True bike stories. Not serious

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MONO VS BICILINDRICI: VIGEVANO-MONFERRATO

Ovviamente è possibile fare fuoristrada con moto di stazze diverse, ma c'è qualcosa che stona, sia dal punto di vista pratico, sia filosofico

Indice dei Contenuti

Lo scorso 10 agosto eravamo a Milano e ci siamo detti: “Ma veramente siamo ancora a Milano il 10 di agosto?”. Faceva un caldo boia, ma volevo fare un bel giro in fuoristrada. Ho scoperto che non ero l’unico sfigato a non essere partito per le vacanze, ma c’erano tre amici, così li ho invitati tutti e tre.
Non si conoscevano tra loro, ma erano accomunati dal fatto di avere tre dual sport monocilindriche di piccola cilindrata.
Da secoli penso che la mia moto ideale sia una come le loro: una dual sport monocilindrica pesante meno di 150 kg, ma il mercato trabocca di bicilindriche, perché sembra che all’intera popolazione mondiale dei fuoristradisti “non da carrello” importi più andare a 140 orari in autostrada piuttosto che divertirsi in fuoristrada. Negli ultimi tempi, finalmente, sono entrate in scena piccole monocilindriche, alcune abbastanza vicine al concetto di moto totale che ho in testa da anni. Allo stesso tempo però riconosco alle bicilindriche delle doti che non trovo nelle mono, per cui anche io, come tanti, mi sono rassegnato ad avere due moto, una “mono” e una “bi”.

Per cui ho trovato una bicilindrica che mi aggrada – la Yamaha Ténéré 700 – ma come mono, non avendo mai trovato alternative valide, sono ancora fermo alla Suzuki DR-Z400E del 2008, che a sua volta è sempre ferma perché ha problemi elettrici o di carburazione.

Per cui è successo che io, volente o nolente, per fare questo giro dovevo usare la vaccona da 200 kg, ovvero la Ténéré.

Monocilindriche di analoga indole, ma di epoche diverse

Io non sono tanto per i gruppi che aggregano possessori di un singolo modello di moto, o di una singola marca: mi piacciono quelli in cui a mettersi insieme sono i guidatori di una precisa tipologia di moto, ma con marche e modelli diversi, perché è bello fare confronti.
Come ho detto prima, per puro caso i tre amici erano tutti possessori di piccole dual sport monocilindriche, tra l’altro appartenenti ad epoche diverse: Marco la Yamaha TT350 degli anni ‘80, Alessandro la Kawasaki KLX250 di 15 anni fa, Roberto la Honda CRF300L dei nostri giorni. Quindi io, con la bicilindrica, ero il “diverso”.
L’idea era quella di andare da Vigevano (PV) al Monferrato (AT) in fuoristrada, percorrendo 220 km, più i 70 di trasferimento asfaltato per tornare a Milano.
Il luogo dell’appuntamento lo ha deciso Alessandro: un sobborgo di Vigevano chiamato Piccolini. Solo per il nome. Perché “Regalerà grandi emozioni”. E io ho pensato: Alessandro, di cognome, fa Stabilini. Ovvero, Stabili Piccolini.
La prima cosa che è successa è che Piccolini ha tre bar, ma erano tutti chiusi perché i gestori/titolari erano in vacanza, come giusto che fosse al 10 di agosto.

Quindi sopra vediamo allineate le tre mono e l’intrusa davanti a uno di questi bar chiusi per ferie. In questi casi tu, che sei ancora in città in agosto, ti senti ancora più vituperato.

