, è arrivato terzo nel mondiale enduro classe 450, ha vinto non ricordiamo quanti rally, ha un fisico enorme, ha 51 anni e corre ancora per vincere. Ed è pure simpatico! Ha perso la AER 2025 per essere finito su una rete quando era largamente in testa. Al traguardo ha scoperto di avere perso per appena 26″. Certo, 26″ è un abisso rispetto a 2″ (ogni riferimento alla Dakar 2026 non è affatto casuale).
Paulin invece ha 35 anni ed è stato uno dei più forti crossisti del mondo, tipo che arrivava terzo nel Mondiale MX2 e secondo nel MXGP, intorno a una decina di anni fa. A 10 anni è stato Campione del Mondo nelle bmx. Tra il 2014 e il 2018 ha fatto parte della squadra che ha vinto il Nazioni per cinque anni di fila. Ha già corso all’Africa Eco Race ma con le SSV, peraltro vincendo la sua classe.
Paulin ha debuttato al Carta Rally, arrivando terzo. Finora ha usato il road book per 2.000 km. L’Africa Eco Race ne misura 6.000 (su 11 tappe) e gli è stato detto che, per usare con disinvoltura un road book, di km dovresti farne almeno 15.000. Ci arriverà. Lui seguiva la Dakar da ragazzino, insieme a suo padre.
Tra gli assistiti c’è curiosità per Kevin Gallas, funambolo tedesco, di quelli che fanno trial con la T7 come Pol Tarres. Quest’ultimo ha concluso che i rally sono molto più pericolosi che correre al Romaniacs con una moto da 200 kg, pertanto è uscito dalla scena delle gare con road-book. Ci sono anche Antonio Maio, veterano portoghese della Dakar, Nicolas Charlier (vincitore di tappa nel ’25), Mike Wiedeman e altri.


La Ténéré 700 ufficiale appare molto diversa, più tondeggiante e dinamica, rispetto alle GYTR usate nelle edizioni precedenti.
Riprende il concetto delle versioni di serie del 2025, con il serbatoio principale posto in posizione avanzata, ma sembra che ci sia una minore ansia nel far scendere la benzina a tutti i costi verso il basso.

C’è curiosità anche verso Laurent Cochet, veterano della AER, che correrà anche lui nelle file del Ténéré Spirit Experience, ma con una Ténéré Turbo.
Al momento il popolo del web si sta scatenando con i soliti insulti verso tutto ciò che è diverso. Se per te una cosa non ha senso, allora chi la fa è un coglione. Effettivamente il dubbio che mettere il turbo su una enduro all’AER sia una bizzarria ce l’abbiamo, ma è fantastico che qualcuno abbia idee simili, altrimenti che palle, si finirebbe come alla Dakar, tutti con le 450 fatte con lo stampino.
16 italiani in moto
Per ora abbiamo poche foto. A Bordighera, alla prepartenza, c’erano 11 di loro. Massimo Di Trapani, oggi, arrivato a Meknes ha intercettato Sebastiano Antonello e Massimo Ferrari che si erano già fatti un bel 300 km di maltempo.

Tra i rookie, nel team Azzurrorosa c’è Tommaso Bettini, a sinistra, che gira spesso in Africa ma è al debutto come rallista. A destra c’è suo padre Mirco che, invece, è un veterano del road book (foto Alessio Corradini, Rally Cool).
Mirco ha corso l’AER 2025 con una Suzuki V-Strom 800DE messa giù da guerra da GP Mucci. Una moto splendida, ma ovviamente pesantissima, se usata sulle dune di sabbia soffice. Così quest’anno padre e figlio corrono con le Beta 480RR, ovvero enduro racing con serbatoi maggiorati. Per la Casa toscana non è una prima volta, ricordate le Atacama preparate da Boano per le Dakar?
Mentre scriviamo i piloti dovrebbero avere passato l’Atlante: domani, forse ma forse, vedremo finalmente in azione questa gara.
Una risposta
Grazie Marione mi mancavano i tuoi articoli da quando non c’ e’ piu’ Fuori, ci siamo visti a Bordighera e…abbiamo parlato di moto!