Per fortuna c’era un alimentari aperto, che vendeva tè freddo e paste alla crema… o alla crema leccese. “Che differenza c’è?”. “La leccese è più carica, più densa”. Ho preso quella. “A Piccolini abbiamo pure la crema leccese”, mi ha detto la signora con fierezza. Bravo, Stabilini, hai avuto occhio con Piccolini.
Che stesse facendo un caldo spaventoso lo diceva anche il termometro della mia T7: non avevo mai visto segnare 43 °C. Certo, esagerava. Io guardo i gradi quando la moto è all’ombra e spenta da un po’ oppure quando siamo in movimento e ne segna sempre almeno 3 più dei plausibili. Ma 43 non li avevo mai visti. Fare fuoristrada con temperature così alte fiacca il fisico in una maniera impressionante.

Gli UomoMezzo: 3 mono contro una bi

Marco e la Yamaha TT 350, sulle rive della Sesia, presso Rosasco (PV).

Era un gioiellino degli anni ’80, una moto da gara con appena 28 CV alla ruota per 118 kg reali (bilancia di Motociclismo) che, nei percorsi con fango e ostacoli, da superare con un filo di gas, aveva una sola rivale: la Honda XR 250R. Lui la possiede da mille anni, la ama, la cura, è sempre felice di girare con lei. S’è guadagnato sul campo il soprannome Il Signore dei Cancelli, perché fa il fabbro e perché guida vecchi cancelli; e perché una volta ha saltato una Sette Guadi perché non era riuscito ad alzare la saracinesca del box: il colmo, per un fabbro. La prima volta che l’ho conosciuto è stato nel 1997, in uno spaventoso guado della Cavalcata della Valli Orobiche in cui la gente cadeva e le moto venivano portate via. Mi disse: “Io sono il fabbro del condominio di tua madre”. Da allora ci scriviamo di continuo, ma non abbiamo mai girato in moto insieme: questa è stata la prima volta, dopo 28 anni. Ma si può?

Stabili Piccolini posa con la sua Kawasaki KLX250 nei pressi del borgo di Molinasso (AT), in Monferrato.

Lui possiede una Honda Transalp, ma ha capito che una delle ricette della felicità sta nell’andare in giro con una piccola dual sport e così ha comprato questa Kawa, che è un mezzo furbissimo, perché va bene ma lo trovi a prezzi stracciati perché non ha mai sfondato sul nostro mercato. Discende da mezzi corsaioli, ma è da turismo puro. Ha un piccolo mono bialbero con avviamento elettrico che, nella versione da 300 cc, è stato clonato dai cinesi e lo ritroviamo in un sacco di 300 cc firmate Voge, Benelli, Mondial, UM, Moto Morini, Rieju. Alessandro ha un fisico spaventoso: in bicicletta fa le maratone da 600 km di fila, il cosiddetto ultracycling. Parte da Milano e sale sullo Stelvio in giornata. Fare enduro con 40 gradi non è certo un problema, per uno come lui.

Roberto, meglio noto come Albertash, famoso per i fumetti che pubblicava sul sito Soloenduro, posa a Guazzolo (AL), in Monferrato.

Guida quella che è un po’ la Suzuki DR-Z dei giorni nostri, ovvero la dual sport capace di fare tutto, la piccola moto totale: Honda CRF 300L. Una sorta di erede della vecchia Honda XR 250R, molto più complicata e pesante, ma anch’essa ottima navigatrice di salite fangose con un filo di gas. Per essere un 300 va davvero bene: ha tanta coppia in basso, la prima corta, la sesta lunga. L’ha sistemata alla grande, con sospensioni Öhlins e cerchi d’oro come ai tempi… d’oro.

Il mio UomoMezzo ha, come sfondo, il paesello di Tonco (AT), sempre in Monferrato.

E qui veniamo al nocciolo dell’articolo: è evidente che, in un gruppo come questo, anche io avrei dovuto avere una piccola mono, invece avevo una Yamaha Ténéré 700. Non c’entravo niente! Rispetto alle altre moto del gruppo, la mia T7 ha un cilindro e un fracasso di chili in più. La filosofia di guida di un mezzo simile è che devi tenerla il più possibile verticale, altrimenti cercherà di sdraiarsi, disarcionandoti come su un cavallo da rodeo.

Non ha senso, però ha senso

Ovviamente non ha senso andare in fuoristrada con moto da 200 kg. Un amico parecchio ottuso dà una definizione piuttosto calzante della cosa: è come andare a ballare con gli scarponi da sci. Traduzione: chi lo fa è un coglione. Eppure queste sono le moto che vanno per la maggiore. È pieno di eventi dove buona parte degli iscritti si danna su percorsi non banali con maxienduro. Sicuramente farebbero meno fatica e si divertirebbero di più con il monocilindrico.
Ma allora sono/siamo tutti coglioni? No, ovviamente. Quello che ci frega è che, fino a un certo livello di fuoristrada, per molti queste moto sono più appaganti e gustose da guidare rispetto alle mono. L’erogazione fluida e pastosa del motore, la stabilità e il tanto spazio a bordo, con una posizione di guida naturale e meno rannicchiata, fanno godere. La prima volta che me ne accorsi fu 23 anni fa, quando partecipai a una comparativa tra due Kawasaki: la KLR650 monocilindrica e la KLE500 bicilindrica. La prima in fuoristrada andava decisamente meglio ma, nello sterrato scorrevole, la KLE mi dava più gusto.

Ed è quel gusto a fregarti, perché poi ti vai a infilare in posti balordi.

Non è il caso di questa Vigevano-Monferrato: si è rivelata sempre facile e scorrevole e io ho trovato più divertente farla con la T7 piuttosto che con le piccole mono.
Ma è stato comunque un peccato non essere tutti omogenei. Non è solo perché così le prestazioni sarebbero state simili: con moto della stessa tipologia si fanno i trasferimenti alla stessa velocità senza che nessuno si senta costretto ad andare troppo piano o troppo forte; e in fuoristrada le moto sono tutte uguali, di fronte alle difficoltà. Se sei in minoranza, tu con la vacca, corri seriamente il rischio di ritrovarti con una maggioranza che non si fa scrupoli ad affrontare mulattiere impegnative: “Tanto abbiamo le mono”.
Ma poi c’è la questione irrazionale che è bello avere la stessa tipologia di moto perché a noi esseri umani piace fare squadra e metterci insieme ad altre persone che hanno i nostri stessi gusti, in tutti i campi.

Tipo qua sopra: siamo sulle mountain-bike bagagliate e dormiamo in tenda. Se ci fosse uno con la bici da strada e senza bagagli, perché dorme in albergo, nella percezione generale ci sarebbe qualcosa di stonato.

È lo stesso fenomeno sociale per cui nascono le mode: voglio le Timberland non perché sono fighe, ma perché è rassicurante sentirsi parte del gruppo.
Per cui ho passato la giornata a invidiare gli altri tre con le mono, nonostante il percorso fosse facile e io trovassi più divertente farlo con la bicilindrica. Li invidiavo, semplicemente, perché loro erano coesi, mentre io ero il diverso.

Uova, urbex e verdura

Abbiamo abbandonato i rassicuranti confini urbani di Piccolini e ci siamo avventurati nell’oceano verde della campagna. La prima oasi, la prima isoletta che abbiamo incontrato è stata Cascina Castellana.

Al 10 di agosto, lo sapevamo, sarebbe stata dura trovare ristoranti aperti, ma qui vendevano uova fresche! Il principio era quello delle macchinette del caffè. Metti i soldi e si sblocca lo sportello.

Avevamo già visto una cosa simile salendo al Passo del Sempione. Lì la faccenda era ancora più semplice e si basava sulla fiducia: le uova non erano blindate, potevi prenderle senza problemi e dovevi lasciare i soldi in una feritoia. È probabile che qualcuno abbia fatto il birichino, perché a un certo punto hanno messo delle videocamere.
Vigevano sorge in piena Pianura Padana. Il nostro era un pellegrinaggio di pianuricoli disperati in migrazione verso le terre ondulate. Quindi abbiamo iniziato con le tipiche sterrate piatte che costeggiano i canali.

Questa porta a Robbio.

Da giovane pensavo che queste strade fossero una palla, perché per me esistevano solo le mulattiere scassate, ma ero un cretino. Queste traversate hanno un fascino e una poesia che puoi respirare solo nelle grandi pianure, perché sembrano le piste che attraversano i deserti.

E ci sono le chicche, come questo casello dell’acqua poco a nord di Mortara.

La Pianura Padana era ricoperta di foreste, ma l’agricoltura basata sui canali, diffusa soprattutto nel Medio Evo tramite i monaci, l’ha trasformata in un deserto pieno di verdura.

Ogni tanto, il piattume fino all’orizzonte veniva movimentato dai castelli, che spuntavano dalla verdura qua e là. Questo è a Rosasco ed è in ottimo stato di conservazione.

Questo invece è Motta de Conti, in rovina.

Come al solito, essendo ipnotizzati dai castelli fantasma e dai luoghi abbandonati in generale, ci siamo fermati. È impressionante come posti un tempo belli e prosperi possano andare in rovina per qualsiasi motivo. Questo castello risale almeno al XV Secolo e ne ha viste di cotte e di crude. Intorno a lui sorse un villaggio, perché era in posizione rialzata rispetto alla Sesia, quindi si salvava dalle piene.
Un tempo i castelli venivano distrutti durante le guerre. Oggi, se un posto così bello sta cascando a pezzi, è perché chi li possiede è sopraffatto dalle spaventose spese di manutenzione e fugge lontano, mandando tutto in malora. C’è da dire che il Fai gli ha messo gli occhi addosso, per cui potrebbero esserci speranze di un restauro. Del resto, la vita di molti castelli è un alternarsi di fasti e distruzione, no?
Per ora, questo maniero ha un aspetto terrificante e a rendere il posto ancora più inquietante ha contribuito la vista di alcuni signori in ciabatte, con delle unghie dei piedi lunghe, spesse, appuntite come scimitarre. Che fossero i fantasmi degli abitanti maledetti del castello abbandonato?

Altro posto abbandonato degno di urbex: la stazione di Terrasa.

Albertash, a sinistra, non stava per fare pipì, ma studiava la situazione dal punto di vista edibile: aveva fame e cercava frutti.

Bicilindriche contro monocilindriche: quando rimpiango il mono

Viaggiando vicino alla Sesia c’erano tratte sabbiose ed è lì che il gruppo s’è spaccato in due: è stato l’unico tratto dove ho rimpianto la mia Suzukina da 400 cc per questioni pratiche e non empatiche.

Con le piccole mono, anche se sono molto meno potenti e molto più pesanti delle enduro racing, basta dare poco gas per galleggiare sulla sabbia.

Invece io e il Signore dei Cancelli ci siamo piantati. Non so come mai sia successo a lui.

Ma so perché è successo a me. Ho ben chiaro che Botturi, con una moto come la mia, ha rischiato di vincere l’Africa Eco Race, volando ad andature folli sulle dune: ma con una moto così devi arrivare sulla sabbia a manetta, senza paura. Io però quel coraggio non me lo so dare, quindi zampetto.

Stabili Piccolini dentro una superstrada di terra. Senza intoppi, a parte quella insabbiata, abbiamo costeggiato la Sesia per un po’.

Quando organizziamo le traversate in moto o in bici, la Sesia rappresenta spesso un problema. Si tratta di un fiume che scorre da nord a sud, a ovest di Milano. Nei 75 km in cui attraversa la Pianura Padana, tra le Alpi e il Po, è superabile soltanto da sei ponti, oltre a due autostradali. Di quei sei, due sono vicinissimi, entrambi a Vercelli. Per cui, quando disegniamo un percorso, sappiamo che ci sono solo cinque punti per passare il fiume, lontani tra loro.

In questo caso abbiamo usato il ponte della provinciale che porta da Milano a Casale Monferrato. Poco prima c’era questa cava di sabbia.

Monferrato

Abbiamo passato il Po a Pontestura. Se vivi in pianura e fai una traversata simile, è come uno che parte in barca puntando l’orizzonte: non te lo aspetti che poi troverai delle montagne, all’orizzonte. Le vediamo da lontano, ci emozioniamo, poi montiamo loro in groppa. Dalla provincia di Pavia siamo passati a quella di Alessandria.

Stavamo raggiungendo Guazzolo. Vedere queste colline ci ha fatto l’effetto dell’acqua fresca, delle onde marine, ma di fresco non c’era niente, forse è stata la giornata più calda di un’estate caldissima.

A Guazzolo abbiamo fatto la sosta Proviamoci Le Moto, in cui io mi sono sollazzato con tutte e tre le mono, mentre la mia non se l‘è filata nessuno. Albertash e il Signore dei Cancelli non avevano mai provato una motovacca ed erano flagellati dai pregiudizi, tipo che con moto da 200 kg sia impossibile divertirsi. “Se solo salgo in sella alla Ténéré mi sembra una Monster, da quanto è lontano il manubrio” diceva Albertash. Aveva ragione, ma è solo perché è abituato alle mono, sulle quali si guida rannicchiati. Finché i percorsi sono scorrevoli, le bicilindriche sono più comode e spaziose.
Curioso il fatto che i due con le mono più vecchie (TT e KLX) abbiano percepito il maggiore peso della CRF300L, che in effetti passa i 150 kg, mentre per me che sono abituato a guidare moto enormi le tre moto pesavano uguale, cioè niente.

Atmosfera bucolica dopo Cardona.

Siamo arrivati in Monferrato e andava già bene così, ma l’idea era di fare 220 km di fuoristrada, prima di girare le moto per tornare a casa. Solo che non ci siamo riusciti, siamo stati troppo lenti.

Non capisco, però, come mai se sono in giro per lavoro, con mille soste fotografiche, riesco a fare anche 400 km di fuoristrada in un giorno (tipo l’ultima tappa della Transitalia 2023, sopra) mentre se giro con gli amici i 150 sono un traguardo irraggiungibile.

In questo giro ho fatto meno foto che se fossi andato a un evento organizzato e non mi pare che abbiamo perso troppo tempo. Certo, c’era il caldo che disidratava e che ci ha fatto sostare a lungo in due bar trovati aperti, dove abbiamo cercato di recuperare le energie.

Le roventi campagne intorno a Tonco.

Il castello di Cereseto.

Arrivati al km 145 su 220, decidevamo di tornare a casa, giusto giusto per essere puntuali a cena. Compresi i trasferimenti da e per Milano, i km totali sono stati 270, di cui 125 di noiosi trasferimenti. Peccato non avere fatto tutto il pezzo che avevamo in mente, anche perché ci stavamo divertendo parecchio. Ma, proprio nel finale, abbiamo scoperto una chicca.

Eccola: i resti di un passaggio a livello della vecchia ferrovia tra Casale ed Asti, esattamente tra Moncalvo e Sanico.

Oltre agli edifici horror abbandonati, un altro giochino bello da fare in moto è seguire i tracciati delle ferrovie dismesse. Ma non in questa Vigevano-Monferrato, ormai il tempo era scaduto. Dopo avere perso 48 litri di sudore, siamo tornati a casa. E la prima cosa che ho fatto, dopo la doccia, è stata cercare con Google Earth i resti di detta ferrovia: provare a ripercorrere il suo tracciato potrebbe essere la scusa per un altro giro in stile quello della gara col treno a vapore della Valsesia.

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6 risposte

  1. è sempre un piacere leggere un tuo racconto, una sterrata in val padana diventa affascinante come una pista sahariana! Bravo Mario!

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